Alcuni mobili firmati da Giovanni Porta

di Manuela S. Carbone

La casa d’aste Il Ponte, nell’asta del 9 giugno 2020, ha presentato in due lotti distinti, il n.147 e il n.148, rispettivamente due comodini ed una coppia di cassettoni en suite [Figure 1 e 2].

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Figura 1. Coppia di comodini lastronati in legni vari e filettati con fronte a due ante, fronte e fianchi intarsiati in chinoiserie con perlinature, volatili e mostri marini, piani in marmo, Lombardia, 1801 (Il ponte 9 giugno 2020 n. 147).

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Figura 2. Coppia di cassettoni lastronati in legni vari e filettati, fronte e fianchi intarsiati in chinoiserie con perlinature, volatili e mostri marini, gambe a obelisco rovesciato, piani in marmo, Lombardia, 1801 (Il ponte 9 giugno 2020 n. 148).

Nel catalogo dell’asta si legge che uno dei cassettoni, nella guida di un cassetto, reca etichetta cartacea “Canegrate 1801 Gio Perla fece” [Figura 2bis].

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Figura 2 bis. Etichetta su uno dei cassettoni di Figura 2.

E’ stato il ritrovamento della firma ad attirare l’attenzione e a spingere la scrivente all’elaborazione del presente lavoro. Infatti, nella stragrande maggioranza dei casi i mobili non recano alcuna firma, solo un piccolo numero è siglato, rarissimi sono gli esemplari firmati per esteso.
Quindi, considerando questo ritrovamento un evento molto interessante, sono partita con entusiasmo dall’analisi del testo.
Fin da subito, sebbene il cognome riportato dalla casa d’aste destasse qualche perplessità, l’indicazione geografica ha stuzzicato la mia curiosità: Canegrate è infatti un paese contiguo a Parabiago, località in cui, a partire dall’ultimo quarto del diciottesimo secolo, ha prosperato la famosa bottega di Giuseppe Maggiolini.
Come detto il cognome riportato, Perla, non è conosciuto nella letteratura tecnica e, nonostante le approfondite ricerche, non ho trovato alcun appiglio. Quindi ho incominciato a mettere in dubbio l’interpretazione fatta dalla casa d’aste.
Se non fosse Perla?
Dopo un’analisi accurata della firma dell’ebanista, ho ritenuto che il cognome possa non essere Perla. Tornandomi alla mente un arredo firmato, presentato in una scheda pubblicata su Antiqua, qui di seguito riportata pressoché integralmente:
Si tratta di un comodino impiallacciato in noce d‘india e palissandro con intarsi in legni di frutto con filettatura in bois de rose e bois de violette. Lo schienale reca la firma “in Canegrate di 28 settembre 1798 Giovanni porta milanese fecce [Figure 3 e 3bis].

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Figura 3. Giovanni Porta, comodino impiallacciato e intarsiato, Lombardia 1798 (Finarte giugno 2002 n. 701).

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Figura 3bis. Scritta sul comodino di Figura 3.

Ho incominciato a pensare che la firma possa essere quella di Giovanni Porta.
Si rileva una coerenza di date, in un caso 1798 nell’altro 1801; di luogo, Canegrate; di tipo di manufatto, in entrambi i casi si tratta di mobili intarsiati e filettati; ed anche di lessico: entrambi gli scritti terminano, infatti, con la parola “fecce” (non “fece” come indicato nella nota della casa d’aste).
Inoltre, anche il confronto calligrafico lascia pochi dubbi che non si tratti della stessa mano.
Ritenendo di aver dato sufficienti elementi per dimostrare che la firma sia proprio quella di Giovanni Porta, mi soffermo ora a riflettere su chi possa essere questo ebanista. Nonostante un’analisi minuziosa, non ho trovato alcuna ulteriore informazione rispetto a quelle riportate nella scheda già citata in cui si leggeva:
Non ci sono notizie di questo ebanista se non quello che emerge dallo scritto ritrovato che ebbe bottega in Canegrate, vicino Parabiago. Uno dei tanti ebanisti attivi tra la fine del Settecento e gli inizi dell’Ottocento sulla scia del successo maggioliniano (nota 1).
L’assenza di documentazione specifica e la qualità non eccelsa dei manufatti mi fanno quindi credere che il Porta sia stato un personaggio di secondo piano. Inoltre, la particolare vicinanza di Canegrate a Parabiago, la coerenza del periodo storico, in cui la bottega di Giuseppe Maggiolini viveva il suo massimo splendore, mi porta a concludere che Giovanni Porta possa essere stato uno dei tanti lavoranti formatisi presso la bottega del più importante Maestro interprete del neoclassicismo milanese o, come alternativa meno probabile, che sia stato un artigiano impegnato nell’imitazione.
A conferma di questa ipotesi, riporto quanto ha scritto Giacomo Antonio Mezzanzanica, primo biografo di Maggiolini:
[…] che la bottega ebbe numerosi operai anche da molti lontani paesi,arrivando a contarne fino a trenta, sotto la sua dipendenza, e che egli medesimo, con instancabile pazienza ed assiduità, dirigeva e ammaestrava; […] possano esservi altri artefici, i quali sentendo, in quell’epoca, che lavori di tal genere erano ricercati e Maggiolini saliva in fama, si fossero impegnati ad imitarlo, senza possedere però parità di ingegno” (nota 2).
Considerata la scarsità della documentazione, ritengo che la scoperta sia utile perché contribuisce ad arricchire il quadro relativo ad un molto periodo importante per l’ebanisteria lombarda.

NOTE

[1] La scheda è stata pubblicata su Antiqua.mi a luglio 2007. Essendo stata inglobata in questo articolo non sarà inserita in archivio.

[2] Genio e lavoro, biografia e breve storia delle principali opere dei celebri intarsiatori Giuseppe e Carlo Maggiolini di Parabiago, indirizzata ai giovani Artisti, Artefici ed Artigiani del sac. G.A.M. Parroco di Albignano, pubblicato nel 1848.

Settembre 2020
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