Gettoni per partecipare al rito di preparazione degli ingredienti per la Triaca, con alcune notizie sul più noto farmaco dell’antichità

di Alessandro Ubertazzi

Qualche anno fa ho acquistato un lotto di curiose quanto rarissime medaglie cinque-seicentesche presso una importante casa d’aste londinese (nota 1). In realtà, si tratta di gettoni realizzati a Venezia per invitare i farmacisti accreditati presso la Serenissima a presenziare al rito ufficiale della preparazione degli ingredienti base della Triaca, la più nota tipologia di farmaci dell’antichità [Figure 1-7].

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Figura 1. Tessera della Triaca fusa a Venezia nel 1525. Opus anonimo (AE Ø 35,9 mm-20.37 g) D/ LM AM AP B. Una croce ai cui angoli sono posti quattro gruppi di iniziali; bordo in rilievo. R/ ADI 8 MA[R]ZO. 1525.1526.1527.1258.1529. La scritta su quattro righe appare tra due rosette, sopra e sotto.

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Figura 2. Tessera della Triaca fusa a Venezia nel 1555. Opus anonimo (AE Ø 27,08 mm-12,58 g) D/ DIE 12 MAZO 1555-B C. Stemma entro scudo con ai lati le due iniziali; bordo in rilievo. R/ DIE 12 MAZO 1555. L.M. Stemma entro scudo con ai lati le due iniziali.

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Figura 3. Tessera della Triaca fusa a Venezia nel 1555. Opus anonimo (AE Ø 37 mm-17,89 g) D/ DIE 12 MAZO 1555-B C. Stemma entro scudo con ai lati le due iniziali; bordo in rilievo. R/ DIE 12 MAZO 1555-1559-1560. La scritta appare parte sul bordo e parte nel campo su due righe; bordo in rilievo.

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Figura 4. Tessera della Triaca fusa a Venezia nel 1559. Opus anonimo (AE Ø 29,4 mm-11,29 g) D/ MDLIX FINA MDLX7-Z(VANE) C (COCNA). Stemma entro scudo della famiglia Cicogna: una cicogna con nel becco un serpentello; ai lati le due iniziali; bordo in rilievo. R/ MDLIX FINA MDLX7. M.C. Stemma entro scudo con ai lati le due iniziali; bordo in rilievo. La tessera è caratterizzata dalla datazione e dalle sigle degli “speziali” autorizzati a produrre i componenti per la Triaca. In questo caso l’iconografia ha facilitato l’individuazione del responsabile della preparazione: Zuana [Giovanni] Cicogna. Assieme alla successiva, costituisce un dittico molto interessante.

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Figura 5. Tessera della Triaca fusa a Venezia nel 1559. Opus anonimo (AE Ø 38,01 mm-26,23 g) D/ MDLIX FINA MDLX7-Z(VANE) C (COCNA) Stemma entro scudo della famiglia Cicogna: una cicogna con nel becco un serpentello; ai lati le due iniziali; bordo in rilievo. R/ MDLIX FINA MDLX7. M.C. Stemma entro scudo con ai lati le due iniziali; bordo in rilievo.

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Figura 6. Tessera della Triaca fusa a Venezia nel 1581. Opus anonimo (AE Ø 26,5 mm-10,01 g) D/ IN TE DOMINE SPERAVI. G.M. Stemma entro scudo, ai lati le due iniziali; bordo in rilievo. R/ 1581 ADI 6 MAGGIO-G.M. Stemma entro scudo con ai lati le due iniziali; bordo in rilievo. 

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Figura 7. Tessera della Triaca fusa a Venezia nel 1633. Opus anonimo (AE Ø 27,6 mm-11,8 g) D/ Anepigrafe. Leone di San Marco verso sinistra, la zampa destra poggia sul vangelo aperto; bordo realizzato con un serto di foglie di alloro. R/ 1DIE 20 OTTO (BRIS) 1633-1633. Scritta a bordo e millesimo ripetuto nel campo; bordo in rilievo.

Le tessere della Triaca riportate costituiscono un raro e importante documento per la storia della farmaceutica e della medicina: la Triaca era infatti un medicamento di cui la Serenissima deteneva gelosamente il segreto e il monopolio per tutta l’Europa. Un mercato tanto vasto richiedeva una precisa disciplina e un attento controllo: l’arte degli speziali era infatti tenuta a dettare le regole per la sua preparazione. Lo stesso Stato, poi, interveniva severamente contro i “ciarlatani” e i contraffattori concedendone la licenza solo dopo aver vagliato attentamente le richieste. Fin dal 1565 i farmacisti preparavano pubblicamente e contemporaneamente il prodotto. Questo avveniva una volta all’anno, spesso in maggio, come prova la data riportata su questa tessera. Sembra che gettoni di questo tipo venissero distribuiti a “quelle autorità, magistrature o inviati che potevano presenziare personalmente alla confezione della triaca”: lo dimostrano i simboli e gli stemmi, riportati sulle tessere, delle antiche insegne di farmacia (una quarantina in tutto) o anche alcune iniziali di nomi di personaggi legati al mondo dei trincanti. Con le date riportate (a volte in sequenza) sulle tessere “forse volevasi ricordare le epoche più antiche della fabbricazione della triaca” (G. Dian, Cenni storici sulla farmacia veneta al tempo della Repubblica, Venezia, 1900-1908, pagg. 40-41); forse, semplicemente, esse servivano a partecipare allo spettacolo della preparazione.
Comunque, il composto ottenuto nella lavorazione pubblica delle materie prime non era ancora pronto per essere messo in vendita: posto in appositi recipienti di terracotta (le zare, cioè le giare) sigillati e conservati sottochiave, veniva lasciato fermentare a lungo sotto l’attento controllo del Capo corporazione e del consiglio dei farmacisti. La sua preparazione, passata attraverso l’approvazione del Procuratore Pubblico, del Magistrato alla Sanità, del Protomedico, del Consiglio dei Medici e dei Farmacisti, era senza dubbio considerata un atto pubblico che, come se non bastasse, doveva essere ratificato alla presenza di un notaio.
Quella che segue è la sintesi aggiornata della relazione che ho tenuto, presso il Rotary Club Milano Nord-Ovest, in occasione dell’esibizione delle medaglie in questione (nota 2).

La Triaca
La storia della medicina riferisce di un antico rimedio poli farmaco, la “triaca” (detta anche theriaca, teriaca o triacca), che si credeva fosse dotata di virtù magiche e, perciò, capace di guarire ogni sorta di mali e malanni.
Senza sostanziali varianti, questo farmaco è stato ininterrottamente prescritto dai medici ai loro pazienti per una ventina di secoli, si può dire fino alla fine dell’Ottocento
Il suo nome deriva dal vocabolo greco therion (letteralmente fiera, belva) che indicava generalmente animali feroci o velenosi come la vipera e lo scorpione [Figura 8].

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Figura 8. Giuseppe Maria Mitelli,  Il ciarlatano venditore di antidoti, acquaforte, 1660, Milano, Castello Sforzesco, Raccolta Bertarelli.

In origine, l’uso principale del medicamento fu quello di contravveleno per combattere le sostanze mortifere iniettate nell’uomo dagli animali pericolosi; la sua invenzione si fa risalire, infatti, a Mitridate VI (re del Ponto) che ne avrebbe fatto uso quotidiano soprattutto per combattere la paura ossessiva di essere ucciso con il veleno.
La tradizione ricorda, peraltro, che la ricetta originale per la preparazione di questo farmaco é stata ritrovata da Pompeo nella cassetta personale di quel re: questo motivo spiega l’originario nome di “elettuario di Mitridate” (nota 3)
Ad Andromaco il Vecchio, medico di Nerone, spetta comunque il sostanziale perfezionamento della ricetta tramite l’aggiunta della carne di vipera, certo che questo ingrediente avrebbe potenziato le virtù dell’antidoto. Nasceva così la Theriaca Magna detta anche “di Andromaco”, perfezionata poi da Critone, medico di Traiano.
Nel De theriaca ad Pisonem, Galeno (il famoso medico greco che operava a Roma nel II secolo d.C.) sottolineò ed esaltò ulteriormente l’azione portentosa del farmaco e sostenne che era sufficiente assumerne ogni giorno una certa quantità per essere protetti dai più potenti veleni.
Dall’epoca di Andromaco fino al XII secolo, la triaca fu preparata direttamente dai medici. Quando, nel 1233, l’editto dell’Imperatore Federico II di Svevia (noto come “Ordinanza Medicinale”) sancì una netta separazione tra la professione medica e quella farmaceutica, le preparazioni medicamentose furono, perciò, affidate alla corporazione detta degli “aromatari” (ovvero degli speziali), peraltro sotto il diretto controllo dei medici.
All’inizio del XIV secolo, gli europei avevano cominciato a spingersi verso l’estremo Oriente e fu grazie a questa circostanza che molte nuove sostanze esotiche giunsero in Europa; si sentì perciò la necessità di introdurre operatori professionali che fossero esperti di quelle “droghe” e di quelle spezie, utilizzate peraltro anche nella alimentazione umana. Nacque così il “Collegio degli speziali” che ebbe riconoscimento ufficiale nel 1429.
Con l’introduzione delle nuove sostanze dall’Oriente, la preparazione della Triaca subì notevoli implementazioni: dai sessantadue componenti iniziali, citati da Galeno, si passò fino ai settantaquattro previsti dalla farmacopea spagnola.
Il successo del mitico ritrovato esplose però nel XVI secolo quando, presso le “spezierie” di Bologna, Napoli, Venezia e Roma, la Triaca veniva preparata in notevole quantità, costituendo presto una voce rilevante per l’economia di quelle città.
La migliore di tutte le varianti di Triaca sembra comunque che fosse quella che si preparava a Venezia dal momento che gli speziali della Serenissima potevano utilizzare le eccellenti materie prime ivi provenienti dall’Oriente la cui fragranza e rarità conferivano al preparato una qualità decisamente superiore ai consimili [Figure 9-11].

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Figura 9. Alcune insegne di farmacia a Venezia nel Seicento.

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Figura 10. Alcuni contenitori di Triaca in polvere. Essi erano realizzati in piombo e venivano venduti sigillati: due contenitori anonimi di differente grandezza; due contenitori uguali con coperchio recante le insegne della farmacia e la scritta theriaca fina al Redentore Venezia”; un coperchio più piccolo sempre marcato nello stesso modo e un contenitore piccolo piuttosto degradato (forse di “scavo”), recante le insegne di una farmacia non identificata.

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Figura 11. Etichetta per una confezione di Triaca settecentesca prodotta dalla farmacia La Madonna per il mercato arabo.

La preparazione del farmaco era un vero e proprio “rito” spettacolare studiato nei minimi particolari [Figure 12-15].

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Figura 12. Fabbricatori di Triaca davanti alla farmacia “Testa d’Oro” di Venezia, stampa popolare, Venezia 1700 circa, Venezia, Museo Correr, Raccolta Gherro.

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Figura 13. Facchini intenti a preparare la Triaca, stampa popolare, Venezia 1700 circa, Milano, Castello Sforzesco, Raccolta Bertarelli.

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Figura 14. Inserviente di farmacia che sta macinando nel mortaio le sostanze atte a preparare la Triaca.

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Figura 15. Speziale che sta confezionando un contenitore per il farmaco.

A Venezia essa avveniva pubblicamente al cospetto della popolazione: le varie sostanze prescelte venivano fisicamente esposte e mostrate per tre giorni alla gente affinché tutti si rendessero conto della loro genuinità e bontà. La sfarzosa cerimonia (nota 4) si svolgeva durante il mese di maggio, alla presenza delle più alte autorità e, comunque, del “protomedico”: in realtà, solo in quel periodo alcuni componenti essenziali (fra cui proprio le vipere) raggiungevano il perfetto stato di impiego mentre gli influssi astrali (nota 5) di quel mese avrebbero conferito (sic!) particolare efficacia e speciali facoltà al rimedio terapeutico.
Tra i costituenti più curiosi della Triaca preparata a Venezia vi erano, appunto, i “trosci” di vipera, vale a dire cilindri di carne di vipera (femmina ma non gravida) cresciuta sui Colli Euganei e catturata qualche settimana dopo il letargo invernale. La testa e la coda e, spesso, anche le viscere del rettile, venivano scartati: la carne veniva bollita in acqua di fonte, salata (nota 6) e aromatizzata con aneto, tritata, impastata con pane secco, lavorata in forme tondeggianti della dimensione di una noce e, infine, posta ad essiccare all’ombra.
Altro componente fondamentale della Triaca era l’oppio che doveva provenire rigorosamente da Tebe; la varietà della sostanza che vi si preparava era ritenuta di qualità superiore rispetto a quella di origine turca.
Tra gli ingredienti occorre ricordare infine l’asfalto, il benzoino, la mirra, la cannella, il croco, il solfato di ferro, la radice di genziana, il mastice, la gomma arabica, il fungo del larice, l’incenso, la scilla, il castoro, il rabarbaro, la calcite, la trementina, il carpo balsamo, il malabatro, la terra di Lemno, l’opobalsamo, la valeriana e molti altri ancora fra i quali perfino il corno dell’unicorno (in realtà, il dente del narvalo).
Per raggiungere il massimo della sua efficacia, la preparazione doveva “maturare” per almeno sei anni ed era considerata valida ed efficace fino al trentaseiesimo.
La Triaca era considerata il rimedio sovrano per un’infinità di malattie che spaziavano dalle coliche addominali alle febbri maligne, dall’emicrania all’insonnia, dall’angina ai morsi delle vipere e dei cani, dall’ipoacusia alla tosse; essa era utilizzata per frenare la pazzia e per risvegliare gli appetiti sessuali, per restituire vigore a un corpo indebolito nonché per preservare le genti dalla lebbra e dalla peste.
Le modalità di somministrazione e il dosaggio del mirabolante intruglio variavano a seconda della malattia, dell’età e del grado di debilitazione del paziente. La Triaca veniva assunta stemperata nel vino, nel miele, nell’acqua o avvolta in una foglia d’oro (veniva, cioè, “indorata” per rendere meno sgradevole, anzi, quasi piacevole, la sua ingestione), in quantità variabile da una dramma (1,25 gr. circa) a mezza dramma; per essere efficace la triaca doveva essere assunta dopo aver purgato il corpo altrimenti il rimedio sarebbe stato peggiore del male.
Il periodo più favorevole per i trattamenti con il provvidenziale farmaco era l’inverno, seguito dall’autunno e dalla primavera. A meno che la situazione del paziente fosse particolarmente grave, l’estate era da evitare.
Con il trascorrere dei secoli, l’interesse per questo poli farmaco è andato a poco a poco scemando e, nonostante non lo si utilizzasse praticamente più, a fine Ottocento lo si trovava ancora iscritto nelle farmacopee di numerosi paesi, compreso il Nostro. Fino al 1850 esso era preparato ancora a Venezia; fino al 1906 a Napoli.
Desidero, infine, aggiungere una curiosità: una leggenda metropolitana riferisce che, fino al 1906, lo stesso elisir Campari fosse sostanzialmente una variante semplificata della Triaca e, da quella data, avrebbe comunque escluso la carne di vipera.
A quella data, grazie alle immaginifiche invenzioni dell’artista Fortunato Depero, l’elisir assunse il colore rosso e fu confezionato nella iconica bottiglietta (da lui stesso brevettata) e che si utilizza tutt’oggi!

NOTE

[1] Le medaglie pubblicate provengono dalla collezione Lucheschi ed erano confluite in quella di Piero Voltolina; esse sono state pubblicate sul catalogo di quest’ultima (Piero Voltolina La storia di Venezia attraverso le sue medaglie, 3 voll., Milano, 1998) ai numeri 226, 490, 491, 510, 511, 653, 654 e 920 e sul catalogo della casa d’aste Arsantiqua (The Serenissima Collection; history of Venice through medals, 3 voll.) ai numeri 86 a pag. 54, 167 e 168 a pag. 200, 175 a pag. 205, 176 a pag. 205, 233 e 234 a pag. 240 [part I (XV-XVI Cent.)] e al numero 33 a pag. 77 [part II (XVII Cent.)].
Unitamente ad alcune immagini, i gettoni in questione sono stati anche pubblicati in Alessandro Ubertazzi, La Triaca, magico polifarmaco o prezioso placebo? in Giovanni Maconi “La medicina popolare in Valle Imagna; componenti magiche, religiose ed empiriche fra l’Ottocento e il Novecento”, Centro Studi V.I., Bergamo, agosto 2006, pagg. 46-69.

[2] Alessandro Ubertazzi, Triaca, magico polifarmaco o prezioso placebo? testo della relazione tenuta al Rotary Club Milano Nord-Ovest il 14 novembre 2002.

[3] Elettuario è un medicamento composto da vari ingredienti.

[4] Commentando gli acquarelli di Giovanni de Grevembroch ne “Gli abiti dei veneziani di quasi ogni età con diligenza raccolti et dipinti nel secolo XVIII” pubblicati a Venezia nel 1981, il Mariacher ricorda: «I “fabbricatori” indossavano una giubba azzurra abbottonata sul davanti sopra una camicia bianca col colletto rigido, calzoni verdi al ginocchio con calze bianche, infine berretti neri e scarpe dello stesso colore. Il costume dei “facchini-pestatori” era in prevalenza bianco (giubba e grembiale) con calzoni rossi, calze blu e scarpe marrone con fibbia. Portavano una fascia rossa allacciata attorno alla cintola e dei cappucci blu dall’orlo giallo. Il numero delle penne sui loro copricapi indicava il grado di servizio: il capo poteva portarne tre, il vice due e gli altri una ciascuno. I “facchini” dovevano pestare nei giganteschi mortai di bronzo dapprima gli ingredienti duri, poi quelli secchi e infine quelli umidi e oleosi».

[5] Sulla rivista “Il Farmacista” e, in particolare, sul n. 4 del 22 febbraio 1966 è apparso un articolo di Rossella Castelnuovo dal titolo La terapia dell’illusione. Un quarto dei risultati positivi ottenuti nelle prove cliniche è da attribuire all’impiego di prodotti inerti; per questo uno scienziato australiano propone di considerare comunque i “non farmaci” delle vere e proprie medicine, da utilizzare anche al di fuori delle sperimentazioni.
In quell’articolo l’autrice si sofferma su quanto pubblicato da “New Scientist” a proposito dell’effetto placebo.
«… Uno psicologo australiano, Nicholas Voudouris dell’Università La Trobe di Melbourne, ha infatti deciso di affrontare il “placebo” in modo nuovo. Non più frangia ingombrante della sperimentazione dei farmaci, ma oggetto principale di studio. Non più vergogna della medicina, ma alleato nel lenire tali malanni. Non che Voudouris sia il primo a scoprire questo asso nella manica di molti terapeuti, dispensatori più o meno pietosi di zuccherini mascherati da pillole. Ma nuovo è il suo modo di affrontare l’argomento, come ha raccontato sulla rivista inglese “New Scientist”. Visto che l’insieme dei trial clinici dimostra che circa il 20-25 per cento degli effetti positivi su un malato trattato con farmaci dipende dal placebo, l’australiano propone di considerare anch’esso una medicina. In modo chiaro e onesto, superando tra l’altro, il non facile a-spetto della segretezza e dell’inganno che, di fatto, accompagnano ogni trattamento con placebo…».
C’è da presumere che, assumendo la triaca con quelle norme così puntigliose, una buona percentuale di ammalati del passato trovassero comunque effettivo giovamento alle loro infermità.

 [6] Nell’antichità, il sale era una sostanza particolarmente preziosa: ne sanno qualcosa i bergamaschi ai quali Venezia lo lesinava al punto che, soprattutto nei luoghi più poveri (dove non c’era denaro sufficiente per comperarlo) si svilupparono malattie endemiche come, ad esempio, il “gozzo”.
Le immagini riportate si riferiscono ad alcuni rari gettoni (tratti dalla raccolta dell’Autore), per l’acquisto di quantitativi specifici di questo prezioso integratore alimentare.
Anche questi gettoni [qui Figure A-B-C] provengono dallo smembramento della collezione Voltolina nel cui catalogo (vedi sopra nota 1) sono pubblicate ai numeri 456, 457 e 934 mentre, in quello della casa d’aste Arsantiqua (vedi sopra ancora nota 1), ai numeri 158 a pag. 194, 160 a pag. 195 del vol. I).

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Figura A. Tessera per il sale fusa a Verona durante la prima metà del XVI secolo. Opus anonimo (AE Ø 42,3 mm-20,97 g) D/ Anepigrafe. Scena dell’Annunciazione, sulla destra la Vergine aureolata ascolta a mani giunte ed inginocchiata l’angelo posto sulla sinistra che, nel porgerle un giglio, le trasmette il messaggio divino. In alto la colomba simbolo dello Spirito Santo; bordo in rilievo. R/ MINAL SAL. Scritta su due righe sopra un giglio con ai lati due rosette, sotto tre rosette non allineate; bordo in rilievo.

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Figura B. Tessera per il sale fusa a Verona durante la prima metà del XVI sec. Opus anonimo (AE Ø 34,4 mm-12,09 g) D/ Anepigrafe. Scena dell’Annunciazione, sulla destra la Vergine aureolata ascolta a mani giunte ed inginocchiata l’angelo posto sulla sinistra che, nel porgerle un giglio, le trasmette il messaggio divino. In alto la colomba simbolo dello Spirito Santo; bordo in rilievo. R/ QVARTA SAL. Scritta su due righe sopra un giglio con ai lati due rosette, sotto tre rosette non allineate; bordo in rilievo.

Figura B. Tessera per il sale fusa a Verona durante la prima metà del XVI sec. Opus anonimo (AE Ø 34,4 mm-12,09 g) D/ Anepigrafe. Scena dell’Annunciazione, sulla destra la Vergine aureolata ascolta a mani giunte ed inginocchiata l’angelo posto sulla sinistra che, nel porgerle un giglio, le trasmette il messaggio divino. In alto la colomba simbolo dello Spirito Santo; bordo in rilievo. R/ QVARTA SAL. Scritta su due righe sopra un giglio con ai lati due rosette, sotto tre rosette non allineate; bordo in rilievo.

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Figura C. Tessera per il sale coniata a Padova nel 1643. Opus anonimo (AE Ø 26,1 mm-8,9 g). D/ A(NTONIO) N (EGRINI). Figura femminile in piedi sopra un delfino nuotante verso sinistra, con la sinistra alzata, tiene sopra di sé un nastro; bordo in rilievo. R/ SALE 1643. Scritta su due righe, in alto una rosetta; bordo in rilievo.
Questa interessante tessera alimentare testimonia che, anche nel XVII secolo (cfr. Venus 1. pp. 194, 195, 236 nn. 158, 160 e 227), la distribuzione gratuita del sale ai poveri persevera attraverso le congregazioni e le confraternite che, istituzionalmente, se ne occupavano operavano, nel territorio della Repubblica di Venezia. Anche Antonio Negrini, in quanto daziario, era obbligato dal Magistrato al Sal a tali distribuzioni che, a Padova, erano operate secondo l’unità di misura dello staro adottato da quella città, pari a 1.28.98.

La sorveglianza del sale che confluiva nelle salere della Dogana a Venezia, venne affidata dapprima ai Salineri del Mare poi, con decreto del 6 giugno 1428, ai Provveditori del Sale. A questi depositi si recavano i Daziari, cioè coloro che prendevano in affitto dal Governo il dazio del sale destinato sia alla Dominante che ai vari territori del Dogato. Essi erano tenuti a consegnare una certa quantità di sale, senza indennizzo (almeno sino al 1637) a titolo di regalia ad alcuni magistrati (gli avvocati fiscali, i segretari del Consiglio dei Dieci), a prezzo ridotto ad alcune comunità “privilegiate” e ancora gratuitamente alle comunità religiose che le distribuivano poi ai “loro” poveri. L’assegnazione avveniva una volta l’anno (in prossimità del Natale) e variava, nella quantità, dai due ai sei stara (da un minimo di 55 litri a un massimo di 174) per comunità. La consegna “fisica” del sale non avveniva però in un’unica soluzione: in pratica, i Daziari davano ai religiosi un certo numero di tessere recanti l’indicazione di una determinata misura in modo che il loro insieme corrispondesse al credito che ciascuna comunità vantava. Via via, secondo il bisogno, il Daziario consegnava la quantità di sale corrispondente alla tessera presentata. Questa conteneva generalmente anche le iniziali o, addirittura, il nome del Daziario e, talvolta, la data (in tal modo è stato possibile valutarne la diffusione tra il 1549 e il 1723). Tali tessere, tutte di bronzo, non appaiono particolarmente eleganti: certo non furono opera della Zecca, lo evidenzia anche la grande varietà nelle forme e nelle dimensioni, segno che non ubbidivano a prescrizioni ufficiali di emissione. Si trattava evidentemente di contrassegni che, commissionati da privati (i Daziari appunto), “dovevano” risultare inconfondibili e quindi diversi gli uni dagli altri.

Bibliografia
-Angelus Bolzetta Pharmacopola Patavinus D. & S., Theriaca Andromachi Senioris, juxta placita Sacri Patavini Philosopf. et medic. Collegij … Ill.mae Germanae Nationi, Apud Impressores Cam. Permissu utriusque Fori, Patavij, 1626 [Figura D].
-Girolamo Dian, Cenni storici sulla farmacia veneta al tempo della Repubblica, (parte II^), La Triaca, Firenze, 1891.
-Marianne Stössl, Lo spettacolo della Triaca; produzione e promozione della “droga divina” a Venezia dal Cinque al Settecento, a cura del Centro Tedesco di Studi veneziani (quaderno n. 25), Venezia, 1983, 48 pagine.
-Alessandro Ubertazzi, Triaca, sintesi della relazione omonima tenuta al Rotary Club Milano Nord-Ovest il 14 novembre 2002, Bollettino del Club n.11 dell’anno Rotariano 2002-2003, una cartella.
-Alessandro Ubertazzi, La Triaca, magico polifarmaco o prezioso placebo? in Giovanni Maconi La medicina popolare in Valle Imagna; componenti magiche, religiose ed empiriche fra l’Ottocento e il Novecento, Centro Studi Valle Imagna, Bergamo, agosto 2006, pagg. 46-69.

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Figura D. Frontespizio del Theriaca Andromachi Senioris di Angelo Bolzetta, Padova 1622.

Appendici

Le virtù principali della triaca d’Andromaco Seniore.

Che si fabbrica nel Pubblico Archigimnasio di Bologna dalli Speziali alla presenza dell’Illustrissimo ed Eccellentissimo Collegio di Medicina di detta Città.

La Dose della Triaca è di due scrupoli incirca, cioè quanto è una fava.

  1. Preserva dalla peste e giova molto anche agli infetti, bevendoli dietro un bicchierino di Vino.
  2. Giova al morso del Cane rabbioso e della Rabbia Canina.
  3. Al morso di qualunque Animale Velenoso.
  4. Alli Veleni semplici, ò composti presi per bocca, adoprata in doppia dose.
  5. Alle Vertigini.
  6. Alla Paralisia (entrambi con Acqua Mellata).
  7. Alla Epilessia ne’ macilenti con Acqua Mellata, ne’ corpulenti, e sanguigni con Aceto Mellato.
  8. All’Apoplesia, con Acqua Mellata.
  9. Alli Deliri Furiosi, con Acqua Lattuca, ed Indivia.
  10. Alli Dolori di Capo, anche inveterati presi con l’Acqua di Bettonica.
  11. Alla gravità dell’Udito, con l’Acqua predetta.
  12. Alla Tosse senza febbre, con Vino Mellato, con febbre poi, con Acqua di Uva passa.
  13. Al Dolore de’ Denti tenuta solo in bocca.
  14. All’Asma, con dietro Aceto Squillitico.
  15. Allo sputo di Sangue, con Acqua di Portolacca.
  16. Alle passioni cardiache senza febbre, con Vino, ma con febbre con Acqua di melissa.
  17. Alli Dolori di stomaco, presa in Vino.
  18. All’Inapetenza, presa sola col Vino.
  19. Alla Fame Canina con Acqua di Gramigna.
  20. Alla Colera con Vino.
  21. Alla Colica, purché senza infiammazione, con Brodo.
  22. A’ Vermi, che eccitano la fame, con acqua di gramigna.
  23. Al Volvolo, purché non vi sia infiammazione, con Brodo.
  24. Alle ostruzioni e Tumori del Fegato, con Aceto Mellato.
  25. Alla Cachessia, col Vino.
  26. Alla Idropisia, con decozione di Assaro.
  27. Alle Ostruzioni della Milza, con devozione predetta.
  28. Agli umori viscosi delle Reni, con Vino Mellato.
  29. Alla difficoltà dell’Orina, con decozione d’Apio è di Petrosello.
  30. Alle Ulcere della Vescica, con decozione di Radici d’Altea è semi di Mellone.
  31. Alla Indebolita Virilità, col Vino.
  32. Per facilitare l’uscita del Feto Morto dall’utero Materno, con decozione di Ditamo e alquanto di Miele.
  33. Alla Dissenteria.
  1. Alla Lienteria.
  2. Alla soperchia Purgazione.
  3. Alla troppa abbondante purga delle Emorroidi (queste ultime quattro prese con decozione di Consolida odi Smacco).
  4. Alla soppressione dell’Emorroidi in Vino e Brodo.
  5. Alla Podagra.
  6. Alli Dolori Artritici.
  7. Al Morbo Gallico.
  8. Alli Cancri (quest’ultimi quattro presi con decotto d’uva artetica).
  9. Alle quartane e alle Melanconie.
  10. Alli rigori delle Febbri malinconiche (quest’ultime due con Vino).
  11. Alla Raucedine, con Acqua di Fanfara.
  12. 45. Alla debolezza di Vista, con Acqua di Finocchio.
  13. Conserva per ultimo i Corpi in perfetta salute, li tiene lontani da molte infermità e li costituisce in ottimo temperamento presa una e due volte il Mese con Vino.

Componenti della teriaca secondo alcune farmacopee europee.

Componenti  Austriaca Hispanica Germanica Belgica     Graeca     Helvetica
Bulbo di scilla 1 1 2
Garofani 10 10 2 1
Corteccia di cannella della China 10 10 2 1
Corteccia di cannella del Ceylan 89 2
Croco 1 1
Estratto d’oppio 20
Solfato di ferro 1 1 1
Foglie di menta piperita 100 100
Foglie di salvia 100 100
Frutto d’ammonio 0,5
Frutto d’anici 0,5
Frutto di carvi 2
Frutto di finocchio 0,5
Frutto di pepe nero 4
Mirra 1 1 1
Oppio 1/120 * 1/120 * 1 1 5/6
Radice di angelica 20 200? 6 6 2
Radice di genziana 2
Radice di serpentaria 135 4 2
Radice di valeriana 2 2
Rizoma di zedoaria 2 2
Rizoma di zenzero 20 200? 89
Semi di cardamomo 89 1 1
Semi di miristica 10 10
Vino alcolico 4
Vino di Spagna 3
Vino di Malaga 45 q.b.
Miele depurato q.b. 600 533 72 72 70
Totali ? ? 1000 97 100 circa 88

* Dell’elettuario.

Componenti della teriaca secondo altre farmacopee.

Componenti                            Gallica                        Hispanica
Asfalto 1 1
Benzoino 2
Bolo armeno 2
Bulbi di scilla 6 8
Cassia lignea 4
Castoro (Canadà) 1 1
Catecù 4
Cannella della China                                      6,5
Cannella di Ceylan 10
Frutti di cedro 6
Croco 4 4
Solfato di ferro secco 2 2
Fiori di lavanda (Stoechados) 3 3
Fiori di rose rosse 6 6
Foglie di lauro 3 3
Foglie di scordio 6
Frutti di Ammeos officinale 2 2
Frutti d’anice 5 2
Frutti di Dauci cretici 1 1
Frutti di finocchio 2 2
Frutti di ginepro 2
Frutti di petrosellino 3
Frutti di pepe lungo 12 12
Frutti di pepe nero 6 3
Frutti di Seseleos massiliensis 2 2
Fungo del larice 6 6
Galbano 3 1
Gemme di pino piceo 1                                      0,5
Gomma arabica 2 2
Herba Dictamini cretici 3 3
Herba Pentaphylli 3
Herba Teucrii magni                                      0,5
Legno d’aloe 1                                      0,5
Mastice 1                                      0,5
Mica di pane seccato 6
Mirra 4 4
Incenso 3 3
Oppio 12 12
Opopanaco 1 1
Radice di aristolochia clemat. 1
Radice di pistoloch. 1
Radice di asaro 1 0,5
Radice di dittamo bianco                                    16
Radice di genziana 2 2
Radice di enula 3
Radice di meu 2 2
Radice di nardo celtico 2
Radice di nardo indiano 4
Radice di potentilia 1 3
Radice di rapontico 3 3
Radice di valeriana maggiore                                      0,5
Radice di valeriana minore 8 2
Rizoma di calamo 3                                      2,5
Rizoma di cipero longo 3
Rizoma di iride fiorentina 6 6
Rizoma di zenzero 6 3
Sagapeno 2
Semi Brassicae napi 6 6
Semi di cardamomo minore 8 6
Semi di Ervi erviliae 20
Semi di petrosellino 3
Semi di pepe bianco 3
Semi di Thlaspeos 2
Stirace solido 2
Succo di acacia vera (del frutto) 2
Succo di Hypocistidis insp. 2
Succo di liquirizia 6 6
Sommità di calaminta 3 3
Sommità di centaurea minore 1 1
Sommità di camedrio 2 2
Sommità di Chamaepithyos 2 2
Sommità di costo ortense                                      0,5
Sommità di iperico perf. 2 2
Sommità di maggiorana                                      0,5
Sommità di marrobbio bianco 3 3
Sommità di polio montano 3 2
Sommità di scordio 6
Terra sigillata 2
Tragacantha 0,5
Vipere seccate cogli intestini 11

Totali

221 221,5
Solventi in relazione alla triaca.               Gallìca               Hispanica
Polvere triacale 1000                         1000
Balsamo peruviano                               2,5
Opobalsamo                             32,5
Trementina d’abete                             15
Trementina di Chio (Pistacia terebinthus L.) 50
Miele bianco 3500                         3000
Vino di Grenache 250
Vino rosso (vino tinto)                         1520
Totali 4800                         5570

Aprile 2026

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