Un vassoio in maiolica di gusto settecentesco
di Gianni Giancane
Nel presente contributo affrontiamo lo studio di un vassoio in maiolica, sottoposto alla nostra attenzione tramite documentazione fotografica da una gentile lettrice, che presenterebbe (almeno teoricamente) i requisiti stilistico-decorativi per essere annoverato quale opera settecentesca di area italiana [Figura 1].

Figura 1. Vassoio in maiolica dipinto a fiori e insetti in policromia; cm 37 x 31 x 3, collezione privata (foto della lettrice).
Prima di qualsiasi disamina tecnica vediamo anche il retro della graziosa ceramica [Figura 2].

Figura 2. Il dorso del vassoio, in monocromo avorio, con il marchio di fabbrica.
Fronte e retro del manufatto, il cui marchio di fabbrica sarà oggetto di successive osservazioni, muovono una prima considerazione.
Il decoro sul fronte e la sua stesura evidenziano un’espressione stilistica che sarebbe perfettamente in linea con i manufatti ceramici emiliani del XVIII secolo, in particolare con l’area sassolese e ancor più probabilmente con l’importante manifattura dei Dallari attiva a Sassuolo nella seconda metà del XVIII secolo (nota 1).
Qui di seguito una coppia di vassoi prodotto dalla manifattura Dallari nel corso del Settecento [Figura 3].

Figura 3. Manifattura Dallari, coppia di vassoi ovali, cm 27,3 x cm 41 cm, altezza cm 5, Sassuolo, XVIII secolo (Boccalari-Barbolini Ferrari 1997, pp.78-79).
A differenza dell’impianto formale, in particolare quello della tesa, non del tutto corrispondente, è invece palese l’estrema vicinanza della decorazione presente sul vassoio in esame con quella riscontrata sui due vassoi sassolesi, in ognuno dei quali compare sia un mazzetto di fiori recisi legati a coccarda (a sinistra), sia un vivace bouquet di fiori, aggraziati da una farfalla, imperniati su un motivo a volute con frangiatura di chiaro gusto rocaille (a destra); completano il tutto fiori e insetti sparsi.
Parliamo allora di manufatti coevi? Il nostro vassoio è una maiolica settecentesca?
Direi proprio di no.
Per i motivi che andiamo a descrivere ritengo infatti l’opera una riproposizione decisamente postuma di un manufatto che nasceva con quel preciso impianto decorativo in area emiliana, a Sassuolo, tra il terzo e l’ultimo quarto del Settecento, praticamente una graziosa copia, concepita e dipinta con un forzato rispetto dei rapporti compositivi negli spazi e nelle movenze, con le cromie che cercano di assomigliare a quelle originali.
E allora perché una copia tardiva?
Partiamo dalla foggia del vassoio, scandita da quattro comparti a simmetria assiale e contornati da profili curvilinei concavo-convessi separati nettamente da altrettante cuspidi decisamente pronunciate e a due a due contrapposte (vedi ancora Figura 1).
Tale specifica formatura non appartiene ai consueti campionari di opere del XVIII secolo e a Sassuolo nello specifico, prediligendo questi, nell’andamento dei profili, linee più morbide, più armoniose e “continue”, come si può notare negli esemplari originali (vedi ancora Figura 3).
I rapporti tra tesa e cavetto sono inoltre fortemente sbilanciati, a un’ampia tesa (adornata da rilevanti setti radiali) con più ristretto cavetto nel nostro, infatti, si contrappone un’opposta distribuzione delle parti in quegli antichi, premiandone lo spazio disponibile a una più concreta destinazione d’uso.
E veniamo alla dipintura.
Se i pigmenti possono risultare compatibili con quelli settecenteschi, nel senso che si avvicinano ai colori usati nella fabbrica del Dallari a Sassuolo, non si può dire altrettanto per la distribuzione e stesura dei decori.
Infatti, fiori e girali, in particolare il mazzetto a sinistra e la campitura centrale [Figura 4], appaiono “densamente popolanti” il vassoio, non tanto nella quantità quanto nei rapporti dimensionali a discapito di quella leggiadria facilmente rilevabile nelle opere più antiche con le quali ci relazioniamo.

Figura 4. La decorazione centrale del vassoio in esame, distribuita tra cavetto e tesa.
Pur rispettandone lo spirito e la motivazione stilistica, il decoro, già forzatamente riempitivo del piccolo cavetto, viene ulteriormente arricchito dall’altra componente, il mazzetto di fiori a sinistra distribuiti sulla tesa, quasi un obbligato debito alle stesure originali dei Dallari.
Inoltre, a ben osservare, i fiori presentano foglie, petali, corolle, molto ravvicinati e “stretti” privando il disegno di quelle micro-campiture libere che negli esemplari originali danno respiro e profondità alla composizione [Figura 5].

Figura 5. Particolari del vassoio settecentesco, esemplare a destra (vedi ancora Figura 3), dove emergono grazia e bellezza pittorico-compositiva.
I dettagli qui presentati, se confrontati con quelli dell’opera esaminata, lasciano ben pochi dubbi sulle differenti riuscite delle rese pittoriche.
Resa pittorica che nel nostro, se pur di buon livello esecutivo, è qualitativamente inferiore, risultando gli elementi fitomorfi e zoomorfi, qui gli insetti (nota 2), meno definiti e più essenziali, trattati con minor dovizia e cura dei dettagli morfologici rispetto a quelli sassolesi.
Un altro dettaglio importante è quello dell’invetriatura del vassoio, tendenzialmente “fresca”, con palese assenza di naturale usura.
Anche i materiali ceramici (terraglie, terrecotte, maioliche, porcellane) infatti, oltre a immancabili sbeccature e traumi meccanici vari, subiscono con l’incedere del tempo una naturale, lenta, ma inesorabile usura dello smalto, che perde in freschezza, acquisisce una sua specifica patina (pertanto non esclusiva degli arredi lignei) che solo l’occhio molto allenato di un vero conoscitore della materia sa individuare.
Tale status non depone a favore di un oggetto che dovrebbe viaggiare ben oltre i due secoli e mezzo di storia.
La pasta ceramica, da par suo, pur appena visibile sotto una piccola sbeccatura [Figura 6], sembrerebbe non proprio compatibile per colore e granulometria con gli impasti più antichi utilizzati nel 700 nelle maioliche emiliane, sassolesi e aree limitrofe nello specifico (nota 3), spesso (ma non esclusivamente) presentanti un colore di fondo dell’impasto più o meno grigiastro o anche ocraceo (nota 4).

Figura 6. Piccola sbeccatura presente al verso del vassoio in corrispondenza di una cuspide.
La natura e il colore della massa ceramica, per quanto visivamente evincibile, farebbe pensare ad una più “fresca” terracotta maiolicata, rivestita da un robusto strato di intonaco biancastro e smalto di copertura, che solo una visione diretta potrebbe, tuttavia, confermare o smentire.
E arriviamo al marchio, uno degli elementi diagnostici spesso (ma non sempre) risolutivi, al quale lo scrivente riserva generalmente solo l’ultima fase dei suoi studi [Figura 7].

Figura 7. Il marchio di fabbrica sul retro del vassoio con evidenziazione dell’eccessiva “freschezza” dello smalto di vetrina.
Diciamo subito che, pur ampiamente consultata, in letteratura specializzata non è stata rilevata la presenza di tale marchio.
Sembrerebbe una F e una M con due V capovolte ai lati, o una F e quattro simboli grafici ai due lati in basso…
In attesa di eventuali quanto auspicabili scoperte risolutive in merito, si potrebbe pensare, ipoteticamente, a una delle tante fornaci operanti dal secondo Ottocento a tutta la prima metà (e forse più) del Novecento, probabilmente nella stessa area emiliana senza escludere del tutto altri bacini geografici viciniori.
Quello che a mio parere è possibile stabilire con maggiore certezza è che siamo in presenza di un manufatto a imitazione del passato, un oggetto decisamente gradevole, di buona linea e livello esecutivo e, sbeccatura a parte, in ottimo stato di conservazione.
NOTE
[1]
Nel 1741 Gio. Andrea Ferrari e altri otto soci vollero fondare a Sassuolo una “Fabbrica di Majolica” rivolgendo una “supplica” in tal senso al Duca Francesco III d’Este. Ottenuta la privativa per la produzione di maiolica ordinaria della durata di dieci anni, avviarono la produzione (Liverani, 1981, p. 23). Trascorso tale periodo e viste le difficoltà in cui versava la giovane industria, stante causa anche la prematura scomparsa del Ferrari già nel 1742 appena un anno dopo l’avvio della produzione, la stessa fu rilevata da Gio. Maria Dallari che da quel momento migliorò i livelli qualitativi e produttivi di maioliche in maniera tale da inoltrare Richiesta di Concessione per avviare la realizzazione di un prodotto qualitativo superiore, la cosiddetta maiolica fine, o vera maiolica, così come si lavorava in Romagna, a Faenza in particolare, permesso ottenuto nel febbraio del 1756 (Liverani, 1981, p. 26).
G. M. Dallari, probabilmente sul finire degli anni settanta, fu affiancato dal figlio Giovanni, notaio, poeta, patriota, commediografo, ma anche ceramista e valente pittore, il quale nel 1785 rilevò totalmente l’attività paterna con eccellenti esiti artistici e commerciali almeno fino al 1794 quando subentrò un periodo di crisi (anche legata alle subentranti vicende storiche di fine secolo) ma proseguendo comunque, a fatica, l’attività per il resto del XVIII secolo e fino al 1805, quando la sua scomparsa sancì il passaggio della Fabbrica ai figli Odoardo e Costanzo che ne modificarono la denominazione in Fabbrica Fratelli Dallari.
Complesse e tortuose vicende interne ed esterne condussero nel 1835 alla cessione della manifattura al conte Gio. Francesco Ferrari Moreni con la nuova denominazione Fabbrica Ferrari Moreni.
Per approfondimenti sui Dallari e altre manifatture limitrofe, le attività e vicissitudini delle quali spesso si intersecavano con quelle dei Dallari, si rimanda ai testi in Bibliografia.
[2] A proposito della presenza degli insetti nelle opere in terraglia, porcellana, maiolica, si segnala quanto riferito dallo scrivente nell’articolo Fiori e decori in quel di Meissen” (ottobre 2018) [Leggi, in particolare nota 7].
[3]
Intorno alla metà del XVIII secolo, in area emiliana, parlando di maiolica si intendeva un impasto di terracotta ricoperto da un “ingobbio” (intonaco) bianco coprente la massa ceramica a sua volta rivestito dallo smalto di copertura a base di piombo ottenendo in tal modo la cosiddetta “mezza maiolica” o maiolica ordinaria.
In area romagnola e a Faenza in particolare, si produceva invece la tipica maiolica fine, un prodotto qualitativamente superiore, con lo smalto a base di stagno al posto del piombo.
[4] Vedasi, ad esempio, Boccalari-Barbolini Ferrari 1997, pp. 88-92, figure varie.
Bibliografia
-Francesco Liverani, Ceramiche di Sassuolo: Note Storiche, Toschi, Modena 1977;
-Francesco Liverani, Maioliche Settecentesche dell’Emilia-Romagna, Artioli, Modena 1981;
-Francesco Liverani, I Dallari e la ceramica a Sassuolo nel Settecento, Faenza 1996;
-Giorgio Boccolari-Elisabetta Barbolini Ferrari, Ceramiche del ducato estense dal XVI a XIX secolo, Calderini, Bologna 1997;
-Matteo Ruini, Appunti sulla Storia della Ceramica a Sassuolo, Il Ducato n. 46, 2018.
Marzo 2026
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