Il significato incerto di un gruppo in bronzo

della Redazione di Antiqua, featuring Guerrino Lovato

In un’asta Bertolami del giugno 2026, espressamente dedicata agli oggetti d’arte in bronzo, è stato presentato un gruppo raffigurante un’allegoria dei cui significato qui si discute [Figura 1].

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Figura 1. Allegoria, bronzo “a patina trasparente verdastra su fondo nero”, cm. 23 x 21 x 13, Bertolami 26.6.2026 n. 8, ivi attribuito a Scuola toscana o francese, probabilmente XVII-XVIII secolo.

Già nella scheda in catalogo si scrive che “Questo straordinario bronzetto rappresenta una allegoria di non facile interpretazione” e, dopo averlo descritto, si citano – sulla base di “vari trattati di iconologia” – l’Invidia e la Discordia per quanto riguarda la figura femminile a sinistra; nessuna ipotesi per la figura maschile. Alla Discordia rimanda una scritta in francese, collocata nella parte posteriore del basamento, “purtroppo di non facile lettura in quanto i caratteri tipografici si mescolano e sovrappongono”.
La scheda si conclude con una sorta di esortazione: “Un piccolo mistero da svelare”.
L’oggetto viene attribuito a Scuola toscana, rammentando i modi di Soldano Benzi, o francese, per la “patina verdognola e la scritta in francese”, probabilmente tra XVII e XVIII secolo (nota 1).
Per quanto riguarda epoca e provenienza non siamo riusciti a raccogliere pareri che non fossero dettati da un approccio di pura sensazione, mentre abbiamo accolto volentieri la sfida circa l’interpretazione del soggetto e ci siamo messi al lavoro partendo dalla scritta.
L’immagine della stessa non viene pubblicata a giugno 2026, ma è rintracciabile nel catalogo del 2024 [Figura 2].

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Figura 2. Scritta alla base del bronzetto di Figura 1.

Abbiamo chiesto un parere al professor Arturo Biondelli, esperto d’arte antica e già docente di lingua francese che, in sintesi, si è espresso come segue. La scritta è stata fatta da uno “stampatore improvvisato” che aveva poca dimestichezza sia con i caratteri da stampa latini, sia con la lingua francese (forse di cultura slava?). Partendo dal “registro orale” e trasformandolo in forma scritta (con un procedimento difficile da riassumere), si otterrebbe: “le mensonge et la discorde conçus par leurs propres feux”, ossia “La menzogna e la discordia originate dai loro propri fuochi”.
Pur con tutti i limiti evidenziati dalla scritta, su cui torneremo, sembra di poter identificare i due personaggi raffigurati nella Discordia e nella Menzogna, facendo un passo avanti, almeno per quanto riguarda quest’ultima, rispetto a quanto riportato dalla scheda del catalogo Bertolami.
La successiva ricerca iconografica sembra fornire le necessarie conferme.
Mostriamo in proposito la Discordia in un particolare di un’incisione del tedesco Georg Christoph Eimmart (1638-1705), uno dei collaboratori di Joachim von Sandrart (1606-1668) per le illustrazioni dell’opera Academia Todesca della Architectura, Scultura e Pittura, oder Teutsche Academie del Edlen Bau, Bild-und Mahlerey-Künste, edita a Norimberga e Francoforte tra il 1675 e il 1680. Si vede una figura, invero piuttosto androgina, con capelli serpentiformi [Figura 3, nota 2].

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Figura 3. Georg Christoph Eimmart, La discordia/La furia/La vittoria (particolare della Discordia), incisione cm. 31 x 20, Norimberga, 1677 circa, tratta da Sandrart, op. cit.

L’accostamento del fuoco alla Discordia è illustrato in un’incisione su rame acquerellata a mano, estratta dal Dizionario Mitologico, ovvero della Favola, Storico, Poetico, Simbolico ec. In cui esattamente si spiega l’origine degli Dei, de’ Semidei, e degli Eroi dell’Antico Gentilesimo, i Misterj, i Dogmi, il Culto, i Sagrifizj, i Giuochi, le Feste, e tutto ciò, che appartiene alla Religione de’ Gentili di Andre de Claustre (attivo durante il XVIII secolo), edito a Napoli presso Michele Stasi nel 1785 [Figura 4].

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Figura 4. La discordia, incisione cm. 17 x 12, Napoli 1785, tratta da de Claustre, op. cit.

Quanto alla Menzogna, proponiamo un dipinto di Salvator Rosa (1615-1673) in cui si vede un uomo reggere una maschera [Figura 5].

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Figura 5. Salvator Rosa, Menzogna, olio su tela cm. 136 x 96, 1645-1648, Firenze, Palazzo Pitti, Galleria Palatina.

Il dipinto compare citato come “Menzogna” nella descrizione della quadreria fiorentina redatta nel 1828 da Francesco Inghirami (1772-1846).
L’uomo ha però l’aspetto virtuoso di chi rivela la menzogna piuttosto che rappresentarla.
Nel nostro bronzetto, il personaggio maschile ha un fuoco ardente ai suoi piedi e regge nella mano sinistra un bastone. Li troviamo riprodotti in un’incisione austriaca raffigurante Die Lüge, ossia la menzogna, contenuta in Iconologie, oder Ideen aus dem Gebiethe der Leidenschaften und Allegorien, pubblicato a Vienna nel 1807 [Figura 6].

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Figura 6. La Menzogna, incisione, Vienna 1807, Tratta da Iconologie …, cit. (fonte Meisterdruke).

La didascalia che accompagna l’immagine sul sito Meisterdruke recita: “Allegoria della menzogna rappresentata brutta, con capelli e vestiti cattivi. Il suo abbigliamento è pieno di lingue e maschere. La paglia ardente illustra la mancanza di sostanza delle sue parole e la gamba di legno, la poca solidità”.

Interpretazione alternativa
Quando si pensava di aver centrato l’obiettivo, identificando il soggetto del bronzetto, ecco irrompere – a scompaginare le carte – un parere “perentorio” di Guerrino Lovato, studioso di iconologia e scultore, al quale ci eravamo rivolti per ottenere alcune conferme: il bronzetto rappresenta Prometeo che smaschera l’Invidia!
A parte un’interpretazione “di getto” basata sull’esperienza e la conoscenza dei temi della scultura, anche i più rari, sono due i motivi principali che hanno spinto in questa direzione.
Il primo è che il personaggio maschile non esibisce la maschera come un proprio attributo e nemmeno come un simbolo; la maschera viene tolta dal viso della vecchia che assume un’espressione attonita [Figura 7].

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Figura 7. Particolare del bronzetto di Figura 1.

Il secondo è che il volto dell’uomo è nobile ed elegante, quasi quello di un Cristo, incompatibile con la rappresentazione della menzogna [Figura 8].

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Figura 8. Particolare del bronzetto di Figura 1.

Ne consegue che la scritta viene così giudicata: “… un pasticcio che non merita riflessione alcuna”.
Effettivamente, l’Invidia viene spesso raffigurata, similmente alla Discordia, come una vecchia dai seni cadenti e avvizziti con serpenti al posto dei capelli, come già evidenziato nella scheda del catalogo Bertolami di cui sopra. Si veda, ad esempio, un’incisione dell’olandese Jacob Matham (1571-1631), appartenente a una serie dedicata ai Vizi capitali e alle Virtù, in cui la donna sta divorando un cuore perché l’invidia è un vizio che divora chi lo prova; ai suoi piedi la scritta “Invidia aspeius nihil est, nec acerbius usquani/Tabificum pravis malum et exitiale venenum ossia” (ossia Nulla è più orrendo dell’invidia, né vi è nulla di più amaro/un male che corrompe e un veleno mortale) [Figura 9, nota 3].

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Figura 9. Jacob Matham, L’Invidia, incisione cm. 32,2 x 17, 1593.

Discordia e Invidia compaiono insieme ai piedi del Tempo che protegge la Verità in un dipinto di Nicolas Poussin (1594-1665) [Figura 10, nota 4].

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Figura 10. Nicolas Poussin, Il Tempo protegge la Verità dagli attacchi dell’Invidia e della Discordia (particolare), olio su tela, diametro cm. 2,97, 1641; Parigi, Museo del Louvre.

L’Invidia è sulla destra con i capelli serpentiformi, mentre è la Discordia a impugnare una torcia come nel bronzetto. Tuttavia, un nesso anche tra Invidia e fuoco è sancito da Giotto in un affresco della Cappella degli Scrovegni a Padova [Figura 11, nota 5].

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Figura 11. Giotto, Invidia, affresco cm. 100 x 50, inizio XIV secolo, Padova, Cappella degli Scrovegni (Foto: Musei Civici di Padova).

Si tratta ora di chiarire i rapporti, se ve ne sono, tra il presunto Prometeo e l’Invidia.
Ne abbiamo riscontrati più di uno.
Innanzitutto, c’è una letteratura piuttosto vasta che identifica Prometeo come l’oggetto dell’invidia degli dèi per aver agito per riscattare la condizione umana rubando per loro, come è noto il fuoco sacro (nota 6).
Inoltre, Prometeo viene condannato a essere incatenato a una roccia affinché un’aquila gli divori il fegato che poi si riforma protraendo il supplizio all’infinito. Il fegato produce la bile e la relazione tra bile e invidia è evidente almeno per quanto riguarda l’aspetto semantico: espressioni come “mangiarsi il fegato” (nota 7), “essere verdi di bile” o “masticare amaro” riferiti all’invidia sono di uso corrente e poggiano su basi somato-psichiche (nota 8).
Che il personaggio maschile raffigurato nel bronzetto possa essere Prometeo si può supportare anche sul piano iconografico.
L’oggetto che l’uomo tiene nella mano sinistra avvicinandolo al fuoco non sarebbe un semplice bastone, tantomeno una stampella (vedi ancora Figura 6), ma il tronco cavo di situla (altrimenti definito nartece) in cui Prometeo avrebbe nascosto il fuoco rubato agli dèi [Figura 12].

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Incolla didascalia qui

Vedi per confronto un vaso attico a figure rosse, in cui si vede Prometeo che consegna il fuoco ad alcuni satiri danzanti, conservato presso il Museo Nazionale delle Marche di Ancona [Figura 13, nota 9].

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Figura 13. Vaso attico a figure rosse (particolare), Ancona, Museo Nazionale delle Marche.

Tutto ciò premesso, quale delle due ipotesi soddisfa l’identificazione del bronzetto: La Menzogna e la Discordia oppure Prometeo smaschera l’Invidia?
Come evidenziato, l’analisi iconografica si presta a qualche incertezza.

La scritta
Torniamo a esaminare la scritta (vedi ancora Figura 2) che risulta sia incussa ossia incavata.
Le lettere sono disallineate, la S e rovesciata, la N è realizzata con I I e, al posto della U, troviamo una V (circostanza consueta in epigrafia), ma realizzata con una A capovolta. Pensiamo che le lettere non siano risultate in fusione, bensì realizzate con punzoni in acciaio temprato, di quelli usati per la marcatura di lettere sugli oggetti di metallo (nota 10).
Un’esecuzione così approssimativa mal si concilia, in ogni caso, con la qualità dell’opera in bronzo.
Secondo Biondelli “il font della scritta è databile a fine Ottocento, primi decenni del Novecento”, – per cui essa è da considerare “moderna” – e prosegue “… tale didascalia non aggiunge né toglie alcun merito a questa scultura pregevole, e semplicemente la ignorerei ritenendola il tentativo maldestro di volerla accreditare come francese”.
Pertanto, neanche la scritta ci può illuminare.
In quanto ritardataria e quindi apocrifa, potrebbe essere stata apposta sia su un bronzetto raffigurante La Menzogna e la Discordia, risultando con esso in sintonia, sia su un bronzetto di Prometeo che smaschera l’Invidia, travisandone, in questo caso, il soggetto originale.

NOTE

[1] Lo stesso bronzetto era stato venduto nell’asta Bertolami del 28.6.2024 (lotto n. 42) dopo essere stato presentato, senza alcuna ipotesi di provenienza, con una stima di euro 6.000-10.000 (ben superiore alla stima attuale di 2.500-5.000). Per completezza, in occasione di entrambe le aste, veniva indicata come referenza bibliografica la seguente pubblicazione: Eike D. Schmidt, Sandro Bellesi, Riccardo Gennaioli (a cura di), Plasmato dal Fuoco, catalogo della mostra, Le Sillabe, Livorno, 2019 (che non è stato possibile consultare).

[2] [Vedi].

[3] La frase è siglata F.E. che potrebbe stare per Franco Estius, poeta umanista, neolatinista; scrisse versi latini per numerose incisioni di Hendrick Goltzius. Il suo nome non sembra comparire su incisioni successive al 1594, quindi questa è la sua presunta data di morte [Vedi].

[4] L’immagine è tratta dall’articolo Quant’è brutta l’invidia: le sue raffigurazioni nell’arte di Ilaria Baratta, pubblicato il 21.1.2026 su Finestresullarte a cui si rimanda [Leggi].

[5] “I piedi sono avvolti da alte fiamme che la bruciano come il desiderio di possedere le cose degli altri: è un sentimento, infatti, che brucia innanzitutto chi lo prova e che mai lo appaga”. Immagine e citazione tratta dall’articolo segnalato nella nota precedente.

[6] Si veda la voce Invidia degli dei su Wikipedia soprattutto con riferimento alle considerazioni svolte dallo psicoanalista Aldo Carotenuto proprio su Prometeo [Leggi].

[7] Questo modo di dire non pare avere una corrispondenza iconografica dal momento che l’organo che l’Invidia sta divorando è il cuore (vedi ancora Figura 9) e non il fegato.

[8] Per approfondire l’argomento si rimanda all’articolo Fegato – invidia e mito di Prometeo a cura della dottoressa Luisa Merati pubblicato su psicosomatica.org [Leggi].

[9] L’immagine è pubblicata in Gabriele Baldelli-Maurizio Landolfi-Delia G. Lollini, La ceramica attica figurata nelle Marche. Mostra didattica, Soprintendenza Archeologica delle Marche, Ancona 1991.

[10] In questo caso risulta ancora incomprensibile la riuscita della lettera S rovesciata.

Settembre 2026

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