Un autentico inginocchiatoio seicentesco per esaminare alcuni aspetti costruttivi

della Redazione di Antiqua

Vi sono mobili destinati spesso a particolari funzioni, senza pretese di sfarzo, ma non per questo classificabili come “rustici”, che destano emozione per la perfetta rispondenza ai criteri di costruzioni antichi. Mobili da intenditori che si possono prestare anche a scopi didattici.
È il caso di un inginocchiatoio in massello di noce, di presumibile provenienza lombarda e stilisticamente riferibile al XVII secolo anche se non si può escludere sia stato costruito nel secolo successivo per il carattere conservatore degli arredi di questo tipo [Figura 1 e 2].

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Figure 1 e 2. Inginocchiatoio, noce cm 49 (larghezza) x 45 (profondità) x 90 (altezza), Italia settentrionale, XVII secolo, collezione privata Fernando Grasso, Milano.

A parte la funzione devozionale al quale era dedicato, l’inginocchiatoio esprime tutta la sobrietà di certi mobili seicenteschi, in contrasto all’estro e alla ricerca di effetti spettacolari dei mobili barocchi contemporanei.
Il decoro è affidato a piccole cornici modanate che delimitano la doppia coppia di cartelle ai lati dell’anta (leggermente diamantata), i due vani superiore (finto cassetto) e inferiore sulla fronte e la corrispondente parte sui fianchi, ma soprattutto al profilo a dentelli, eseguiti con sapienti colpi di sgorbia, sotto il bordo del piano [Figura 3].

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Figura 3. Profilo a dentelli sotto il bordo del piano.

L’anta centrale è articolata allo stipite mediante cerniere costituite da un meccanismo formato da coppie di anelli che si agganciano l’uno all’altro, connessi all’anta e allo stipite rispettivamente; la loro congiunzione è indicata dalla freccia [Figura 4].
Lo stesso dicasi per l’asse che copre il vano inferiore che funge da inginocchiatoio in senso stretto; la freccia indica la cerniera che fa da snodo tra asse e corpo principale del mobile [Figura 5].

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Figura 4. Testa della cerniera ad anelli che fissa l’anta nella parte superiore.

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Figura 5. Testa della cerniera ad anelli che fissa l’asse di appoggio per le ginocchia alla struttura del mobile.

La testa di ciascun anello si prolunga in due filamenti detti “coppiglia” che una volta riuniti vengono fatti penetrare nel legno come fossero la punta di un chiodo e successivamente divaricati e ribattuti con un metodo detto “alla traditora” [Figure 6 e 6bis].

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Figura 6. Parte interna dell’asse che copre il vano inferiore con evidenziate le code della coppiglia ribattute.

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Figura 6bis. Immagine di repertorio di una parte della maniglia ad anelli con le code divaricate (evidentemente recuperate da un mobile rottamato).

Con il medesimo meccanismo è stato assicurato allo schienale il ripiano che chiude il vano superiore, cosiddetto finto cassetto, accessibile solo sollevando il ripiano medesimo [Figure 7 e 8].

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Figura 7. Connessione tra ripiano superiore e schienale mediante cerniera ad anelli.

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Figura 8. Vano superiore (finto cassetto) accessibile sollevando il piano superiore.

Mostriamo ora un’immagine delle code di una cerniera ad anello divaricate e ribattute sulla parte superiore del piano [Figura 9].

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Figura 9. Particolare del piano con le code rivoltate e ribattute della cerniera ad anello.

Come si può notare, il ferro delle code si è praticamente incorporato nel legno, segno che le cerniere non sono mai state toccate. È questa la situazione in cui si spera sempre di trovare i mobili dotati di questo genere di ferramenta. Molto spesso, invece, la rottura della giunzione tra gli anelli, provocata dall’usura, determina la sostituzione del meccanismo di chiusura con le più classiche cerniere a barra accanto alle quali si nota, talvolta malcelato, il foro che testimonia la preesistenza delle cerniere ad anello originali.
Passando a esaminare lo schienale, mentre tutte le superfici a vista del mobile sono in noce, esso è costruito con assi in abete disposte in senso orizzontale – alla maniera veneta, ma in uso anche in Lombardia – inchiodate nello spessore dei fianchi; la giunzione è coperta dalla cornice modanata che delimita i fianchi lungo il perimetro [Figura 10].

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Figura 10. Schienale dell’inginocchiatoio.

Nella successiva immagine, si vedono più chiaramente alcuni dei grossi chiodi che fissano lo schienale ai fianchi, lo spessore della cornice che copre la giunzione (indicato dalla freccia) e il listello arrotondato, inchiodato direttamente nel fianco, che separa il corpo ospitante il vano superiore del mobile dalla parte inferiore [Figura 11].

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Figura 11. Particolare della parte alta dello schienale.

Come abbiamo già fatto notare a proposito delle cerniere ad anelli, anche in questo caso la testa del chiodo fa tutt’uno con la fibra del legno e ciò significa che non è mai stato rimosso dalla sua sede.
Interessante è notare la costruzione del fondo.
La base dell’inginocchiatoio è costituita da grosse fasce modanate, inchiodate direttamente sulla fronte e sui fianchi in modo che il mobile sia rialzato da terra di qualche centimetro (vedi ancora Figure 1 e 2). Il fondo, formato da due assi affiancate in senso orizzontale è inserito senza uso di chiodi perché fermato da due grossi listelli inchiodati all’interno dello spesso dei fianchi. Nell’immagine che segue [Figura 12] si vede – partendo dall’esterno – lo spessore della fascia di base che fa da gradino, lo spessore del fianco, il listello inchiodato (indicato dalle frecce) e il fondo inserito “a ghigliottina”.

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Figura 12. Fondo dell’inginocchiatoio.

Il fondo è in pioppo, secondo la pratica abbastanza diffusa in territorio lombardo di utilizzare legni misti per le parti non a vista. Un ultimo aspetto da considerare riguarda proprio la costruzione del fondo, le cui assi sono connesse tra loro con grossi pioli di legno [Figure 13 e 14].

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Figure 13 e 14. Pioli che assemblano le assi del fondo.

Non a caso ci siamo dilungati su alcuni aspetti tecnici perché il fascino di mobili come questo risiede nella loro integrità – ossia nell’aver mantenuto la patina originale e di non essere stati manomessi – ma anche nella loro capacità di rievocare antichi metodi costruttivi che affondano le loro radici in una tradizione più antica.

Giugno 2024

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