L’immagine dei Cesari come eco dell’epopea romana, dal Rinascimento in poi fin quasi ai giorni nostri
di Alssandro Ubertazzi
Dalle monete di origine archeologica alle prime medaglie
È noto che le prime scoperte delle rovine dell’antica Roma (come, ad esempio, nella Città Eterna, a Pompei e a Ercolano) hanno innescato in Italia i primi articolati studi sul significativo passato del nostro Paese; peraltro, esse contribuirono esplicitamente alla nascita e allo sviluppo dell’Umanesimo.
Si pensi, poi, alla scoperta (nel 1417) del “De rerum natura” di Tito Lucrezio Caro da parte di Poggio Bracciolini; tale avvenimento contribuì certamente a suscitare negli studiosi del suo tempo un profondo interesse per quella cultura classica che l’Evo di Mezzo aveva sostanzialmente dimenticato. In quel contesto culturale, gli stili della classicità vennero studiati e ricodificati nelle architetture rinascimentali con il progressivo abbandono degli stili romanico e gotico, che pure avevano improntato, fino ad allora, tutta l’architettura europea.
A mano a mano che l’archeologia progrediva in termini più o meno intenzionali (e culminò con la scoperta delle “grotte” cioè dei resti sotterrati della Domus Aurea neroniana cui si ispirarono Raffaello e i suoi collaboratori nella realizzazione delle cosiddette “grottesche”), i riferimenti alla classicità dilagarono praticamente in tutte le manifestazioni artistiche e artigianali.
Con il contributo scientifico di molteplici studiosi coordinati da Michele Asolati, la Padova University Press ha recentemente pubblicato l’interessante testo sulla cultura della moneta antica a Padova tra il Cinquecento e il Novecento (nota 1). Questo ampio saggio, di cui proponiamo alcuni brani, prospetta specifiche considerazioni sulla nascita della medaglia in Italia e, comunque, sulla preziosa e positiva influenza che, come si è detto, questa ha ricevuto da un passato sempre più consapevole, a partire dal XIV secolo.
Nel capitolo iniziale del suo contributo, Asolati si sofferma sull’iniziale trasferimento iconografico avvenuto sostanzialmente in area veneta grazie al nascente sviluppo di un colto collezionismo numismatico a partire dalla monetazione romana e alla formidabile produzione medaglistica che ne conseguì.
Addentrandosi sulla eventualità che la “invenzione” della medaglia propriamente detta sia avvenuta a Padova piuttosto che a Venezia o viceversa (non mi soffermo su questo argomento), Asolati ricorda come la temperie culturale che si era sviluppata attorno alla neonata università patavina abbia registrato un interscambio particolarmente fertile fra scienziati, letterati, artisti e artigiani del tempo. «Padova ha certamente giocato un ruolo significativo nello sviluppo della cultura umanistica e rinascimentale italiana». E, più oltre, aggiunge «La presenza e il richiamo di figure di spicco nei campi dell’arte, dell’erudizione umanistica e scientifica, nonché del collezionismo antiquario, sono elementi che hanno contribuito in modo significativo a caratterizzarla. La riscoperta dell’antico ha avuto un significato senz’altro essenziale, in particolare nel campo artistico, della cultura antiquaria e delle loro reciproche influenze. L’attenzione verso la moneta antica, soprattutto per quella romana imperiale, ha avuto un enorme impatto, generato in particolare dal suo portato storico e storico artistico».
In tal senso, l’autore evidenzia come l’interesse per la moneta antica si riscontri proprio nella città del Dondi (vedi oltre), uno scienziato colto, forse antesignano di quel movimento iniziatico neoplatonico che, con tutta probabilità, coinvolgerà più tardi Donatello, l’Alberti e molti artigiani artisti, noti e meno noti.
Accennando poi al ruolo del Petrarca (che possedeva anch’egli una raccolta numismatica, sulla quale non esistono purtroppo notizie precise) «Esiti dell’interesse verso la moneta antica sono visibili già nel corso del Trecento a Padova in età carrarese, visitata e poi divenuta residenza di Petrarca (1304-1374)5. È ben nota la sua propensione per lo studio del mondo antico sia attraverso le fonti storico-letterarie sia con un approccio più materiale legato alle evidenze archeologiche, tra le quali privilegiava le monete antiche». L’interesse dell’aretino «verso le monete, infatti, si concentrò più sulle raffigurazioni dei dritti imperiali che sull’iconografia dei rovesci». Asolati soggiunge «nelle sue parole troviamo considerati soltanto l’effigies nostrorum principum o gli insculptos eorum vultus o ancora l’imago vultus di Vespasiano, ovvero nella ricerca e nello studio degli esemplari d’età antica la sua attenzione è indirizzata principalmente alla identificazione e alla trasmissione dei ritratti che queste presentavano, i quali erano la degna illustrazione delle vicende narrate dalle biografie conosciute attraverso le fonti letterarie, e davano corpo a modelli di virtù da emulare o di vizio da fuggire».
Effettivamente, fra i 1313 e il 1320, Giovanni de Matociis nel suo “Historiae Imperiales” «illustra la storia di Roma attraverso una galleria di ritratti imperiali desunti dalle monete; una tendenza che in seguito godrà di una fortuna ancora forse maggiore grazie alle trascrizioni delle fonti antiche a opera, per esempio, di Bartolomeo Sanvito (ca. 1433-1511) e Gaspare de Padova (f. XV sec.), nonché in seguito all’invenzione della stampa e all’edizione di opere come quella di Andrea Fulvio edita a Roma nel 1517 con il titolo chiaramente allusivo “illustrium imagines”».
Asolati ricorda, fra l’altro, come lo stesso Petrarca avesse «una conoscenza molto approfondita delle fonti letterarie latine e in particolare di Svetonio, assai noto nel Medioevo soprattutto per avere scritto il “De vita Caesarum”»; sempre secondo Asolati, sarebbe proprio nell’ambito della corte carrarese che si vennero a definire «i legami di Petrarca con eruditi e collezionisti veronesi, trevigiani e padovani in particolare con Giovanni Dondi dell’Orologio (ca.1330-1388), medico, astrologo ed erudito collezionista di monete antiche. Non è dunque certamente un caso che proprio a Padova, nell’ambito della corte carrarese di Francesco I (1325-1393) e quindi di Francesco II (1359-1406), si vengano a definire, pur qualche anno dopo la morte dell’aretino, gli elementi essenziali che individuano il concetto di medaglia moderna [Cat. nn. I.5-8] elaborati sul modello di quelli che allora erano intesi i tratti caratteristici della “medaglia” antica, ossia essenzialmente della moneta romana imperiale; così come non è certamente un caso che, grosso modo nel medesimo torno di tempo, si sperimentino a Venezia questi stessi elementi con le medaglie eseguite dai fratelli Marco e Lorenzo da Sesto attivi presso la zecca».
In un certo senso, già Cassiodoro aveva suggerito a Teodorico «Monetarumque facis de nostris temporibus futura saecula communere» cioè di produrre monete in grado di proiettare il senso del proprio tempo nei “secoli a venire”. Già a partire dalla fine del XIV secolo, si ritenne infatti utile comunicare con quelle l’immagine e la dignità di chi vi era rappresentato.
Asolati ricorda che Antonio Averlino (che, come è noto, preferì chiamarsi Filarete), sostiene: «la ragione per che io metto queste cose in questo fondamento si è che come ogni uomo sa che tutte le cose che hanno principio hanno avere fine, quando sarà quel tempo, si troveranno queste cose; e per questo da loro saremo ricordati e nominati, come che noi nominiamo o per cavamento o ruina si truova alcuna cosa degna; noi abbiamo cara e piáceci avere trovata quella cotal cosa che rapresenti antichità e il nome di quegli che l’hanno fatto» aveva contribuito esplicitamente a tratteggiare le basi concettuali della medaglia moderna.
Le placchette concernenti i dodici Cesari e le loro donne
Fra le tante conseguenze dovute al riconoscimento delle radici storiche della cultura europea, certo incentivate, come si è detto, dalle citate prime scoperte archeologiche giá a partire dal XIII secolo, occorre ricordare alcuni fenomeni attinenti alla sfera della medaglistica e, piú in generale, a quella delle espressioni artistiche affini.
Assistiamo infatti a un rinnovato interesse per la glittica con la nascita di un esplicito, colto collezionismo di gemme incise e cammei antichi (agate, ametiste, calcedoni, cristalli di rocca, sardoniche e pietre dure in generale), tramandati nei “tesori” dei potenti, ritrovati negli scavi o addirittura fatti realizzare all’“antica” presso abili artigiani artisti.
A tal proposito, nel suo lavoro sui piccoli bronzi del Museo Oliveriano di Pesaro, Paolo Cannata sostiene: «L’altra fonte consultabile presso i collezionisti piú ricchi sono le antiche gemme; a partire dal Quattrocento una serie di maniera inventari elenca intagli e cammei che, frequentemente, recano incisi i ritratti dei Cesari e delle loro spose. Di tali gemme parla anche il Ghiberti nel secondo e nel terzo Commentario e il Filarete nel quattordicesimo libro del suo Trattato» (nota 2).
Se si prescinde dalla produzione piuttosto sporadica e tardiva di quei “contorniati” senza valore facciale, di incerta destinazione, che rappresentavano figure di Imperatori, le autorità preposte alla monetazione romana non hanno sostanzialmente mai attuato una vera e propria medaglistica: è tuttavia evidente che, apponendo sulle monete l’immagine del governante di turno, l’intenzione fu certamente quella di diffonderla ufficialmente ai cittadini sudditi, come si è fatto e si fa tutt’ora, ad esempio, distribuendo negli uffici pubblici dipinti o fotografie dei capi di Stato in carica. Da che mondo è mondo le differenti amministrazioni ritengono infatti essenziale che la popolazione abbia una percezione più esplicita possibile di coloro che esercitano il potere in quel momento.
La seguente moneta (sesterzio) contorniata [Figura 1], se ritenuta autentica, aveva allora (nel 169 d.C.), quasi come oggi, il significato di una medaglia (in realtà, medaglie dei personaggi più importanti allora non esistevano se non in questa forma); assai più verosimilmente potrebbe trattarsi di una copia rinascimentale dall’antico.


Figura 1. Zecchiere romano (169 d.C.) o medaglista rinascimentale (XVI secolo), Lucio Vero / Soldato a cavallo che uccide un nemico, metallo bianco (argento?), coniato, mm. 42,95 x 42,55, scritta L[VCIVS] VER[VS] AVG[VSTVS] ARM[ENIACVS] PARTH[?] MAX[IMVS] TR P VIIII (Lucio Vero Augusto armeniaco massimo trionfatore sui parti nono pontefice), collezione Ubertazzi, inv. G1.5 (nota 3).
Le serie che sono riportate qui di seguito si riallacciano esplicitamente alle monete dell’antichità classica: a partire dal Cinquecento immagini di imperatori e di personaggi famosi dell’antichità furono infatti largamente diffusi a testimonianza di un interesse e di una attenzione verso il mondo classico che non era solamente segno di studi eruditi, ma la ricerca e la speranza di esempi per la costruzione di una città e di una società ideale.
A partire soprattutto dalle serie concernenti “i dodici Imperatori romani ritratti entro un ovale”, davvero molteplici sono le placchette, anche singole, che sono state realizzate per rappresentare la serie degli Imperatori (con o senza le rispettive mogli o donne), ovvero personaggi politici emblematici, comunque, degni di compiacimento e di celebrazione praticamente fino al periodo napoleonico.
Ritengo, pertanto, di fare cosa gradita agli studiosi e agli esperti del settore medaglistico documentando le placchette della mia collezione che rientrano nel suddetto filone celebrativo [Figure 2-19, nota 4].


Figura 2. Anonimo autore, Giulio Cesare (I), argento, retro incuso, 41 x 53,9 mm., 15,38 gr., scritta “D[IVVS]·IVL[IVS]” incisa a bulino nella parte bassa, Italia settentrionale, inizio del XVI secolo, collezione Ubertazzi, inv. P3.64, inedita, esemplare splendido.



Figure 3a, b e c, Anonimi autori, I dodici imperatori di Roma, serie ovale, metalli vari, Italia settentrionale, prima metà del XVI secolo, collezione Ubertazzi, inv. P3.1.-P3.18 (vedi Appendice).

Figura 4. Anonimo autore italiano dall’antico, Augusto incoronato, bronzo, retro piano, 49,2 x 66,9 mm., 95,68 gr., metà del XVI secolo, collezione Ubertazzi, inv. P3.86, inedita, esemplare splendido. Placchetta ispirata a un’antica pietra dura intagliata presente nella collezione Marlboroug.

Figura 5. Anonimi autori, I dodici imperatori di Roma, serie ovale con cornice a panoplia, metalli vari, Italia settentrionale, fine del XVI secolo, collezione Ubertazzi, inv. P3.19.-P3.25 (vedi Appendice).

Figura 6. Anonimo autore, Imperatori, loro mogli e altri personaggi di Roma, serie artigianale,piombo, Italia settentrionale, metà-fine del XVI secolo, collezione Ubertazzi, inv. P3.26.-P3.29 (vedi Appendice).

Figura 7a. Anonimo autore, Cesare (I), serie ovale con cornice, bronzo fuso a cera persa, retro leggermente incuso, 50,4 x 61,3 mm., 69,82 gr., scritta in rilievo “IVLIVS·I·CAES[AR]”, Italia settentrionale, fine del XVI secolo, collezione Ubertazzi, inv. P3.43, inedita.

Figura 7b. Anonimo autore, Tito (XI), serie ovale con cornice, bronzo di colore rossiccio, patina bruno scura, retro incuso, 69 x 93,25 mm., 106,01 gr., scritta in rilievo “TI TVS·XI CAES[AR]”, Italia settentrionale, fine del XVI secolo, collezione Ubertazzi, inv. P3.44, inedita, esemplare buono. Vista dal retro, la cera dalla quale è tratto l’ovale ha dimensioni simili a quelle della serie precedente.

Figura 8. (1/8) Anonimi autori, Imperatori di Roma, Italia settentrionale fine del XVI secolo-inizio del XVII secolo, collezione Ubertazzi, inv. P3.30.-P3.37 (vedi Appendice); (9-13) Anonimi artigiani, Mogli e donne dei dodici imperatori di Roma, Italia settentrionale ultimo quarto del XVI secolo, collezione Ubertazzi, inv. P3.38.-P3.42 (vedi Appendice).

Figura 9. Anonimi autori, I dodici imperatori di Roma e le loro mogli, area emiliana, fine del XVII secolo, collezione Ubertazzi, inv. P3.65. – P3.78 (vedi Appendice).


Figura 10. Scuola toscana (Massimiliano Soldani-Benzi?), I dodici Imperatori di Roma e loro mogli, ultimo quarto del XVII secolo, collezione Ubertazzi, inv. P3.47. – P3.59 (vedi Appendice).

Figura 11. Anonimo autore, Mogli degli Imperatori di Roma, peltro, ambiente gonzaghesco, inizio del XVII secolo, collezione Ubertazzi, inv. P3.60. – P3.62 (vedi Appendice).

Figura 12. Anonimo autore italiano dall’antico, Servio Sulpicio Galba (VII), piombo patina naturale, foro in alto, retro piano, Ø 52,2 mm., 66,61 gr., scritta IMP[ERATOR]·SER[VIVS]·SVLP[ICIVS]·GALBA·CAESAR·AVG[VSTVS]·TR·P·P”, inizio del XVI secolo, collezione Ubertazzi, inv. P3.63, inedita, esemplare molto buono. Questa placchetta costituisce la riproduzione di una moneta antica; non risulta che essa appartenga a una serie dedicata agli imperatori di Roma (nota 5).


Figura 13. Anonimo autore, Vitellio (IX), bronzo patina scura, retro incuso, 39,85 x 50 mm., 32,99 gr., scritta “I·VITEL[LIVS]”, Italia settentrionale, fine del XVI-inizio del XVII secolo, collezione Ubertazzi, inv. P3.63, inedita, esemplare molto buono.

Figura 14. Anonimo autore, Tiberio (III), piombo patina scura, due fori in alto e in basso, Ø 121 mm., scritta in rilievo “TIBERIO NE: AGOSTO”, Italia settentrionale, inizio del XVII secolo, collezione Ubertazzi inv. P3.119, inedita, esemplare molto buono.


Figura 15a, b, c. Anonimo autore, Galba (VII), bronzo patina naturale, retro piano, 32,5 x 36,8 mm., 23,31 gr, collezione Ubertazzi nv. P3.90, esemplare molto buono; Ottone (VIII), metallo bianco, retro piano, 31,55 x 36,5 mm., 26,56 gr., collezione Ubertazzi inv. P3.91, inedita, esemplare buono; Domiziano (XII), metallo bianco, retro piano, 32,5 x 37,45 mm., 26,83 gr., collezione Ubertazzi inv. P3.2; inedita, esemplare buono. Bottega dell’Italia del nord, metà XVIII secolo.

Figura 16a e b. Anonimo autore, Giulio Cesare (I), zinco verniciato color antracite, appiccagnolo in filo di ferro fuso assieme, retro incuso, 56,25 x 69,25 mm., 57,99 gr., collezione Ubertazzi inv. P3.93, inedita, esemplare buono; Imperatore non identificato, zinco fuso verniciato color antracite, retro incuso, 56,8 x 69,9 mm., 65,01 gr., collezione Ubertazzi P3.94, inedita, esemplare buono. Bottega dell’Italia settentrionale metà XVIII secolo (?).

Figura 17a e b. Anonimo autore, Claudio (V), peltro lucido trattato con vernice trasparente; foro in alto, retro incuso, Ø 91,6 mm., 113,78 gr., collezione Ubertazzi inv. P3.104, inedita; Ottone (VIII), peltro lucido trattato con vernice trasparente; foro in alto, retro incuso, Ø 91,6 mm., 96,83 gr., scritta poco leggibile VIII /OTHO, collezione Ubertazzi P3.105, inedita. Bottega italiana, metà del XVIII secolo. Queste due placchette sembrano ricavate per calco da altrettante più vecchie; nonostante l’aspetto complessivamente davvero piacevole, la loro qualità di definizione è relativamente scarsa.


Figura 18. Anonimo autore, I dodici Imperatori di Roma, Francia, ultimi anni del XVIII secolo, Collezione Ubertazzi inv. P3.95.-P3.102 (vedi Appendice).

Figura 19. Domiziano (XII), serie “I dodici imperatori di Roma” grande, ghisa di qualità laccata nel colore nero, retro incuso su si osservano due cilindretti atti a fissare la placchetta a un supporto mediante viti applicate da dietro, 118 x 136,2 mm., 432,54 gr., scritta “XII/·DOMI[NATVS]·AVG[VSTVS]”, collezione Ubertazzi inv. P3.107, inedita, esemplare molto buono. Fonderia francese o tedesca, inizio del XIX secolo.
Riflessioni sui materiali usati nella produzione di placchette e medaglie
Per quanto concerne i materiali usati nella realizzazione delle placchette in questione, è interessante notare come molte di esse, non necessariamente destinate a particolari manipolazioni o non soggette a un uso frequente, siano state realizzate in leghe di piombo, in stagno (peltro) o in zinco considerati materiali più popolari ed economici del bronzo.
A questo proposito, Ranieri Varese sostiene che «una simile scelta materica corrisponde alla necessità di soddisfare il desiderio di un pubblico vasto, non particolarmente elitario, di compiacersi di una desiderabile espressione artistica contemporanea» (nota 6).
Personalmente, credo invece che la scelta di materiali come il piombo, sia dipeso verosimilmente dal fatto che questi, più fluidi a temperature relativamente basse, consentivano di ottenere oggetti molto precisi e definiti; nel caso delle placchette, gli esemplari prodotti sono infatti molto più aderenti al modello originario.
Generalmente, la colta borghesia umanista (destinataria principale delle placchette d’autore), non poteva permettersi di acquistare opere di artisti importanti come la statuaria in marmo e in bronzo ma certamente poteva permettersi di ottenere piccoli oggetti d’artista come rilievi, medaglie, mortai, calamai e oggetti da tavola in bronzo: la scelta del piombo era perciò di natura estetica in quanto, appunto, i modelli prodotti con questo materiale venivano fusi con migliore precisione.
In tal senso, il target “borghese” cui si è accennato, può essere rappresentato da Erasmo da Rotterdam: la sua collezione, per la quale il pensatore aveva addirittura concepito il mobile contenitore (che ora è esposto a Basilea) comprende sostanzialmente placchette e medaglie in piombo ed è conservata presso il Kunst Museum e l’Historisches Museum di Basilea.
Appendice
Le schede concernenti alcune medaglie e placchette presentate nell’articolo sono disponibili su richiesta scrivendo a info@antiquanuovaserie.it
All’interno di ciascuna scheda, gli asterischi riportati nella descrizione del materiale di cui le placchette sono costituite segnalano il diverso livello della loro qualità: *** esemplare splendido; ** esemplare molto buono; * esemplare buono.
NOTE
[1] Michele Asolati, Medaglie incomparabili… di… sublime antichitá; la cultura della moneta antica a Padova tra il Cinquecento e il Novecento, Padova University Press, 2025 (solo versione on line) [Leggi].
[2] Paolo Cannata, Piccoli bronzi rinascimentali e barocchi del Museo Oliveriano di Pesaro, Ente Olivieri Editore, Pesaro 1987.
[3] Pubblicata nell’articolo A proposito di placchette; modello, matrice, originale, prototipo, copie, varianti e falsi (dicembre 2021) [Leggi], ivi Figura A.
[4] Il numero in cifre romane riportato fra parentesi a fianco del nome dell’Imperatore indica la sua posizione all’interno della successione dei “dodici Imperatori”.
[5] Una placchetta simile è pubblicata in: Gerd Bekker, Europäische Plaketten und Medaillen vom 15. Bis zum 18. Jahrhundert; Bestands-und verlustkatalog der Sammlung des Grassimuseums Leipzig/Museum für Kunsthandwerk, Grassi Museum Leipzig, Kunst-und Verlagsbuchbinderei GmbH, Lepizig, 1998, pag. 36, fig. 71. Un’altra si trova nelle collezioni di Palazzo Madama a Torino, inv. 1083.
[6] Ranieri Varese, Placchette e bronzi nelle Civiche Collezioni (Ferrara), Centro Di, Firenze 1975.
Agosto 2026
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