Cassettone comasco datato 1728 e firmato Giuseppe “Voiano”
di Andrea Bardelli
Nel lontano 1884, la casa d’aste Sotheby’s presenta nella sua sede fiorentina di Palazzo Capponi un “raro cassettone lombardo” firmato Giuseppe Voiano (?) e datato 1728 [Figura 1].

Figura 1. Giuseppe Voiano (?), cassettone, Lombardia (Como) 1728, Sotheby’s, Firenze maggio 1984 n. 1180.
Secondo la didascalia nel catalogo Sotheby’s, il cassettone reca due iscrizioni: una sul montante interno del calatoio: “1728 opera fatta da Giuseppe [Voiano] alla croce di [Avalia] Como”; l’altra sul retro di un cassettino interno: “1769 a 12 gennaio comprato da me Santo Zambra A.F. [fiorini] 31:12:6 in occasione che si sono incantati i mobili e stabili delli R.di P. Gesuita a Gravedona a suon di tromba a Como in casa del Sig. Carlo Vezzi” (nota 1).
Per la cronaca, lo stesso mobile ricompare sul mercato antiquario, più precisamente pubblicato sulla rivista Antiquariato n. 20 del settembre 1991, solo come “Cassettone lombardo del XVIII secolo firmato e datato” [Figura 2].

Figura 2. Giuseppe Voiano (?), cassettone, Lombardia (Como) 1728, mercato antiquario.
Fingiamo per ora di non sapere nulla della scritta, che tra breve analizzeremo, e osserviamo il mobile per come si presenta.
La forma allungata delle formelle sulla fronte dei cassetti, ma soprattutto la disposizione in verticale di una sequenza di formelle sugli spigoli “scantonati” ci porterebbero direttamente a Piacenza. Valga il confronto con alcuni mobili di sicura provenienza piacentina, come quello pubblicato nell’attendibilissimo volume di Carla Longeri e Susanna Pighi del 2003 [Figure] e altri apparsi sul mercato antiquario [Figura 4].

Figura 3. Cassettone in massello di noce, Piacenza, inizio XVIII secolo, (Longeri-Pighi, 2003, p. 74 n. 40).

Figura 4. Cassettone in massello di noce, Piacenza, inizio XVIII secolo, mercato antiquario.
Una conferma indiretta la possiamo ricavare dal confronto con un cassettone pubblicato da Ennio Quaglino nel 1966 come proveniente dal Basso Piemonte [Figura 5].

Figura 5. Cassettone in massello di noce, (Basso) Piemonte, inizio XVIII secolo (Quaglino 1966, p. 67).
Una certa dipendenza dell’ebanisteria piacentina da quella piemontese è cosa risaputa. Le formelle “a farfalla” del cassettone di Figura 5 sono simili a quelle sulla fronte del cassettone di Figura 1 e uguali a quelle che si (intra)vedono nello scarabattolo dello stesso mobile, poste in verticale a intercalarne i tiretti.
Se la scritta di cui sopra non recitasse “fatta da … alla croce di … Como” saremmo propensi a considerarlo un mobile piacentino giunto chissà come al monastero di Gravedona (Co).
Come anticipato, procediamo ad analizzare le scritte punto per punto.
Per quanto riguarda la prima, la data 1728 è perfettamente compatibile con lo stile “Luigi XIV”, ossia un impianto ancora seicentesco che il profilo mistilinea delle formelle rivela aver superato abbondantemente l’inizio del Settecento.
Di un falegname Giuseppe Voiano non c’è traccia nei nostri archivi. Il cognome Voiano non è molto diffuso in Italia e non sono disponibili informazioni specifiche sulla sua origine (nota 2).
Nel Comasco non esiste “Avalia” come località o altro; è probabile che ci sia un errore di trascrizione o che si stia facendo riferimento a un’altra località con un nome simile o che si trovi in una zona differente. Il nome più simile è Albavilla, un comune della provincia di Como.
È probabile che “Croce” indichi un luogo e non una località; con questo nome esiste una frazione del Comune di Menaggio (Co) che dista da Gravedona poco più di 20 chilometri.
Passando alla seconda scritta, il cognome Zambra, anch’esso inusuale, è diffuso soprattutto in Lombardia. Sono state reperite notizie su una famiglia Zambra che dalla metà del XVII secolo si trasferisce da Careno, frazione di Nesso nell’alto lago di Como, a Chieti in Abruzzo.
È quindi plausibile che parte della famiglia fosse rimasta nei luoghi di origine e vi permanesse nel 1769 quando il mobile viene acquistato.
Quanto al prezzo pagato, “31:12:6”, riesce difficile tradurre l’acronimo A.F. che lo precede con “a fiorini”. Essendo entrambe lettere maiuscole, “a” non può essere una preposizione (nota 3).
Inoltre, tra le monete a corso legale in Lombardia nell’epoca considerata, il fiorino non compare; troviamo semmai il Filippo, moneta di origina spagnola coniata anche da Maria Teresa d’Austria, duchessa di Milano dal 1741 al 1780 (nota 4). Pensiamo tuttavia che il mobile sia stato pagato in Lire austriache (o milanesi) e che il prezzo vada così interpretato: 31 lire, 12 soldi e 6 denari (nota 5), un prezzo che possiamo giudicare abbastanza elevato per un mobile usato.
Dalla seconda scritta apprendiamo anche di un’asta tenutasi in data 12 gennaio 1769 “a suon di tromba” a Como presso un certo Carlo Vezzi, avente per oggetto beni mobili e immobili appartenuti ai Reverendi Padri (R.di P.) gesuiti di Gravedona.
Su Carlo Vezzi, probabilmente il banditore, non è stato possibile reperire notizie.
Per contro, l’incanto dei beni appartenuti ai gesuiti di Gravedona si inquadra nell’ambito della soppressione di Monasteri e Conventi religiosi nella Lombardia austriaca della seconda metà del XVIII secolo, di cui la scritta costituisce un interessante documento.
Ne troviamo traccia nella Storia di Milano di Francesco Cusani (1802-1878) nell’elenco dei monasteri e conventi soppressi nello Stato di Milano dal 1768 al 1772 in cui figura, in data 5 settembre 1769, proprio la “Casa della missione dei Gesuiti” di Gravedona (Cusani 1864, pp. 179-180).
NOTE
[1] Non avendo potuto visionare le scritte originali, nemmeno in una riproduzione fotografica, ci dobbiamo fidare della trascrizione proposta in catalogo, comprese, tra parentesi quadre, le parole di difficile decifrazione.
[2] Sono stati consultati vari siti che si occupano dei cognomi e delle loro origini. Se la scritta non fosse stata decifrata correttamente e il cognome fosse “Vaiano”, sarebbe altrettanto raro. Derivando presumibilmente da un toponimo, l’unico comune che è stato possibile individuare è Vaiano Cremasco (Cr), ma da qui a ipotizzare che il nostro ebanista avesse origini cremonesi-piacentine ce ne corre.
[3] Essendo scritto di seguito al nome Santo Zembra, si potrebbe pensare a un suo titolo onorifico, ma “A.F.” non risulta essere l’acronimo di alcun titolo specifico.
[4] Si rimanda alla voce Monete di Milano in Wikipedia [Vedi].
[5] La Lira milanese si componeva di 20 soldi e un soldo era pari a 12 denari.
Bibliografia citata
-F. Cusani, Storia di Milano dall’origine ai nostri giorni e cenni storico statistici sulle città e province lombarde, Vol. 4, Pirotta, Milano 1864.
-E. Quaglino, Il mobile piemontese, Gorlich, Milano 1966 (riedizione De Agostini 1997).
-C. Longeri-S. Pighi, Il mobile piacentino, Tipleco, Piacenza 2003.
Per alcuni suggerimenti circa l’interpretazione delle scritte, ringrazio padre Andrea Dall’Asta della chiesa gesuita di San Fedele a Milano e Arturo Biondelli, studioso del mobile antico (in particolare, in merito alla monetazione); ringrazio anche Pietro Grigioni per le “cose comasche”.
Post-Scriptum [3.11.2025]
Riceviamo due segnalazioni che volentieri rendiamo note: l’esistenza nel comune di Tremezzo (Co) di una piccola frazione denominata Viano e un sito interamente dedicato alla famiglia Zambra di Careno (Co): https://www.careno-zambra.it/.
Novembre 2025
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