Ventra Stefania, L’Accademia di San Luca nella Roma del secondo Seicento. Artisti, opere, strategie cultrali, Olschki, Firenze 2019, 376 pagine formato 24 x 17, euro 55,00.

Come recita il titolo, il volume tratta personaggi e vicende dell’Accademia romana di San Luca tra il 1662, anno di insediamento del pittore Carlo Maratti e il 1702 quando inizia il pontificato di papa Clemente XI che darà all’Accademia un proprio preciso indirizzo.
Come è noto l’Accademia di San Luca era il principale centro di produzione delle arti e delle idee che da Roma irradiava una profonda influenza sulla pittura del tempo, ma anche su scultura e architettura.
Il testo parte dalla donazione fatta da Maratti all’Accademia nel 1700 di alcuni ritratti di santi e beati artisti, eseguiti da lui e da suoi allievi con stili eterogenei e comunque non omologati al classicismo di cui si riteneva fosse il fautore.
Si è sempre pensato, infatti, che l’attività dell’Accademia ruotasse attorno alle figure dello stesso Maratti e del letterato Giovan Pietro Bellori, portatori di un classicismo di marca antiquaria che emanava da Raffaello e da Annibale Carracci, sostenuto per un certo periodo dalla presenza francese a Roma. Si riteneva inoltre che i due si ponessero in antitesi rispetto alla “maniera moderna”, ossia al Barocco rappresentato da Pietro da Cortona e da Gianlorenzo Bernini
Ne sarebbe derivata una produzione artistica ripiegata sull’antico passato e sostanzialmente priva di personalità di rilievo, da cui l’idea di una storia dell’arte “senza nomi” che l’autrice di questo volume si propone di sfatare.
Lo fa attraverso un’indagine dall’interno sugli elenchi delle cariche accademiche e i registri delle presenze (riportati in appendice) che consente, ad esempio, di accertare una certa discontinuità nella partecipazione di Maratti in Accademia e il ruolo importante assunto da personaggi come Giuseppe Ghezzi, segretario dell’istituzione e ritenuto un comprimario di Maratti, ma in realtà propugnatore di una cultura artistica ben più ricca e articolata rispetto al rigido canone marattesco.
Viene inoltre messa in rilievo la figura dello “stimatore”, ossia di chi aveva il compito di assegnare un valore commerciale alle opere che venivano prodotte e a quelle sul mercato; un ruolo delicato in grado di influenzare il collezionismo e che richiedeva competenze diversificate in varie forme di espressione artistica.
Si coglie molto bene il progetto da parte dell’Accademia di non puntare su uno stile unificato, bensì sulla qualità della produzione artistica, stabilendo una linea di continuità tra la Roma antica, quella moderna e quella contemporanea
Questo volume non mancherà di appagare l’interesse degli specialisti della materia ai quali si rivolge. Molte conoscenze, infatti, vengono date per scontate e il linguaggio diventa iniziatico. Ci si domanda – ma questa è una domanda che mi faccio spesso a proposito di testi scientifici – se fosse stato possibile svolgere un discorso più comprensibile anche per un più vasto pubblico di fruitori. Il testo diventa avvincente solo se si ha la pazienza di leggere tutto con grande attenzione oppure a una seconda lettura. Forse manca il dono della sintesi, soprattutto nell’introduzione che invece dovrebbe costituire una sorta di riassunto ragionato di quanto svolto nei capitoli successivi.
Viene da concludere con il giudizio dei colleghi di Maratti che Melchiorre Missirini riferisce nel 1823 a proposito di un testo del pittore Luigi Scaramuccia pubblicato nel 1674: “… molto del buono, anzi dell’ammirabile: solo che parve stemperato l’utile in troppo lunghe parole”.

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