La Pala Portuense di Ercole De Roberti e le casse d’organo a Milano nell’Ottocento. Parte II. Il caso di San Marco
di Adriano Giacometto e Andrea Bardelli
Premessa
In un precedente articolo era stata attirata l’attenzione su alcune casse e cantorie d’organo, nonché su alcuni pulpiti, aventi caratteristiche comuni, presenti in diverse chiese a Milano e in altri centri lombardi e piemontesi.
Rimandando all’articolo (nota 1), se ne riassumono, qui di seguito, i principali contenuti.
Esistono a Milano, Lombardia e Piemonte, numerose casse, cantorie e pulpiti decorati con pannelli istoriati su fondo oro all’interno di una struttura di color bruno-olivastro.
Molti di questi ruotano attorno all’architetto Pietro Pestagalli, il quale avrebbe coinvolto una squadra di artefici (falegnami, intagliatori, doratori) la cui presenza è documentata almeno in San Nazaro a Milano e in San Vittore a Cannobio (Vb), attorno agli anni Venti dell’Ottocento.
L’ipotesi è che al “bramantesco” Pestagalli l’idea sia venuta dopo la collocazione nel 1811 a Brera della Pala Portuense di De Roberti proveniente da Ravenna.
Il caso di san Marco
Come già anticipato nell’articolo precedente, quest’ipotesi è contrastata principalmente da cassa e cantoria dell’organo di San Marco che la letteratura in argomento colloca tra il 1711 e il 1714.
Più precisamente, don Giuseppe Motta riferisce che “… dal 1711 al 1714, fu affidato ad un certo Mastro Antonio Ratto il compito di costruire due cantorie, una di fronte all’altra appese all’ultima arcata versi l’altare” (Motta 1974, p. 44) (nota 2). E ancora: “Le sculture e le decorazioni del pulpito (identiche ai pannelli dell’organo e dello stesso autore) sono di Giuseppe Quadrio con scene dell’Antico Testamento: Profeti che annunciano la parola di Dio” (Motta 1974, p. 46) (nota 3).
Due anni più tardi, Oscar Mischiati pubblica, contrassegnandolo con il numero V, un documento conservato nell’Archivio di Stato di Milano (nota 4) in cui si legge che Antonio Ratto è stato pagato per aver lavorato dal 6.10.1611 [sic] a tutto il marzo 1714 “nel far tutta la cassa dell’organo, le due cantorie & altre opere …”. Inoltre, il sig. Quadrio riceve un pagamento “… per li nuovi intagli fatti nella mostra dell’organo, & altri ornamenti della cantoria del medesimo …” e un altro pagamento “… per gli ornamenti, e per quello che mancava alla nuova cantoria …”. Un certo sig. Bonerzio riceva un pagamento “… per li legnami della cassa dell’organo, delle cantorie …” e, infine, qualcuno, probabilmente lo stesso Quadrio, riceve un pagamento “Per far lustrare l’oro vecchio delle due cantorie” (Mischiati 1975 p. 35).
Oggi la cantoria è una sola, ma Mischiati scrive che “Di tale seconda cantoria sussistono tuttora alcune parti” (Mischiati 1975, 9 nota 11) e cita un’incisione del 1874 in cui la si vede (pubblicata in Motta 1973, p. 116) [Figura 1].

Figura 1. Navata centrale della chiesa di san Marco a Milano durante la messa di requiem per Giuseppe Verdi, incisione, 1874.
Secondo quanto riferito da fonti di San Marco (nota 5), la seconda cantoria è stata smontata nel 1915 e alcune sue parti compongano oggi un altare in una delle cappelle laterali all’altar maggiore della chiesa [Figura 2, nota 6].

Figura 2. Altare costruito con parti della seconda cantoria, Milano, chiesa di san Marco.
È convinzione condivisa a tutti i livelli che le attuali cassa e cantoria dell’organo siano ancora quelle del 1711-1714 che la letteratura tramanda.
Ci si è domandati come sia possibile che la cassa e la cantoria di San Marco, se eseguite tra il 1711 e il 1714, possano aver anticipato di circa 100 anni quelle, del tutto simili, di San Nazaro, San Vittore, ecc. – di cui all’articolo precedente – realizzate dal 1827 in poi.
Una risposta plausibile è che la cassa e la cantoria di san Marco, quelle che vediamo oggi, non siano quelle documentate all’inizio del Settecento, bensì siano state realizzate anch’esse nel primo Ottocento, magari, in occasione del rifacimento dell’organo da parte di Eugenio Biroldi (1756-1827), ultimato nel 1819.
Diverse circostanze concorrono a ritenere credibile questa conclusione.
L’aspetto odierno della cassa e della cantoria dell’organo di San Marco deriva da un restauro realizzato tra il 2018 e il 2020 (nota 7) che ha determinato la rimozione del caratteristico colore bruno-olivastro sostituito da una doratura [Figura 3], operazione che si presume verrà, prima o poi, effettuata anche per il pulpito.

Figura 3. Organo della chiesa di San Marco a Milano, dopo il restauro del 2019.
Sul restauro torneremo a breve. Intanto analizziamo concisamente le ragioni per le quali si ritiene che cassa e cantoria siano da datare all’inizio dell’Ottocento.
La cassa in senso stretto, ossia la struttura che contiene le canne, è stilisticamente ottocentesca.
Benché gli elementi decorativi rientrino nel repertorio neoclassico, la loro associazione e la configurazione complessiva del “mobile” rispecchiando esattamente lo stile della Prima Restaurazione (1815-1825), ossia una versione edulcorata dello stile Impero (nota 8).
La cantoria è stilisticamente meno caratterizzabile e non è possibile collocare le scene dipinte a monocromo su fondo oro in un’epoca precisa (nota 9).
Tuttavia, parlando con chi ha eseguito il restauro, è emerso che le decorazioni e la preparazione sottostante sono identiche sia per la cassa che per la cantoria che quindi si devono considerare coeve.
Infine, abbiamo effettuato un esame delle parti lignee non a vista durante un sopralluogo ed è stato possibile verificare che i pannelli in legno di conifera che costituiscono la struttura sono stati assemblati con tecniche che inducono a confermare una costruzione ottocentesca, non essendo stato possibile riscontrare incastri, connessioni e chiodature che in genere costituiscono la testimonianza di una fattura settecentesca (nota 10).
Al di là delle questioni stilistiche e tecniche sopra riferite, ve ne sono altre che conducono alle stesse conclusioni.
L’organo attuale (strumento) è stato restaurato dalla Casa d’Organi Giani di Corte de’ Frati (Cr) nel 2019 che l’ha riportato alla fisionomia datagli da Natale Balbiani nel 1874-1875 (nota 11). Risulta (nota 12) che Balbiani abbia riutilizzato in modo diverso le canne, ma che quelle di facciata siano quelle posizionate da Eugenio Biroldi che ha ricostruito messo mano all’organo a più riprese tra il 1806 e il 1811 (nota 13).
Dai documenti relativi il primo progetto di Biroldi (dicembre 1806-gennaio 1807), che è stato possibile consultare, risulta che questo rifacimento guardava forse più al passato che alla più avanzata organaria coeva; traspare tra le righe la poca disponibilità finanziaria, tanto che nel documento di inizio gennaio si parla esplicitamente di considerare qualche riduzione (peraltro riferita ad un piano fonico già limitato e forzatamente poco “moderno”). A questo contesto si aggiunge la realizzazione dell’organo Serassi in Sant’Eustorgio, sempre a Milano (contratto del 18 maggio 1810), collocato tra il 1811 e il 1812 da Giuseppe (1750-1817) col figlio Carlo Serassi (1777-1849), che surclasserà ogni altro strumento cittadino, costringendo di fatto al successivo rifacimento/ampliamento dell’organo di San Marco, eseguito nel 1819 da Luigi Maroni Biroldi (nota 14).
Le attuali cassa e cantorie dovevano quindi essere idonee a ospitare l’organo Biroldi che, soprattutto dopo gli interventi del 1819, costituiva uno strumento di primordine al punto che da indurre il “grande” organista Felice Moretti, meglio noto come Padre Davide da Bergamo (nota 15) a scegliere l’organo di San Marco per il suo primo cimento milanese nel 1836. All’epoca padre Davide era già una celebrità e se si muoveva da Piacenza a Milano, lo faceva per suonare lo strumento più “moderno” che la città poteva vantare.
Difficile, per non dire impossibile, che l’organo Biroldi potesse essere contenuto all’interno di una struttura lignea realizzata nel 1711-1714, periodo in cui l’arte organaria milanese non era certo tra le più avanzate. Infatti, nel Ducato di Milano – e in città in particolare – l’evoluzione a livello organario- “viaggiava” con un certo ritardo, dovuto all’austerità del rito ambrosiano e alla mancanza in loco di organari di primissimo livello. Dai documenti citati si evince infatti che già nel primo progetto del 1806 il Biroldi impossibilitato nell’allargare il vano in senso longitudinale in quanto vincolato dal muro che delimitava lateralmente l’organo, optò per il “trasporto dello schenale dietro l’organo” per poter disporre dello spazio necessario a posizionare il somiere delle canne del pedale.
Infine, secondo quanto riferitoci dalle solite fonti di San Marco esiste documento (foglietto), conservato nel Faldone campanile dell’archivio della chiesa, attestante che nel 1799 si fosse ipotizzato di “marmorizzare”, ossia di dipingere “finto marmo”, cassa e cantoria. A meno che la marmorizzazione non la si fosse pensata solo per le cornici di contorno, ne possiamo ricavare che il manufatto del 1711-1714 non fosse decorato con le attuali scene istoriate su fondo oro.
Possiamo quindi pensare che proprio il 1819 sia l’anno nel quale si sia messo mano alla cassa e alla cantoria, anche nell’intento di rendere anche l’aspetto estetico più al passo coi tempi.
Quanto si suppone non è mai emerso per una evidente mancanza di documentazione specifica su cassa e cantoria relativa agli anni al primo ventennio dell’Ottocento, controbilanciata dalla documentazione relativa al 1711-14 giudicata “schiacciante”.
Veniamo ora all’ultimo restauro alla ricerca di conferme di quanto sopra sostenuto
I responsabili di san Marco – così come il restauratore Leonetti – ci hanno informato che la cantoria e la cassa erano state rifinite con la cosiddetta “porporina”, una polvere metallica che, tipicamente diluita in una vernice come la gommalacca, fungeva da imitazione della doratura o della bronzatura.
L’uso di polvere metallica diluita in un medium per simulare l’effetto dell’oro era praticato fin dall’antichità; non sono state eseguite analisi scientifiche, ma l’esperienza e il fatto che la porporina è stata utilizzata, per non dire abusata, nell’Ottocento soprattutto sulle cornici, fa ritenere che quella riscontrata su cassa e cantoria di san Marco risalga a quell’epoca e non all’inizio del Settecento come si è sempre creduto.
Condizionata dagli agenti atmosferici e dall’uso prolungato di ceri, la porporina si ossidava, oscurandosi e ciò avveniva abbastanza rapidamente.
Sotto la porporina, è stata trovata una preparazione idonea a una doratura vera e propria e che solo la mancanza di fondi all’epoca della costruzione avrebbe fatto optare per la più economica porporina. Da qui la decisione di rimuovere la porporina e di applicare una doratura a missione secondo quello che è stato interpretato come l’idea originale.
Sembra quindi di poter affermare che sia l’analisi stilistica, sia le circostanze storiche, sia le evidenze tecniche acquisite in sede di restauro concorrano nell’identificare nel 1819 l’anno di costruzione delle attuali cassa e cantoria dell’organo nella chiesa di San Marco.
Dobbiamo, a questo punto, estendere questa datazione anche al pulpito della stessa chiesa che, come visto nell’articolo precedente, presenta le medesime caratteristiche formali e decorative rilevabili nelle parti lignee dell’organo.
Fanno probabilmente eccezione i telamoni scolpiti in legno che reggono la tribuna che sarebbero da datare stilisticamente tra la fine del XVII e l’inizio del XVIII e che sono stati evidentemente riciclati [Figura 4]. Andrebbero studiati con particolare cura, ma la loro realizzazione potrebbe risalire proprio alla bottega dei Quadrio, più precisamente a Giovanni, attorno al 1691, accreditando quanto scrive Vincenzo Forcella a proposito dell’organo, oppure a Giuseppe Maria, attorno al 1711-1714 se avesse ragione Giuseppe Motta (nota 16).

Figura 4. Pulpito della chiesa di San Marco a Milano.
Una considerazione finale
Se la nostra ipotesi di datare cassa e cantoria dell’organo al 1819 – ipotesi che, fino a prova contraria, trascina anche il pulpito – fosse corretta, quello di San Marco sarebbe comunque il primo della serie di organi decorati come descritto in premessa.
Va detto che non vi è alcuna notizia circa la presenza in San Marco di Pietro Pestagalli, che abbiamo considerato il possibile “inventore” di quest’idea decorativa. Per altro, dal 1818, il Pestagalli si trova a svolgere l’importante attività di funzionario dell’amministrazione del Regno lombardo-veneto (nota 17).
A parte quanto sostenuto nell’articolo precedente a proposito del pulpito di Monza (1808), siamo disposti a rinunciare all’ipotesi di una derivazione dalla Pala Portuense anche perché, se si fosse fatto riferimento fin dal 1819 al capolavoro di de Roberti – caratterizzata dal colore marrone olivastro delle superfici di contorno alle parti dipinte a monocromo – l’intenzione sarebbe stata quella di riprodurre da subito nella cassa e nella cantoria dell’organo lo stesso cromatismo bruno-olivastro con un’opportuna pigmentazione, ad esempio una porporina “effetto bronzo”. In questo caso, la doratura di cassa e cantoria effettuata con l’ultimo restauro risulterebbe un po’ azzardata, a meno di non ritenere che dai primi dell’Ottocento a oggi, i colori della Pala Portuense e quelli della struttura lignea dell’organo abbiano subito il medesimo processo di ossidazione.
NOTE
[1] La Pala Portuense di Ercole De Roberti e le casse d’organo a Milano nell’Ottocento. Parte I (dicembre 2025 [Leggi].
[2] Circa sessant’anni più tardi, quindi è presumibile non si trattarsi della stessa persona, magari di un parente, un Giuseppe Antonio Ratto o Ratti risulta pagare gli estimi all’Università dei falegnami tra il 1770 e il 1773; in data 9.1.1773 viene convocato alla riunione relativa all’abolizione dell’Università dei falegnami alla quale partecipa in qualità di sindaco di Porta Orientale in data 11.1.1773 (“Legnamari” a Milano nella seconda metà del Settecento tra associazioni e libera iniziativa) 15.11.2009 [Leggi]. Non si può escludere che quest’ultimo possa essere l’Antonio Rotta che, nel 1744, realizza gli armadi per la sagrestia dell’Incoronata di Lodi.
[3] Quanto al “Sig. Quadrio”, che Motta identifica con Giuseppe Quadrio, Mischiati non si sbilancia, analogamente a Maria Luisa Gatti Perer, la quale segnala la presenza nel 1811 in San Marco di un Quadrio, senza però essere in grado di identificarlo con precisione; la studiosa scrive: “Il Quadrio che controllò col Muttoni l’iter dei lavori nel 1711 potrebbe essere indifferentemente Giovanni Battista o il suo più giovane fratello Giuseppe Maria” (Gatti Perer 1998, p. 271). Vincenzo Forcella, nel 1985, attribuiva gli intaglia della cassa e della cantoria dell’organo per la chiesa di San Marco proprio a Giovanni Battista, il quale li avrebbe eseguiti nel 1691 ricevendo un compenso di 469 lire; viene segnalata anche la fonte nell’Archivio dello Stato di Milano, Conventi, San Marco, Busta n. 479 (Forcella 1895 p. 64). Non è stato ancora possibile condurre ricerche in merito, quindi la questione è tutt’ora irrisolta, ma è sostanzialmente irrilevante ai fini del nostro discorso.
[4] ASM, Fondo di Religione, parte antica, cartella 1330, mazzo 1690-1714.
[5] Ringraziamo Riccardo di Sanseverino (comunicazione verbale 4.9.2025) anche per altre informazioni qui riportate.
[6]
Potrebbero essere le stesse parti che Motta registra nella prima cappella della navata destra come segue: “Contro le pareti sono appoggiati (provvisoriamente) pannelli di legno decorato del distrutto controrgano, eseguiti fra il 500 e il 600 dallo stesso artista del pulpito e dell’organo. Sono entrambi in legno dorato, con riquadri dipinti monocromatici, raffiguranti scene bibliche”.
A meno che non si riferisca ad altro, è evidente la contraddizione tra la datazione “fra il 500 e il 600” e la presunta datazione delle cantorie al 1711-1714.
[7] La ditta Gabriele Chinellato di Carate Brianza ha eseguito la pulitura, le stratigrafie e la ridoratura della cassa e delle parti lignee dei montanti dell’organo, mentre il restauratore Gianluca Leonetti – con il quale ci siamo confrontati – si è occupato delle scene figurate con episodi dell’Antico Testamento.
[8] Abbiamo sottoposto le immagini anche ad altri esperti del mobile neoclassico, studiosi e antiquari, e il verdetto è stato unanime: se si trattasse di una libreria, di un mobile da farmacia o simili, sarebbe da datare non prima del 1815.
[9] Una ricerca piuttosto capillare ha consentito di stabilire che, da un punto di vista sia iconografico, sia tecnico (monocromo su supporti di vario genere), scene simile a quelle rappresentate sui pannelli della cantoria, bibliche e non, sono state raffigurate in diverse epoche dal Quattrocento in poi.
[10] Ci è stato riferito dalle stesse fonti di san Marco, confermate dal colloquio con il restauratore, che per costruire la cassa sono state utilizzate assi provenienti dai manufatti originari seicenteschi se non addirittura cinquecenteschi, come si può desumere da alcune parti dipinte. La cosa non stupisce perché nel corso di ampiamenti o rifacimenti si era soliti riciclare materiali preesistenti. Dalla voce Chiesa di San Marco (Milano) su Wikipedia ricaviamo che “… il primo organo di cui si hanno documenti fu costruito da Leonardo d’Allemania nel 1507 che si servì di manodopera tirolese per la costruzione di due casse e cantoria, originalmente poste nelle cappelle frontali ai lati del presbiterio. La notizia di una ricostruzione da parte di Benedetto Antegnati non trova riscontri documentali, mentre è certo che lo strumento venne riformato in due occasioni da Costanzo Antegnati nel 1604 e nel 1611 (Leggi).
[11] Su Natale Balbiani (1836-1902) si veda la voce corrispondente redatta da Silvana Simonetti per il Dizionario Biografico degli Italiani, vo. 5 (1963) [Leggi].
[12] Dobbiamo l’informazione ad Alberto Dossena, maestro organista e studioso di arte organaria, che ringraziamo (comunicazione del 12.8.2025).
[13] Su Eugenio Biroldi (1756-1827) si veda la voce corrispondente su Wikipedia [Leggi].
[14] Su Luigi Maroni (1790-1842) si veda la voce corrispondente su Wikipedia [Leggi ].
[15] Su Padre Davide da Bergamo (1791-1863) si veda la voce corrispondente su Wikipedia [Leggi].
[16] Non è questa la sede per dilungarci sull’argomento. Basti però pensare che nella chiesa di san Marco si sono avvicendati numerosi artefici del legno, soprattutto nella prima metà del Seicento. Si fanno i nomi di Giovanni Taurini, Carlo Garavaglia e dell’ancora misterioso frate Alfonso.
[17] Giovanna D’Amia, PESTAGALLI Pietro, in Dizionario Biografico degli italiani, vol. 82, 2015 [Leggi].
Bibliografia citata
-Vincenzo Forcella, Intarsiatori e scultori di legno che lavorarono nelle ciese di Milano, Milano 1895.
-Giuseppe Motta, San Marco nella storia e nell’arte, Milano 1973.
-Oscar Mischiati, L’organo della chiesa di San Marco a Milano, Milano 1975.
-Maria Luisa Gatti Perer (a cura di), La chiesa di San Marco a Milano, Milano 1998.
Ringraziamenti
Ai ringraziamenti alle persone già citate nel testo come Riccardo di Sanseverino, Alberto Dossena e Gianluca Leonetti, si uniscono quelli alla dottoressa Raffaella Bentivoglio-Ravasio della Soprintendenza di Milano per il proficuo scambio di opinioni. Ringraziamo inoltre Mauro Beltrametti, antiquario, Claudio Cagliero, restauratore e autore, e il nostro Gianni Giancane per alcuni confronti di tipo tecnico-stilistico.
Gennaio 2026
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