Il trono di San Demetrio

di Andrea Bardelli

Scopo di questo articolo è chiarire da dove possa aver preso spunto El Greco per la realizzazione del trono dipinto nell’icona raffigurante San Demetrio [Figura 1, nota 1]. La ricerca ha riguardato possibili fonti iconografiche e materiali pressoché coeve al 1567, presumibile data di esecuzione del dipinto.

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Figura 1. Doménikos Thetokòpoulos (El Greco), San Demetrio, , 1569 circa, dipinto su tavola cm. 27,4 x 21,9.

Il trono sul quale il santo è assiso è in marmo e i suoi tratti salienti sono costituiti da uno schienale centinato decorato da grosse foglie d’acanto, due braccioli desinenti con zampe ferine, sorretti da cariatidi; sul fronte della seduta, delimitata da lesene scanalate sorretta da piedi ferini stilizzati, si intuisce la presenza di un bassorilievo figurato.
Troni marmorei sono già presenti in tutta la Grecia nel II secolo a.C., per cui può essere quella la fonte di ispirazione di El Greco (nota 2), ma si tratta di una fonte puramente ideale perché il trono raffigurato nell’icona ha una foggia molto curiosa e fantasiosa e presenta una struttura abbastanza inverosimile in termini funzionali, per cui c’è da chiedersi se esso rispecchi veramente qualche esempio reale (nota 3).
Effettivamente la struttura del trono, soprattutto per quanto riguarda la parte superiore risolta con braccioli di forma esile e slanciata, farebbe pensare a un modello ligneo piuttosto che marmoreo.
Purtroppo gli esemplari noti di troni lignei databili al XVI secolo sono rarissimi.
Il sedile ligneo, destinato a personaggi eminenti, è maggiormente diffuso in ambiente ecclesiastico, come dimostrano le sedie episcopali inserite sistematicamente al centro dei cori lignei già durante il XV secolo. Un sedile di ambito ecclesiastico, degno di comparire in qualche dipinto cinquecentesco di Madonna in trono, è quello di forma angolare già appartenente all’alcova della badessa del monastero di S. Paolo a Parma, celebre per essere stata affrescata dal Correggio nel 1518-1519 [Figura 2].
Il sedile risale alla metà circa del XVI secolo ed è dotato di un alto schienale rettangolare con ampi braccioli intagliati a volute con motivi fitomorfi, simili ai divisori degli scranni di numerosi cori intagliati cinquecenteschi; il sedile trapezoidale con il lato anteriore leggermente arrotondato è retto da sostegni a mensola che terminano con piede ferino (Pedrini 1925, p. 45 n. 69-70; Schottmuller p. 191 n. 456).
Se ci limitiamo all’ambito veneto, segnatamente veneziano, dove El Greco avrebbe potuto incontrare dei modelli da cui trarre spunto, possiamo segnalare un Trono Dogale in legno intagliato, anch’esso dotato di alto schienale rettangolare sormontato da una lunetta centinata. Lo schienale poggia su una parte inferiore squadrata in cui è inserito il sedile vero e proprio, costituito da una semplice tavoletta, sul tipo degli scranni corali [Figura 3].

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Figura 2. Scranno in legno di noce intagliato, metà XVI secolo, Alcova della Badessa del Monastero di San Paolo, Parma (Schottmuller 1928 p. 191 n. 456, foto Alinari).

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Figura 3. Trono dogale in legno intagliato, Venezia, XV secolo, Venezia, Museo di San Marco (Pedrini 1925, p. 53 n. 84).

Un secondo sedile di ambito veneto di cui è nota l’esistenza è in realtà un modellino di tronetto in legno intagliato dorato eseguito a Venezia nel XVI secolo, a suo tempo segnalato nella collezione Patitucci [Figura 4]. Parliamo di una poltrona con schienale traforato centrato da un quadrifoglio e montanti posteriori a sezione quadrata raccordati con braccioli rettilinei a identiche gambe anteriori; queste ultime sono unite da una traversa parimenti intagliata con al centro un rettangolo. Sebbene lo si possa qualificare come trono, questo sedile presenta la forma della maggior parte delle poltrone venete della metà circa del Cinquecento, altrimenti definite seggioloni, forma assai comune, ma ben lontana da quella che El Greco ha raffigurato.
Infine, possiamo segnalare un manufatto senza grosse ambizioni e pretese, se non di confort, segnalato nella collezione Cini del Castello di Monselice [Figura 5]. Si tratta di un sedile che combina la tipologia della sedia cosiddetta dantesca, per quanto riguarda la parte superiore, con un normale cassone, sebbene di ridotte dimensioni, poggiante su piedi leonini, nella parte inferiore.
Per la sua semplicità e concezione, pur ricordando nella forma e nell’ingombro il trono di San Demetrio, riesce difficile pensare che possa essere stato un mobile del genere a ispirare El Greco, per non parlare del fatto che si tratta di un esemplare assolutamente unico. I conti tornerebbero solo da un punto di vista cronologico perché il sedile può essere datato all’inizio del XVI secolo.

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Figura 4. Modello di tronetto in legno intagliato e dorato, Venezia XVI secolo, collezione privata (Alberici 1980, p. 68-69 n. 87).

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Figura 5. Sedile con banco a ripostiglio in legno di noce, inizi XVI secolo, Monselice (Pd), Collezione Cini (Gonzales Palacios 1969, I, p. 44 n. 41).

Delusi dalla ricerca tra esemplari reali di troni, troviamo invece un riferimento antico abbastanza puntuale in un affresco che decorava l’alcova della villa della Farnesina a Roma, cubicolo B, risalente al 20 a.C. e attualmente conservato a Roma presso il Museo Nazionale Romano [Figura 6].

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Figura 6. Venere seduta, decorazione alcova villa Farnesina a Roma, cubicolo B, 20 a.C., Roma, Museo Nazionale Romano
(Costantino Fioratti 2004 p. 10).

Si vede una Venere assisa su un trono presumibilmente ligneo dotato di braccioli antropomorfi e decorato sul fianco da un fregio figurato.
Sono almeno due i dettagli da considerare: il primo e più importante è costituto proprio dalle due sculturine antropomorfe che, sebbene con modalità diverse, reggono i braccioli: nell’icona di San Demetrio li sostengono sul capo come vere e proprie cariatidi, nell’affresco con le braccia slanciandosi in avanti. Il secondo dettaglio è il fregio figurato che nell’affresco decora il fianco del trono, presumibilmente ripreso anche sull’altro fianco e sulla fronte nella stessa posizione in cui, nel trono di San Demetrio, si intuisce si trovi un fregio simile.
A parte marmo e legno, possiamo trovare altri riferimenti negli avori di piccole dimensioni che avevano una circolazione capillare e potevano quindi costituire un veicolo di diffusione delle immagini.
A titolo esemplificativo, possiamo citare lo sportello di un dittico di Flavio Anastasio, databile al VI secolo VI (517), conservato a Parigi presso la Bibliothèque Nationale de France (inv. N° 296) che mostra il console seduto su un trono, presumibilmente marmoreo, dove compaiono teste leonine e cariatidi paragonabili, tra le tante, a quelle arcinote della loggia dell’Eretteo di Atene.

Tuttavia, proprio per il carattere metastorica del trono dipinto dal Greco, i confronti non vanno ricercati in esemplari reali, quanto nella fonte di ispirazione dei singoli elementi al fine di ricomporne l’unità in termini stilistici.
Inevitabile che la ricerca vada effettuata in ambito manierista, ossia in quella cultura che si diffonde senza limiti spaziali nella seconda metà del XVI secolo (nota 4).
Il riferimento obbligato è alla cosiddetta scuola di Fontainebleau, l’ampio movimento artistico sviluppatosi dopo il 1528 per iniziativa del sovrano francese Francesco I, il quale elesse il castello di Fontainbleau a sua residenza con l’idea di trasformarlo in un ambiente ricco e raffinato, degno delle grandi corti europee rinascimentali. A questo scopo si circondò di numerosi artisti ed artigiani, principalmente italiani, i quali non solo portarono oltralpe il Manierismo italiano, ma furono capaci, con la collaborazione di artisti e artigiani fiamminghi di elaborare un linguaggio originale, coinvolgendo tutte le forme dell’espressione artistica, con particolare riferimento alle arti decorative. Fu poi grazie alle incisioni che questi stilemi si diffusero in tutta Europa.
In questo senso, uno dei nomi più noti è quello del fiammingo Hans Vredeman de Vries (1525 circa-1526), architetto e pittore, noto per le sue incisioni di ornamenti architettonici, all’interno dei quali le cariatidi hanno notevole risalto.
Con specifico riferimento alla mobilia, viene citato spesso Hugues Sambin, accolto nel 1549 come maestro mobiliere nella corporazione di Digione, al quale vengono attribuiti alcuni mobili e che ci ha lasciato una raccolta di disegni dal titolo Oeuvre de la diversité des termes dont use en architecture, pubblicato però solo nel 1572 a Lione.
Sempre per restare al tema delle cariatidi, che all’interno del trono dipinto dal Greco costituiscono un elemento assai significativo, è nota l’incisione di Marcantonio Raimondi (1480 circa-1534) che riproduce la facciata di un edificio in cui ai telamoni del primo piano corrispondono le cariatidi del secondo, a sua volta tratta dal tema vitruviano del Portico Perisano. “Rimanendo in ambito raffaellesco, notevoli sono gli esemplari di figure portante affrescate sugli zoccoli dipinti delle Stanze Vaticane” (Gatti Perer M.L.-Rovetta A. 1996 p. 398-399).
Già è stato segnalato l’uso da parte di El Greco di incisioni di Marcantonio Raimondi, ad esempio per la realizzazione delle cariatidi nel candeliere presente nell’icona della Dormizione (ante 1567) nella Cattedrale della Dormizione della Vergine a Ermoupoli, (Syra), nella cui base El Greco appone la sua firma (Chiari Moretto Wiel 2015, p. 233-248).
Per quanto riguarda le desinenze ferine dei braccioli del trono, altro dettaglio stilistico di un certo rilievo, si tratta di un elemento non riscontrabile in alcun sedile ligneo o altro di epoca rinascimentale o di altre epoche.
Lo troviamo abbastanza di frequente come terminale delle gambe anteriori nei sedili rinascimentali, sia in forma stilizzata come compare nella stessa posizione nel trono in questione, sia in forma realistica di zampa di leone (in questo caso più caratteristica dei sedili della seconda metà del Cinquecento). Il piede ferino ricorre poi con frequenza in altri arredi tardo rinascimentali come i cassoni, più raramente nei tavoli.
Nei cassoni, il piede ferino costituisce, con qualche approssimazione, un elemento stilistico che caratterizza il Cinquecento rispetto alla produzione seicentesca, in cui compare più frequentemente il piede a mensola sagomata.
La maggior parte di questi arredi sono di provenienza toscana, fiorentina o senese, ma godono di una certa diffusione anche in Veneto dopo l’arrivo a Venezia di Jacopo Sansovino e la diffusione della “maniera” toscana a partire dal 1529 circa.
Citiamo in proposito uno sgabello intagliato e parzialmente dorato che si trova a Berlino presso il Kunstgewerbe Museum [Figura 7]: la seduta è rettangolare, delimitata da una fascia dove si alterna praticamente tutto il repertorio dei decori rinascimentali di compendio (dentelli, scaglie embricate, unghiature, perline, ecc.), poggiante su quattro gambe incurvate di cui le due posteriori solo stilizzate. Queste gambe non solo terminano con un piede ferino allungato e irsuto che assomiglia moltissimo a quello utilizzato da El Greco per finire i braccioli, ma nel punto in cui flettono sono adagiate delle foglie d’acanto che il pittore colloca su entrambe i lati della parte alta dello schienale.

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Figura 7. Sgabello in legno di noce intagliato e parzialmente dorato, metà circa XVI secolo, Berlino, Kunstgewerbe Museum (Comolli Sordelli p. 69 n. 4).

Sembra quindi di poter giungere a una prima conclusione, ossia che il trono sul quale è assiso San Demetrio non è riferibile a specifici modelli reali, ma a un modello ideale che trae spunto dall’archeologia classica, presumibilmente mediata dall’interpretazione che gli artisti del Rinascimento fanno dei modelli classici – che attecchisce anche alla mobilia – secondo un gusto che si afferma proprio nei decenni attorno alla metà del secolo, non oltre (nota 5).
Tutto riconduce all’estetica tardo manieristica che ha avuto, lo ricordiamo, una declinazione internazionale. Possiamo citare, in conclusione, un trono in acciaio cesellato, costruito da Thomas Rucker di Augusta (1532-1606) nel 1574 e donato nel 1577 della città di Augusta a Rodolfo II, finito poi in collezione privata inglese [Figura 8
].

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Figura 8. Sedile in acciaio cesellato (1574) dono della città di Augusta a Rodolfo II nel 1577 costruito da Thomas Rucker (1532-1606) di Augusta, riferito in collezione privata inglese (Hayward 1992 p. 50 n. 145).

Detto trono presenta le caratteristiche formali del faldistorio in uso nell’antica Roma, reinterpretato, quindi distante sotto il profilo morfologico dal trono di San Demetrio. Troviamo però un fregio istoriato, qui traforato e collocato sulla parte alta dello schienale, raffigurante un trionfo, soggetto molto comune nella scultura a bassorilievo classica e del tutto pertinente a un trono, al punto da pensare che il fregio di cui si intuisce la presenza dietro le gambe di San Demetrio potesse mostrare una stessa rappresentazione.
Certamente però i due manufatti, quello dipinto dal Greco e quello eseguito per Rodolfo II rappresentano la stessa idea di classicismo non storicizzato, bensì trasfigurato dall’estro manierista.

E fin qui, il contributo per il convegno di Bettona.
Poco dopo aver consegnato gli elaborati, scopro in un vecchio catalogo della casa d’Aste Boetto di Genova l’immagine di un sedile che mi procura un brivido [Figura 9].

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Figura 9. Sedile in legno intagliato, fine XVII inizi XVIII secolo (già attribuita al XVI secolo), Boetto, asta settembre 2012 n. 249.

Esso presenta alcuni punti di contatto con il trono di san Demetrio, con particolare riferimento alla forma avvolgente dello schienale. La didascalia recita: Toscana, XVI secolo.
Attenzione però, perché se lo utilizzassimo per suffragare la datazione del trono di San Demetrio al XVI secolo commetteremmo un grosso errore e presteremmo al fianco a chi pensa il contrario (vedi ancora nota 5).
Le volute a forma di “S” non hanno nulla di cinquecentesco e appartengono proprio al lessico di artefici come Brustolon e Fantoni tra XVII e XVIII secolo, e a nulla vale ai fini della datazione la parte verticale dello schienale che ricorda i quattrocenteschi sedili noti come “Andrea del Sarto”.
Ecco quindi il paradosso: la poltrone “Boetto” è da considerare per quello che è, ossia un manufatto tardo barocco con qualche citazione retrò.
Nulla a che vedere con il trono di San Demetrio e con quanto sostenuto sopra a proposito di una sua corretta collocazione nell’ambito dell’estetica manieristica del tardo Cinquecento.

NOTE

[1] L’icona in questione è stata attribuita a El Greco in base agli studi del prof. Lionello Puppi coadiuvato della restauratrice Mariella Lobefaro (Lobefaro M.-Agostino A.-Sandu I._Puppi L., 2016).
Questo articolo è tratto pressoché fedelmente dalla relazione che avrei dovuto tenere al convegno dal titolo El Greco tra Creta e Italia, curato dallo stesso prof. Puppi, svoltosi a Bettona (Pg) i giorni 28, 29 e 30 settembre.

[2] A titolo esemplificativo, citiamo tra i tanti il trono marmoreo di area ionica, databile al II secolo a.C. che si trova a Mantova nel museo della città di Palazzo San Sebastiano.

[3] Ringrazio Vito Zani per avermi trasmesso queste impressioni in una comunicazione personale del 13 novembre 2017.

[4] nell’inserimento, entro la compagine di insieme dell’icona, di ingredienti compositivi dedotti da una frequentazione di repertori di materiale grafico prodotto dalla cultura del Manierismo figurativo occidentale” ( Lobefaro M.-Agostino A.-Sandu I._Puppi L. 2016).

[5] E’ totalmente destituita di fondamento l’ipotesi, se mai la si possa avanzare – come dimostra anche il sedile romano nell’affresco farnesiano – che le cariatidi scolpite a sostegno dei braccioli siano un’invenzione barocca, benché proprio il noto intagliatore bellunese Andrea Brustolon (1662-1732) ne abbia fatto la cifra stilistica di numerose serie di poltrone eseguite per la nobiltà veneziana a fine Seicento.

Bibliografia
Pedrini A., L’ambiente il mobilio e le decorazioni del Rinascimento in Italia, Firenze 1925.
Schottmuller S., I mobili e l’abitazione del Rinascimento in Italia, Stoccarda 1928.
Comolli Sordelli A., Il mobile antico dal XIV al XVII secolo, Milano, 1967.
Gonzales Palacios A., Il mobile nei secoli. Italia, 3 vol., Milano 1969.
Alberici C., Il mobile veneto, Milano 1980.
Hayward H., Storia del mobile in tutti i paesi dall’antichità ai giorni nostri, Reggio Emilia 1992.
Gatti Perer M.L.-Rovetta A., Cesare Cesariano e il classicismo di primo Cinquecento, Milano 1996, p. 398-399.
Costantino Fioratti H., Il mobile italiano, dall’antichità allo stile Impero, Firenze 2004.
Chiari Moretto Wiel M.A., Il giovane Greco e l’incisione: qualche nota su un rapporto complesso, in El Greco in Italia metamorfosi di un genio, Milano 2015, p. 233-248.
Lobefaro M.-Agostino A.-Sandu I._Puppi L., Icon of St. Demetrius with a signature Xeiρ Δομηνικοτ (hand of Doménikos). Executive techniques, results from the analytical diagnosis and stylistic considerations, 36th Symposium of Byzantine and Post-Byzantine Art and Archaeology, Athens 20 -22 may 2016.

Prima pubblicazione: Antiqua.mi, ottobre 2018

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