Candelieri barocchi in argento, dai Catello al Museo di Capodimonte
di Gianni Giancane
Le fonti documentarie
Tra i numerosi lavori di Elio e Corrado Catello, studiosi di chiara fama delle argenterie antiche napoletane, un autentico caposaldo della loro attività di ricerca è rappresentato dal volume Argenti Napoletani dal XVI al XIX secolo. Pubblicato in prima stesura editoriale nel 1972 a cura del Banco di Napoli (stampato da Giannini), fu “ripreso” e rieditato dalla stessa casa editrice napoletana nell’anno successivo con il medesimo titolo ma con nuova veste tipografica.
La prima versione, infatti, di particolare pregio e fuori commercio, stampata su carta ruvida appositamente fabbricata dalle Cartiere Pietro Milani in Fabriano, è impreziosita – in ognuna delle 394 pagine costituenti l’opera – dal logo del banco di Napoli impresso in filigrana [Figura 1]; stampa e legatura furono eseguite dalle Officine Grafiche di Francesco Giannini e figli. Riservato a determinati doni strenna natalizi, vide la luce il 27 Novembre 1972.

Figura 1. Il logo del Banco di Napoli in scudo quadripartito, di forma sannitica a cuspide centrale inferiore in una delle pagine del volume (foto dell’autore).
La seconda versione, riveduta e arricchita nei contenuti a seguito di numerosi nuovi elementi storico-artistici nel frattempo emersi, redatta su carta lucida per un totale di 452 pagine, cura a stampa anche in questo caso delle Officine Grafiche Giannini, vide la luce il 12 settembre del 1973.
Estremamente importanti per la grande messe di informazioni inerenti alle argenterie napoletane nel lungo periodo: storia, sistemi di marcatura, consoli dell’Arte, maestri argentieri, punzonature varie e ricchissima documentazione fotografica, entrambe presentano nell’apparato iconografico le stesse opere (con un’integrazione di sei nuove tavole, e relativi manufatti, alle precedenti 84) talora con revisioni resesi necessarie a seguito delle nuove scoperte.
È questo il caso di un bellissimo candeliere, anzi uno di una muta di sei come scopriremo in seguito, oggetto del nostro dire [Figura 2].

Figura 2. Candeliere in argento, dimensioni non note, Catello 1972, p. 203.
Splendido nelle linee evolutive enfatizzate dall’opulenza barocca in una dimensione di pur notevole “slancio” stilistico e grazia globale, denota magistrale utilizzo e padronanza delle particolari tecniche esecutive dello sbalzo e successive rifiniture a cesello.
Dello stesso vediamo anche la relativa punzonatura riportata [Figura 3].

Figura 3. I tre punzoni rilevati sull’opera, Catello 1972, p. 203.
Da sinistra troviamo: il “bollo dell’Arte” con NAP sormontato da corona e il numero 98 sottostante, per l’anno 1698; le iniziali del maestro argentiere A e T con tre puntini in riquadro a contorno rettangolare dal profilo zigrinato; a destra il bollo consolare formato dalle iniziali G e S con lettera C sottostante (a indicare l’attività di console) e tre puntini, il tutto racchiuso in abaco trilobato (nota 1).
Presentato dai Catello nella Tav. XIX (Catello 1972, p. 202) come “Argentiere A. T. – Candelieri” viene di seguito e testualmente descritto: “Eseguiti interamente in lamina d’argento a sbalzo, presentano la ricca base triangolare con grandi volute, sulle cui coste sono applicati fiori e testine d’angelo, e il fusto variamente decorato. I candelieri, completi di bolli, recano il punzone consolare attribuito al maestro Gaetano Starace. Bari Raccolta privata.”.
Pur non precisato dai due autori, non è da escludere che le testine d’angelo siano state realizzate a fusione e successivamente applicate, cosa rilevabile con assoluta certezza soltanto con la visione diretta del manufatto e del suo interno.
Inoltre, l’uso del plurale per il candeliere pubblicato fa già pensare a dei multipli, senza tuttavia gli autori notiziarne il numero. La conferma che si tratti di un insieme la si ritrova nei riferimenti storico-artistici sul “console” Gaetano Starace, a proposito del quale i Catello riferiscono di aver individuato il suo bollo consolare su vari oggetti del periodo, compreso: “un parato di candelieri in raccolta privata a Bari” (per l’anno 1698), evidentemente lo stesso gruppo al quale appartiene il nostro (Catello 1972, pp. 71-72).
Nulla, tuttavia, viene riferito dagli autori a proposito del maestro argentiere, evidentemente sconosciuto al momento della stesura del loro lavoro.
E passiamo alla pubblicazione del 1973, dove ritroviamo lo stesso candeliere; anche la punzonatura presentata è la stessa della versione precedente.
C’è però un’importante novità.
Pur confermando la presentazione precedente del candeliere (Catello, 1972) e sopra riportata dallo scrivente, ad un certo punto leggiamo: “…I candelieri recano il punzone consolare, ora riconosciuto in quello di Giuseppe Simioli. …” nella scheda del quale emerge la presenza del suo bollo per il 1698 sull’insieme degli stessi (Catello,1973, p. 96).
Alla corretta rilettura del bollo consolare del Simioli (nota 2) non fa riscontro, tuttavia, nessun nuovo apporto conoscitivo sul maestro argentiere, pur ratificato, questo, da un evidente merco con le iniziali A e T, iniziali che in entrambe le opere (Catello 1972 e 1973) ricondurrebbero teoricamente a quelle di Aniello Treglia (vedi oltre), ma che gli studiosi si guardano bene dall’indicare, non essendo stata da loro riscontrata nessuna attività orafa del Treglia per il 1698, attività documentata con certezza fino al 1685 circa, ma non oltre.
Bisognerà attendere diversi anni quando un nuovo lavoro di Elio e Corrado Catello I Marchi dell’Argenteria Napoletana dal XV al XIX secolo, 1996, un volumetto che sembra quasi scomparire accanto alle due corpose monografie precedenti, ci regala in realtà nuovi e importanti contributi.
Nello specifico, tra i merchi dei maestri argentieri con iniziali A e T, oltre a quello del Treglia, ne compare un altro quasi identico [Figura 4].

Figura 4. Due bolli con le stesse iniziali A e T con tre puntini in riquadro, Catello, 1996, p. 57.
Come facilmente evincibile, il contenuto dei due merchi è identico, lettere, puntini e loro distribuzione, ma a risultare determinante è il profilo geometrico esterno a sviluppo rettangolare.
Il merco del Treglia, in basso, manifesta un sottile contorno poligonale liscio (con una lieve cuspide più o meno rilevante sopra la lettera A), mentre quello soprastante è definito da contorno perimetrale zigrinato, lo stesso che vediamo presentato fotograficamente in alto.
Come esplicitato dai Catello nel 1996 esso è riconducibile al maestro Antonio Torrone ed è lo stesso riportato nelle riproduzioni grafiche delle due monografie del 1972 e 1973 (vedi Figura 3).
A proposito di tale punzone (al solito preferiremmo chiamarlo merco), rilevato su una croce processionale nella chiesa di San Silvestro a Bagnoli del Trigno (Isernia) con unito bollo dell’Arte per il 1714, si riporta quanto riferito nelle notizie storico-critiche della scheda di siffatto oggetto sacro nel Catalogo generale dei Beni Culturali: “La croce è opera dello stesso argentiere autore di una croce processionale nel S. Pietro di Frosolone (del 1707) e di un parato di candelieri a Bari (del 1698)”.
Inevitabile riconoscere in questi ultimi la nostra muta di arredi sacri.
Quanto al nome dell’argentiere la scheda rimanda a “Bottega napoletana” quale ambito culturale, senza specifica paternità, riscontrata invece dai cugini Elio e Corrado Catello, come appena visto, nella figura del maestro Antonio Torrone, al quale potremmo assegnare a tal punto senza ulteriore esitazione la realizzazione dei candelieri nel 1698 come il bollo dell’Arte formalmente certifica.
I candelieri oggi
Ma quanti erano i candelieri? A distanza di oltre cinquant’anni che fine hanno fatto? Sono sempre in una collezione privata in quel di Bari?
Normalmente domande del genere difficilmente trovano risposte certe, vista la complessità e l’imprevedibile casualità degli eventi e delle condizioni che costellano i beni culturali e i loro percorsi.
Ma così come “l’imprevisto è spesso dietro l’angolo”, anche le scoperte possono manifestarsi improvvisamente e fortuitamente. Così nel mio “girovagare” dai mercatini alle fiere antiquarie, dalle mostre ai musei, è accaduto un inatteso “miracolo”.
Una recente passeggiata a Capodimonte dove la pacata e distesa natura del bosco avvolge simbioticamente le meraviglie artistiche del museo e del suo splendido contenitore, la Reggia, durante il percorso museale tra arredi lignei e le diverse centinaia di tele delle più prestigiose mani, sono apparsi ai miei esterrefatti occhi, locati e protetti in due teche, i candelieri, quei candelieri, suddivisi in due gruppi di tre. Ma sono proprio loro? Mi chiedevo tra incredulità e disarmante stupore.
Li conoscevo grazie agli studi dei Catello, ma non oltre.
Sì, erano esattamente quei manufatti che si offrivano a una mia visione diretta, e ne avevo finalmente individuato anche il numero, ben sei esemplari che emanavano divina luce e incommensurabile bellezza. Ammirati da vicino, nel pieno rispetto degli stessi e del contenitore che li proteggeva, ho potuto osservarne l’insieme e i dettagli, per uno di essi punzonatura compresa, firma indelebile di capolavori autentici (nota 3).
E del merco con iniziali A T ho potuto rilevarne, pur con molta fatica e al limite del visivamente raggiungibile, quel contorno perimetrale zigrinato che diceva chiaramente – per quanto di mia conoscenza e sopra raccontato – “Antonio Torrone”, certamente non Aniello Treglia (nota 4).
Eh sì, alla base di una delle due teche, infatti, la targhetta esplicativa così recita:
ANIELLO TREGLIA, Napoli, notizie 1665-1685
Sei candelieri
Seconda metà del XVII secolo
Argento
Acquisto Ministero per i Beni e le Attività culturali 2001 (da Milano Asta Sotheby’s).
Come potrebbe essere il Treglia, del quale non si hanno più notizie dal 1685 in poi, l’autore dei sei candelieri se il punzone bollo dell’Arte rinvenuto su di essi recita chiaramente NAP 98 (1698), così come ampiamente testimoniato dai Catello nei loro lavori? E con il merco sicuramente del Torrone? E inoltre, con il bollo di Giuseppe Simioli, console dell’Arte a partire dal 1696 (vedi ancora nota 3)?
“Emendandum est”.
La targhetta, imprecisione a parte, ci offre preziose informazioni sul percorso dei manufatti.
Lasciata la collezione privata levantina, la muta di sei candelieri ad un certo punto della sua storia arrivò in asta Sotheby’s a Milano nel 2001 e, vista la notevole importanza storico-antiquariale, in quella sede fu acquisita dal Ministero per i Beni e le Attività culturali destinandola evidentemente al prestigioso Museo di Capodimonte che, con attente mission sulla conservazione dei beni culturali che lo contraddistingue, ne assicura la giusta location espositiva e conservativa rendendo i candelieri fruibili al vasto pubblico per ammirarne nel quotidiano lo splendore assoluto.
NOTE
[1]
I consoli dell’Arte, figure obbligatorie a partire dal 1690, erano responsabili della verifica della bontà del titolo del nobile metallo nei lavori dei diversi maestri argentieri. Venivano nominati (eletti) per ristretti periodi temporali (duravano generalmente un anno e se ne eleggevano due) e, tra la fine del Seicento e il 1808, potevano essere rieletti solo trascorso un determinato periodo temporale (variabile), così come da normativa della Corporazione della nobile Arte.
Maestri argentieri essi stessi potevano realizzare loro opere e pertanto, quando oggi su un manufatto si riscontra la presenza del solo bollo consolare (senza quello del maestro argentiere e/o quello dell’Arte con l’anno di fabbricazione) si ritiene che l’autore sia stato lo stesso console.
[2]
L’avanzamento delle ricerche effettuate dai due Catello ha permesso evidentemente di correggere l’errore di attribuzione allo Starace in quanto di questo maestro non risulta documentata anche un’attività consolare nei vari atti d’archivio consultati dagli studiosi. Gaetano Starace fu sicuramente argentiere con attività certificata dal 1697 al 1727 (Catello 1996, p. 88).
Il Simioli, invece, oltre che maestro, fu anche Console dell’Arte in diversi anni, per il 1696, 1698-99, 1700, e 1707-08 (Catello 1996, p. 30)
[3] Lo scrivente è in attesa di formale autorizzazione da parte del Museo di Capodimonte alla pubblicazione di alcune foto dei candelieri oggetto di studio e pertanto per correttezza e deontologia professionale può al momento, scusandosi con i lettori, solo riferire verbalmente sugli stessi.
[4] Aniello Treglia è il padre di Matteo Treglia, autore della famosissima “Mitra di San Gennaro” realizzata nel 1713 e oggi conservata nel Museo della Cappella del Tesoro di San Gennaro all’interno del Duomo di Napoli.
Bibliografia citata
-Elio e Corrado Catello Argenti Napoletani dal XVI al XIX secolo, Edizione del Banco di Napoli, Offic. Grafiche Napoletane F. Giannini e figli, 1972.
-Elio e Corrado Catello Argenti Napoletani dal XVI al XIX secolo, Offic. Grafiche Napoletane F. Giannini e figli, 1973.
-Elio e Corrado Catello I Marchi dell’Argenteria Napoletana dal XV al XIX secolo, Franco Di Mauro Editore, 1996.
Giugno 2026
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