Croce dipinta del XIII secolo o riproduzione postuma?
dalla Redazione di Antiqua
Di fronte a opere come una croce dipinta del XIII secolo [Figura 1], l’approccio corretto sarebbe quello di sottoporla a un esame dal vero da parte di uno o più esperti, non solo storici dell’arte, ma anche persone pratiche di questioni tecniche come i restauratori, nonché ad analisi di tipo scientifico, prassi questa che verrebbe seguita, ad esempio, se si trattasse di un’opera museale.
È comunque sempre opportuna anche una fase propedeutica in cui porsi delle domande sull’oggetto e, possibilmente, giungere già a qualche conclusione o almeno a qualche ipotesi. Questo, soprattutto, nel caso di un proprietario privato a cui le ricerche di cui sopra possono essere precluse, se non altro per motivi economici.

Figura 1. Croce dipinta, tempera e doratura su tavola, cm. 51 (altezza) x 47 x 2, collezione privata.
Tutto ciò doverosamente premesso, sulla base di qualche cognizione e sfruttando gli strumenti della logica, vi sono alcuni motivi per dubitare di essere in presenza di un’opera autentica.
Essa rappresenta una copia “in scala” del cosiddetto crocifisso di san Ranierino, dipinto nel 1240-1250 da Giunta Pisano (circa 1190/1200-1260 e conservato presso il Museo di San Matteo a Pisa [Figura 2], circostanza questa che potrebbe di per sé costituire un forte indizio che si tratti di una riproduzione.

Figura 2. Giunta Pisano, croce dipinta, tempera e doratura su tavola, altezza cm. 185, 1240-1250, Pisa, Museo di San Matteo.
A parte quanto appena affermato, è assai probabile che uno specialista, anche solo davanti a un confronto visivo potrebbe trarre delle conclusioni [Figure 1a e 2a] ma desideriamo comunque procedere con un metodo empirico che possa fornire anche al profano alcuni strumenti di indagine e altrettanti spunti di riflessione.

Figura 1a. Particolare della croce dipinta di Figura 1.

Figura 2a. Particolare della croce dipinta di Figura 2.
Come possiamo notare dalle due immagini messe a confronto qui sopra, il terminale della croce che contiene il ritratto di Maria appare arrotondato in maniera innaturale rispetto all’originale di Giunta Pisano, in cui il profilo è nitido, forse anche a seguito di un restauro. Si veda anche il confronto con lo stesso dettaglio in una croce transitata sul mercato antiquario, le cui tracce di usura appaiono decisamente più credibili [Figura 3].

Figura 3. Croce dipinta, tempera e doratura su tavola, cm. 150 (altezza) x 99, Toscana, XIV secolo, mercato antiquario.
La stessa cosa si può apprezzare da un’altra visuale in cui è possibile osservare il terminale della nostra croce nel suo spessore [Figura 1b].

Figura 1b. Particolare della croce dipinta di Figura 1.
La smussatura indicata dalla freccia sembra artefatta, nel senso di creata ad arte, trovandosi in un punto in cui l’usura dovrebbe essere meno marcata. Sembra addirittura di vedere nell’avvallamento tracce di doratura che sarebbero incoerenti con la perdita di spessore.
Passando a considerare il retro [Figure 1c e 1d], notiamo non solo un’uniformità sospetta, ma anche la traccia di un distacco che lascia intendere che anche il retro sia stato ricoperto da una preparazione gessosa e dipinto, circostanza questa quanto meno inusuale in un manufatto d’alta epoca.


Figure 1c e 1d. Retro della croce dipinta di Figura 1 e suo particolare.
Senza alcuna pretesa di presentare una casistica esaustiva, mostriamo come termine di paragone il retro di due croci dipinte sicuramente antiche [Figure 4 e 5].

Figura 4. Maestro di San Pietro in Vìllore, croce dipinta, cm. 177 (altezza) x 116,5, fine XII secolo, Pienza, Museo Diocesano (retro).

Figura 5. Maestro di Montelabate, croce dipinta, cm. 154 (altezza) x 174, 1290, Perugia, Galleria Nazionale dell’Umbria inv. 15 (retro).
Sul retro della nostra croce, in alto, si vede una vistosa “appendaglia” in ferro, termine con il quale si definisce il dispositivo che permette di agganciare la tavola a un chiodo o a un gancio per appenderla [Figura 1e].

Figura 1e. Appendaglia, altro particolare del retro della croce dipinta di Figura 1.
Questo fa emergere la questione di dove e come la nostra croce potesse essere appesa. Si rimanda in proposito al sito diariodellarte.it e, in particolare, all’articolo Vivo o morto? Crocifissi dipinti nel basso Medioevo, postato il 22 Novembre 2020 [Vedi] in cui si vede la collocazione delle croci dipinte nelle chiese, attraverso tre immagini degli affreschi dipinti tra il 1290 e il 1295 da Giotto (1267-1337) nella basilica superiore di Assisi, ossia dietro la mensa dell’altare, sulla trave di un iconostasi, nella zona presbiteriale accanto al pulpito [Figura 6].

Figura 6. Giotto, episodi della vita di san Francesco, affresco, 1290-1295, Assisi, Basilica superiore (fonte: diariodellarte.it).
Come si può riscontrare nell’immagine di cui sopra e nelle altre due disponibili sul sito citato, nessuna croce si avvale, per essere esposta all’interno di una chiesa, di un sistema che prevede l’uso di un’appendaglia collocata in quella posizione.
A parte le dimensioni della nostra croce (51 centimetri di altezza) – inferiori a quelle della maggior parte delle croci dipinte antiche censite (da 150 a oltre 200 centimetri circa di altezza) – l’appendaglia sembra confacente a un’immagine di tipo devozionale privato da appendere a un muro.
L’appendaglia (vedi ancora Figura 1e) è sicuramente di foggia antica e forgiata a mano, ma ciò non costituisce un requisito sufficiente per datare la croce a un’epoca antica.
Anzi, una ricerca effettuata su manufatti simili ha consentito di identificare un anello da mangiatoia in ferro datato al XIX-XX secolo [Figura 7].

Figura 7. Anello da mangiatoia, ferro, cm. 23 x 5, Montesano Sulla Marcellana (Sa), Museo Civico Etnoantropologico, inv. 744.
Qualora ci si domandasse se l’appendaglia, supposta del XIX secolo, possa essere stata applicata alla successivamente a una croce antica, la risposta sarebbe negativa. Infatti, l’appendaglia è stata presumibilmente fissata nello spessore della croce (di appena 2 centimetri) con chiodi battuti e poi ritorti “alla traditore”, quindi prima della stesura della preparazione propedeutica alla doratura e, successivamente, alla dipintura. Poiché, tuttavia, la stessa appendaglia appare sovrapposta allo strato di preparazione dipinta di colore scuro di cui appare ricoperto il retro della croce, la sua applicazione potrebbe essere anche successiva dando adito all’ipotesi che la parte anteriore, dove si legge INRI, sia stata rifatta, come effettivamente sembrerebbe dall’immagine di Figura 1a.
Per quanto precede, nonostante qualche piccola riserva, si hanno ragioni per ritenere che la croce si stata eseguita non prima della fine del XIX secolo.
Possiamo parlare di un falso? No, perché il falsario, in genere, si attiene, da un lato, alle dimensioni canoniche dell’oggetto imitato e, dall’altro, introduce delle varianti affinché si pensi a una versione perduta di un dato soggetto. Si veda, ad esempio, la croce dipinta passata in asta dal Christie’s nel 1971 con un’attribuzione proprio a Giunta Pisano, la cui immagine è conservata nell’archivio della Fondazione Zeri di Bologna [Figura 8].

Figura 8. Anonimo falsario, croce dipinta, cm. 290 x 177 (fonte: catalogo.fondazionezeri.it).
Nel nostro caso, come già evidenziato, si tratta della copia pressoché identica in scala minore di una croce notissima.
In conclusione, possiamo ritenere che a croce in esame sia stata commissionata da qualche devoto della croce di san Ranierino per una cappella privata o un oratorio e che sia da datare alla fine del XIX secolo, inserendosi nel filone neogotico in voga in quel periodo.
Marzo 2026
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