Cassettoni neoclassici di gusto “pompeiano”. Napoli o Milano?

di Andrea Bardelli e Manuela S. Carbone

Nel suo ineccepibile volume sul mobile napoletano del Settecento, Antonella Putaturo Muraro pubblica un cassettone attribuito ad artefice napoletano decorato con “Scene desunte dalle pitture parietali di Ercolano e Pompei” [Figura 1] (Putaturo Muraro 1977, p. 88 n. 163, tav, LI).
In quel contesto, sebbene in mobile si distinguesse dalla più omologata produzione neoclassica napoletana, non vi erano ragioni di dubitarne.
Anche le caratteristiche costruttive (struttura in legno di pioppo, impiallacciatura in legno di rosa e palissandro con intarsi in essenze pregiate) sono perfettamente in linea con la produzione partenopea (nota 1), così come il piano marmo intarsiato al centro con un’altra composizione di gusto classico e profilato da una fascia di rami di alloro. Nella descrizione viene poi evidenziato un particolare che potrebbe tornare utile ai fini del discorso, ossia che “Il pannello centrale del mobile, ribaltabile, nasconde tre tiretti”.

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Figura 1. Cassettone neoclassico, cm. 86 x 126 x 60, definito Napoli, ultimo ventennio del XVIII secolo, collezione privata napoletana.

Diversi anni più tardi, nel volume sul mobile neoclassico in Italia, Enrico Colle pubblica un cassettone decorato con intarsi di gusto pompeiano, attribuendolo dubitativamente all’ebanista lombardo che si sigla GBM [Figura 2, nota 2] (Colle 2005, p. 328c).

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Figura 2. Cassettone neoclassico, definito lombardo (GBM?), fine del XVIII-inizi del XIX secolo, collezione privata.

Questo cassettone viene pubblicato a corredo di una scheda riguardante un tavolino eseguito dall’ebanista lombardo Domenico Vannotti, conservato presso il Museo di Capodimonte e con tutta probabilità commissionato dalla corte borbonica (nota 3). Credo che l’accostamento “napoletano” sia del tutto casuale perché Vanotti e GBM vengono qui accomunati solo in quanto emuli di Giuseppe Maggiolini.
Osservando attentamente i due cassettoni di Figura 1 e di Figura 2, notiamo alcune analogie.
In primo luogo, la fronte costituita da un’anta unica dotata di un’unica serratura in basso e destinata ad alzarsi e a scorrere rivelando alcuni cassetti interni, secondo un modello ad ante celanti cassetti noto come mobile a vanteaux (nota 4).
La seconda analogia è riscontrabile in un dettaglio: ritroviamo la stessa profilatura eseguita con piccole tessere chiaro-scure fittamente accostate sia alla base del cassettone di Figura 1, sia sul bordo del piano nel cassettone di Figura 2.
Il legame più forte, anche se non riscontrabile a prima evidenza, è l’utilizzo della medesima fonte iconografica per le scene di gusto classico intarsiate al centro della fronte.
Entrambe sono infatti tratte da una raccolta di incisioni raffiguranti la raccolta di vasi antichi di Sir William Hamilton (1730-1803), ambasciatore di sua maestà britannica presso la corte di Napoli.
Il titolo dell’opera è Collection of Engravings from ancient vases mostly of pure Greek Workmanship discovered in sepulchers in the Kingdom of the Two Sicilies [Figura 3].
Si tratta di una seconda collezione di antichità, dopo che la prima fu venduta al British Museum di Londra nel 1772.
Le incisioni furono eseguite dal pittore Johann Heinrich Wilhelm Tischbei (1751-1829), il quale che ne fu anche editore a Napoli tra il 1791 e il 1795 (nota 5).

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Figura 3. Frontespizio del primo volume dell’opera Collection of Engravings from ancient vases mostly of pure Greek Workmanship discovered in sepulchers in the Kingdom of the Two Sicilies, Tischbei, Napoli 1791. Non siamo stati in grado di chiarire l’iniziale M che precede la W (Wilhelm) di Tischbei.

Più precisamente, l’intarsio sulla fronte del cassettone di Figura 1 è stato tratto dalla tavola n. 2 del primo volume [Figura 1a], mentre quello sulla fronte dell’altro mobile è tratto dalla tavola n. 33 dello stesso volume [Figura 2a].
Ma non solo, anche i decori sequenziali utilizzati nel cassettone di Figura 1 per il bordo sotto il piano e per la riquadratura dell’anta che cela i cassetti sono ispirati alla tavola inserita dopo il frontespizio (numerata P. 3); lo stesso dicasi per il sottile decoro fogliato che riquadra l’anta del cassettone di Figura 2 [Figura 3a, nota 6].

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Figura 1a. Tavola n. 2 tratta da Collection of Engravings from ancient vases

Figura 2a. Tavola n. 33 tratta da Collection of Engravings from ancient vases…

Figura 2a. Tavola n. 33 tratta da Collection of Engravings from ancient vases

Figura 2a. Tavola n. 33 tratta da Collection of Engravings from ancient vases…

Figura 3a. Tavola n. 3 tratta da Collection of Engravings from ancient vases

Le nostre ricerche ci hanno permesso di individuare una coppia di cassettoni simili ai due precedenti [Figura 4], presentati come napoletani tra i “top lot” in un’asta di Wannenes che non ci è stato ancora possibile identificare.

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Figura 4. Cassettone neoclassico (uno di una coppia) definito napoletano (fonte Wannenes casa d’aste).

In realtà, il cassettone di Figura 4 si differenzia dai precedenti per una diversa forma delle gambe e per la presenza delle cosiddette “calzette” ossia i terminali in bronzo dei piedi (nota 7).
Ciò che li accomuna maggiormente, oltre alla fronte costituita da un unico pannello “a scomparsa” e alla concezione geometrica del decoro, è il medesimo riferimento iconografico per la scena intarsiata al centro della fronte stessa, tratta anch’essa da una raccolta di incisioni eseguita per illustrare la prima collezione di sir Hamilton, quella ceduta al British Museum come anticipato sopra.
Più precisamente, stiamo parlando dell’opera in quattro volumi dal titolo Antiquités Etrusques, greques et romaines tirées du Cabinet de M. Hamilton, curata dal barone d’Hancarville e pubblicata a Napoli nel 1766 (vol. I) e nel 1767 (voll. II-IV) presso l’editore Francesco Morelli [Figura 5, nota 8].

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Figura 5. Frontespizio del primo volume dell’opera Collection of Etruscan, Greek, and Roman Antiquities From The Cabinet of The Honble. Wm. Hamilton his Britannick Maiesty’s Envoy Extraordinary at The Court of Naples, Francesco Morelli, Napoli 1766-1767.

La scena che vediamo riprodotta sulla fronte del cassettone di Figura 4 rappresenta l’incontro tra Ulisse e Alcinoo nella reggia dei Feaci [Figura 4a].
L’immagine che siamo in grado di mostrare è stata in realtà tratta dall’opera Il costume antico e moderno di tutti i popoli, pubblicato in diversi volumi a Firenze dall’editore Batelli tra il 1826 e il 1832 (nota 9). L’autore Giulio Ferrario (1767-1847) era il bibliotecario della Biblioteca Braidense di Milano e realizzò l’opera avvalendosi di diversi collaboratori, traendo il repertorio da diverse fonti. A proposito della tavola 17 (ivi vol. I, p. 111) si legge: “La tavola 17, rappresenta una pittura, la quale dal signor D’Hancarville viene così illustrata. A me pare, dic’egli, che sia qui rappresentato Ulisse che si trattiene con Alcinoo, mentre la moglie e la figlia di questo sotto un ombrello alla foggia dei Tessali ascoltano i sensi coi quali l’eroe risponde al re sulla proposizione, che questi sembra averli fatta, di sposare Nausica”.
È quindi probabile che l’immagine di Figura 4a sia tratta proprio dall’opera curata di D’Hancarville anche se, al momento, non ci è possibile verificarlo con esattezza.

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Figura 4a. Ulisse e Alcinoo, disegno tratto da Il costume antico e moderno di tutti i popoli, Batelli, Firenze 1826-1832.

Tutto ciò premesso, non ci sentiamo di affermare che il riferimento a una fonte iconografica comune consenta di ricondurre con sicurezza la coppia di cassettoni di cui alla Figura 4 alla stessa bottega che ha prodotto i primi due anche perché le due pubblicazioni di cui abbiamo parlato hanno influenzato l’attività di numerosi artigiani in tutta Europa. Con particolare riguardo all’opera Antiquités Etrusques, greques et romaines tirées du Cabinet de M. Hamilton, citiamo per tutti l’esempio di Josiah Wedgwood (1730-1795) e di altri ceramisti che si sono ispirati alle illustrazioni in essa contenute (nota 10).
L’aver messo in evidenza mobili molto simili, attribuiti ora a Milano, ora a Napoli e Roma, non può non farci pensare a Francesco Abbiati, ebanista lariano di cui ci siamo occupati abbastanza di recente (nota 11), attivo in Lombardia e a Napoli, oltre che a Roma e a Madrid.
Citando il Giornale delle Belle Arti n. 18 pubblicato a Roma il 5 maggio del 1787, Alvar Gonzales Palacios scrive che fu autore di alcuni cassettoni con i cassetti nascosti da un piano mobile, “Rassembrano costruiti senza tiratori sebbene ve ne siano quattro per cadauno, che un piccolo superiormente nel fregio, e altri tre grandi, restando questi coperti da una Tavola che a bella posta elevandosi, ed internandosi entro il primo tiratore discopre i medesimi …” (Gonzales Palacio 1993, pp. 350-351). La descrizione prosegue rivelando che si tratta di mobili con una decorazione molto più elaborata di quella che presentano i cassettoni di cui alle Figure 1, 2 e 4.
Quella di Abbiati o di qualche suo allievo o epigone resta quindi, per ora, solo un’ipotesi suscettibile di futuri approfondimenti.

NOTE

[1] Il cassettone Luigi XVI a Napoli [Leggi].

[2] Su GBM si veda l’articolo Importanti novità su G.B.M. ebanista milanese del Settecento (Antiqua.mi, gennaio 2018) [Leggi]; ivi, i rimandi agli articoli precedenti.

[3] Vedi Colle 2005, p. 326 n. 70.

[4] Mostriamo l’immagine di un esemplare “aperto” facente parte di una coppia di commodes a vanteaux, passata sul mercato antiquario con una condivisibile attribuzione (di Giuseppe Beretti) a Giuseppe Maggiolini, il quale ha prodotti diversi mobili di questo tipo [Figura A1 e A2].

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Figure A1 e A2. Giuseppe Maggiolini (attr.), coppia di commodes a vanteaux, mercato antiquario.

[5] Johann Heinrich Wilhelm Tischbei fu celebre per aver eseguito l’ancor più celebre ritratto di Goethe nella campagna romana, attualmente conservato presso lo Städelsches Kunstinstitut di Francoforte [Figura B].

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Figura B. Johann Heinrich Wilhelm Tischbei, ritratto di Goethe nella campagna romana, 1787, Francoforte, Städelsches Kunstinstitut.

[6] In realtà, il decoro “a ondine” è uno dei più utilizzati nel decoro dei mobili neoclassici (e non solo) come abbiamo evidenziato nell’articolo dedicato al cosiddetto “imitatore del Maffezzoli”.

[7] Una coppia di angoliere romane in legno impiallacciato e dipinto, caratterizzate da un analogo decoro a scontornare la fronte, è stata resa nota da Goffredo Lizzani nel suo volume sul mobile romano (G. Lizzani 1970, p. 124 n. 211). Una di queste è stata pubblicata a colori da Enrico Colle (Colle 2005, p. 124-125 n. 21) [Figura C].

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Figura C. Angoliera neoclassica (una di una coppia), Roma, collezione privata.

[8] Il titolo completo è Collection Of Etruscan, Greek, And Roman Antiquities From The Cabinet Of The Honble. Wm. Hamilton His Britannick Maiesty’s Envoy Extraordinary At The Court Of Naples.
Pierre Hugues d’Hancarville (1719-1805) fu un mercante d’arte che consentì a sir Hamilton di acquistare la collezione di antichità dalla famiglia Porcinari. La pubblicazione dell’opera fu realizzata con il contributo finanziario dello stesso sir Hamilton.

[9] Il titolo completo è Il costume antico e moderno, o, storia del governo, della milizia, della religione, delle arti, scienze ed usanze di tutti i popoli antichi e moderni, provata coi monumenti dell’antichità e rappresentata cogli analoghi disegni dal dottor Giulio Ferrario.

[10] Vedi.

[11] Vedi Francesco Abbiati, ebanista neoclassico lombardo. Proposta di un catalogo aggiornato (dicembre 2021) [Leggi].

Bibliografia citata
G. Lizzani 1970, l mobile romano, Gorlich, Milano 1970.
A. Putaturo Muraro, Il mobile napoletano del Settecento, Società editrice napoletana, Napoli 1977.
A. Gonzales Palacio, Il gusto dei principi, Volume I, Longanesi & C., Milano 1993, pag. 350-351.
E. Colle, Il mobile neoclassico in Italia. Arredi e decorazioni d’interni dal 1775 al 1800, Electa, Milano 2005.

Giugno 2022

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