Placchette attribuite a Willem Danielsz van Tetrode

di Attilio Troncavini

Nel numero di gennaio 2021 della rubrica L’Esperto per l’edizione on line de La Gazzetta dell’Antiquariato, l’ottimo prof. Antonello Ferrero riceve un quesito relativo a una placchetta circolare raffigurante Nettuno [Figura 1].

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Figura 1. Nettuno, peltro, diametro cm. 20, collezione privata.

La cosa più interessante è che l’immagine della placchetta si accompagna a quella di un breve testo manoscritto in lingua inglese, non firmato [Figura 2], di cui forniamo, ove comprensibile, la trascrizione (nota 1).

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Figura 2. Manoscritto che si accompagna alla placchetta di Figura 1.

Se ne ricava che di questo rilievo intitolato Il trionfo di Nettuno esistono due copie presso il South Kensington Museum di Londra – l’attuale Victoria & Albert Museum – riprodotte in forma di tazza, una da un esemplare che si trova al Louvre di Parigi, l’altra da una (non meglio identificata) fonte tedesca. L’ultima frase, tradotta, recita: Si dice che sia del XVI secolo, presumibilmente opera di Benvenuto Cellini”.
Di fronte a un’attestazione così impegnativa, anche se presunta, l’esperto prende giustamente le distanze sottolineando che: il rilievo deve essere visto dal vero, il foglio è anonimo, non risultano opere in peltro attribuite a Cellini, l’incisione delle figure non pare “ragguardevole” e, infine, lo scritto stesso parla di “una copia da originale, semmai presente altrove”.
Faccenda liquidata, eppure Benvenuto Cellini (1500-1571) in qualche modo c’entra.
La placchetta è nota in altri esemplari, come quello in piombo (diametro cm. 33) presso le Civiche Collezioni di Ferrara – che Ranieri Varese attribuisce a scuola italiana della fine del XVI secolo (nota 2) – oppure quello in piombo dorato (diametro cm. 15 circa) conservato presso l’Ashmolean Museum di Oxford (vedi oltre Figura 4) che Jeremy Warren assegna, sebbene con un punto di domanda, a Willem Danielsz van Tetrode (1530-1587) (nota 3).
La didascalia di Ranieri Varese è piuttosto stringata; come anticipato sopra, colloca la placchetta in Italia senza citare Roma o Firenze, tantomeno Cellini e la pone in un’epoca – la fine del XVI secolo – in cui lo scultore fiorentino era già morto.
Di ben altro spessore è la scheda di Jeremy Warren che accompagna l’esemplare dell’Ashmolean.
L’autore riprende un’intuizione espressa da Jaap Nijstad, il quale aveva individuato un parallelismo tra il soggetto della placchetta e un’incisione del 1587 circa dell’olandese Jacob (Jaques) de Gheyn II (1565-1629), tratta da Willem van Tetrode (nota 4).
Di questa incisione mostriamo l’esemplare conservato presso la Biblioteca d’Arte dei Musei Statali di Berlino [Figura 3] a confronto con la placchetta dell’Ashmolean [Figura 4, nota 5].

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Figura 3. Jacob de Gheyn II (da Willem Danielsz van Tetrode), Nettuno, incisione, diametro cm. 25, editore Claes Janszoon Visscher (il vecchio), 1587, Berlino, Kunstbibliothek, Staatliche Museen (fonte Alamy).

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Figura 4. Willem Danielsz van Tetrode (?), Nettuno (Quos Ego), piombo dorato, diametro cm. 14,93, Oxford, Ashmolean Museum inv. WA 1908.110.

Sì, ma Cellini?
Come riportano tutte le sue biografie, Willem van Tetrode di reca a Firenze dove completa il suo apprendistato, iniziato a Deft, proprio presso la bottega di Benvenuto Cellini che abbandona nel 1551 per recarsi a Roma a lavorare con Guglielmo Della Porta (1515-1577) (nota 5).
Per quanto riguarda altre placchette attribuibili a van Tetrode, ancora Warren (op. cit.) parla di una placchetta raffigurante Il trionfo di Anfitrite, di cui è noto un esemplare in piombo dorato presso il Museo Grassi a Lipsia (inv. 1909.187), che può essere messa in relazione, non solo per il materiale impiegato, con quella di Figura 4.
Di questa placchetta non è stato possibile reperire un’immagine.
Sarebbe stata la seconda placchetta attribuibile a van Tetrode, noto soprattutto per la produzione di piccoli bronzi della cui introduzione nei Paesi Bassi egli è riconosciuto come figura chiave (vedi ancora nota 5).
Accogliamo quindi con grande interesse la recente comparsa di un’altra placchetta attribuita a Willem van Tetrode, passata in asta da Hampel nel 2023 nella sua cornice originale in legno intagliato [Figure 5 e 5a, nota 6].

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Figura 5. Willem Danielz van Tetrode (?), Venere e Cupido, bronzo, cm. 28×25 (cornice cm. 54 x 50), datato 1563 siglato C, Hampel 30 marzo 2023 n. 765.

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5a. Retro della placchetta di Figura 5.

L’oggetto è accompagnato, in catalogo, da una corposa didascalia siglata AR, premessa dalla frase “In allegato copia della perizia e della documentazione redatta da Francesco Rossi, Fossombrone, febbraio 2017”. Possiamo immaginare che l’attribuzione a van Tetrode spetti proprio a Francesco Rossi e che la didascalia riassuma i contenuti della perizia di cui sopra (nota 7).
Nella parte superiore della roccia su cui è seduta Venere, è impressa a rilievo la data 1553 e la lettera “C” [Figura 5b], quest’ultima interpretata come la prova che il rilievo sia stato realizzato (da van Tetrode) nella bottega del Cellini. In proposito, si parla di una Venere con un Cupido citata ne La Vita, autobiografia dello stesso Cellini scritta tra il 1558 e il 1566, ma stampata solo nel 1728 (nota 8).

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Figura 5b. Particolare della data e della sigla nella Figura 5.

Sempre nella scheda si legge che la placchetta è “senza dubbio” legata a un piccolo rilievo ovale (cm. 14 di diametro) che si trova al Bode Museum di Berlino, nel quale Venere e Cupido sono raffigurati in modo simile, ma il braccio di Venere indica Cupido che se sta andando.
La descrizione sembra corrispondere, misure a parte, a quella di una placchetta dei Musei Civici di Brescia, pubblicata nel 1974 dallo stesso Rossi con un’attribuzione a Giovanni Bernardi (1494-1553), segnalandone un altro esemplare in piombo proprio a Berlino [Figura 6, nota 9].

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Figura 6. Giovanni Bernardi, Venere e Cupido, bronzo, cm. 4,7×3,4, Brescia, Musei Civici inv. 321.

Lo stile della placchetta di Venere e Cupido di cui alla Figura 5 sembra abbastanza diverso da quello della placchetta con lo stesso soggetto di cui alla Figura 6, ma ancor più dalla placchetta di Nettuno di cui alle Figure 1 e 4. Inoltre, pare poco plausibile la spiegazione di una “C” come riferimento alla bottega di Cellini in una placchetta attribuita a un suo allievo. Infine, la data 1553 è successiva alla partenza di van Tetrode da Firenze per Roma, avvenuta nel 1551 come sopra riportato.
La placchetta passata ultimamente da Hampel è sicuramente rara, non avendo notizie di altri esemplari.
Se ne conosce, per contro, una riproduzione in ghisa passata sul mercato antiquario con una datazione al XIX secolo, sulla quale non compare né la data né alcuna sigla [Figure 7, 7a, 7b].

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Figura 7. Venere e Cupido (da W. D. van Tetrode), ghisa, diametro cm. 28, XIX secolo, fonte Etsy.

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Figure 7a e 7b. Particolari della Figura 7.

NOTE

[1] The triumph of Neptune / 2 copies in South K. Museum / got up as tazza / one from a copy in the Louvre Paris […] / other from a German / source. Said to be of the / 16th century / supposed to be by Benvenuto / Cellini.

[2] R. Varese, Placchette e bronzi nelle Civiche Collezioni (Ferrara), Centro Di, Firenze 1975, p. 48 n. 33, dove vengono citati i pezzi dei Musei di Berlino e della collezione Walters a Baltimore.

[3] J. Warren, Medieval and Renaissance Sculpture. A Catalogue of the Collection in the Ashmolean Museum, Plaquettes, vol. 3. Ashmolean Museum Publications, Oxford 2014, pp. 1002-1004 n. 474-475; ivi identificata con il titolo Nettuno (Quos Ego), riferendosi al famoso verso 135 del I libro dell’Eneide di Virgilio in cui Nettuno pronuncia questa frase (traducibile come “Voi che io”) contro i venti scatenati da Eolo sul Mar di Sicilia.

[4] Viene citato: Jaap Nijstad, Willem Danielsz. van Tetrode, in Nederlands Kunsthistorisch Jaarboek, n. 37, 1986, p. 277, fig. 12. Warren riferisce anche di un rilievo in argento corrispondente al disegno dell’incisione di Jacob de Gheyn, entrato nella collezione dell’Ashmolean Museum (inv. WA 2013.1.111).

[5] Vedi

[6] La stessa placchetta era stata proposta in asta da Bertolami in data 26 novembre 2021 (lotto n. 288)

[7] Per la didascalia originale in tedesco e la letteratura di riferimento ivi riportata, si rimanda al sito di Hampel [Vedi].

[8] Il riferimento è all’edizione de La Vita pubblicata a Torino da Einaudi nella Nuova Universale, vol. vol. 149, 1973, p. 275.

[9] F. Rossi, Musei Civici di Brescia. Placchette. Secoli XV-XIX, Neri Pozza, Vicenza 1974, p. 75 n. 105, fig. 57.

Novembre 2025

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