I due Mosè di Vittoria Ligari
di Letizia Greppi, restauratrice (*)
Premessa
Due dipinti ad olio su tela di Vittoria Ligari (1713-1783 raffiguranti Mosè salvato dalle acque e Mosè fanciullo spregiatore del Faraone sono stati esposti nella grande mostra del 2008, organizzata presso le Sedi di Sondrio e Milano della Banca Credito Valtellinese per celebrare la famiglia di pittori Ligari. Per quest’occasione, anche la Banca Popolare di Sondrio, proprietaria delle opere, decise di dare il suo contributo non solo prestando i dipinti ma finanziando anche il loro restauro, eseguito dall’autrice.
I dipinti in oggetto raffigurano le “storie di Mosè” e hanno modeste dimensioni [Figure 1 e 2].

Figura 1. Vittoria Ligari, Mosè salvato dalle acque, olio su tela cm. 45 x 60, Banca Popolare di Sondrio (foto Letizia Greppi).

Figura 2. Vittoria Ligari, Mosè fanciullo spregiatore del Faraone, olio su tela cm. 45 x 60, Banca Popolare di Sondrio (foto Letizia Greppi).
Nel famoso Mastro N (registro di tutta la produzione ligariana) vengono annoverati tra la produzione di Vittoria e vengono citati quali opere consegnate all’Abate Giovan Simone Paravicini, canonico della cattedrale di Como con dimora anche a Morbegno, conosciuto come figura ricorrente nella produzione di Pietro. Il Quadrio, invece, nel 1755 descrive le due opere quali dipinti destinati alla dimora comasca della famiglia Odescalchi.
Secondo gli studi di Camillo Bassi, che riporta i passaggi nel suo libro del 1931, le tele furono consegnate il 26 Marzo 1743, con misure all’incirca uguali e tali documenti suggeriscono che ci si riferisca proprio a tele dipinte da Vittoria, anche se non vi sono immagini, perché forse “guaste”.
È qui che nascono i dubbi sulla possibile esistenza (non esiste menzione nei documenti) di due altri dipinti, le opere definitive quindi, forse di dimensioni leggermente superiori, eseguiti da Vittoria stessa, in cui ella, a giudizio del Quadrio venne “descritta come pittrice di raro e non ordinario talento”. Altro elemento che fa sorgere questi dubbi è il prezzo pagato per tali opere, 10 doppie per entrambi quadri, un prezzo alto se riportato alle quotazioni di Vittoria che spesso veniva chiamata per opere minori o comunque meno prestigiose rispetto al padre o al fratello Cesare.
In ogni caso, i dipinti che stiamo esaminando, dopo aver fatto perdere le loro tracce per più di un secolo, ricompaiono nello studio di Giovanni Gavazzeni a Talamona, poi a Morbegno divenuti di proprietà di Luigi Fanchi e successivamente a Giovanni Ghislanzoni nel 1941, fino al 1983, quando vennero acquisite dalla Banca Popolare di Sondrio.
I due dipinti, che furono sempre in coppia, rappresentano due scene della vita di Mosè bambino: Mosè salvato dalle acque del Nilo (Pentateuco) e Mosè fanciullo spregiatore del Faraone.
Di questo episodio non vi è traccia nell’Antico testamento e dobbiamo a Laura Meli Bassi il ritrovamento dell’episodio da cui è tratto. Nella biblioteca ligariana, la Meli Bassi ritrova il testo di Giuseppe Flavio Le antichità giudaiche (60 d.c.) che narra l’episodio, poi ripreso nel Flos Sanctorum di Alonso De Villegas (1588): “… costui. Essendo alla presenza del re e della sua figliola, la quale lo aveva adottato per figliolo, essendo il re molto contento della sua bellezza e della sua presenza, essendo di tre anni, burlando con lui gli pose sopra il capo la propria corona e che Mosè, molto adirato, la prese e gettolla per terra”. Sapeva di essere ebreo.
Purtroppo, lo stato di conservazione delle due opere, con conseguenze sul piano estetico, ne ha comportato, prima del restauro, una difficile attribuzione. A causa dei numerosi strati di vernice alterata e gli ampi ritocchi che ricoprivano la superficie, la loro lettura, inficiata da pesanti rimaneggiamenti, si presentava complessa. Nella famiglia Fanchi di Morbegno, infatti, proprietaria dopo il Gavazzeni agli inizi del Novecento, vi era un restauratore ed è proprio a lui che si attribuisce l’antico intervento sia conservativo che estetico su entrambe le opere.
I richiami a Pietro comunque sono evidenti ma vero è anche che, nella stessa bottega, i disegni preparatori, i bozzetti e gli schizzi venivano passati e usati da tutti. In questo caso, comunque, soprattutto nella scena del Mosè fanciullo, anche un occhio attento può percepire subito ciò che, come ben descrive Laura Meli Bassi nel suo conosciutissimo volume: “… lo stile richiama a tal punto quello di Pietro che, senza la dichiarazione del Quadrio, si sarebbe tentati di attribuirle a lui…”.
E il restauratore che più di tutti osserva e guarda un’opera per giorni interi, mesi, ha modo proprio di entrare come nessun’altro in un dipinto, percepirne la costruzione, gli aspetti materici della pittura, dalla composizione, l’uso del colore, il ductus… Nel mio caso, avendo già lavorato anche sulle grandi tele di Pietro dei santi Patroni Gervasio e Protasio del 1725, ho riscontrato dei richiami che suscitano una sensazione di dejavu…
Le opere si presentavano in cornice con il vetro di protezione (che ricordo sempre non essere adatto per le tele, ma solo per disegni o acquerelli) ed erano in discreto stato di conservazione dal punto di vista strutturale; purtroppo, invece, come detto precedentemente, essi presentavano un grosso strato di sporco, vecchie vernici e ritocchi diffusi virati e alterati risalenti all’ultimo restauro.
Al Fanchi si attribuisce un intervento di foderatura delle tele, la sostituzione del telaio con uno a espansione e l’applicazione di una bordura di carta lungo tutto il perimetro delle opere, forse per esporli senza cornice.
È da precisare che questo vecchio intervento era fatto bene dal punto di vista conservativo e aveva ancora un buon effetto di tenuta sul supporto, motivo per cui si è deciso di non andare a toccare il dipinto dal punto di vista strutturale, per la regola sempre valida e preziosa di operare secondo il “minimo intervento”, ossia risparmiando all’opera operazioni non necessarie o comunque non determinate da una condizione di pericolo nella conservazione o nella fruizione del bene.
Riguardo alla fase operativa del restauro è necessario dire che, nonostante le opere fossero in coppia, era indispensabile approcciarsi a ogni singolo dipinto in modo unico, perché, come sempre accade, non si ripetono mai le stesse condizioni, né dal punto di vista esecutivo, né nell’aspetto conservativo, e di riflesso anche metodologico sugli interventi che si richiedono.
In primis si è preso in esame il dipinto del Ritrovamento e, dopo aver eseguito le opportune prove e analisi grazie a lampade UV e ingranditori, si è provveduto a rimuovere la striscia di carta che era incollata sul bordo. L’operazione seguita con tamponcini di cotone e acqua tiepida ha consentito di riscoprire, sotto questa bordura, un colore ben diverso, dai toni alla cromia molto più brillante.
In seguito, sono state aperte piccole finestre di saggio e, come sempre accade in questo passaggio, ci si rende conto di quanto sporco sia un dipinto e di come ben diverso in realtà sia il dipinto come l’autore l’aveva concepito.
Se dal punto di vista conservativo il Fanchi (o comunque il vecchio restauratore) aveva operato in modo ineccepibile – a oggi, non vi erano problemi strutturali perché la vecchia foderatura teneva bene e non emergevano segni di sollevamenti o scarsa adesione al supporto – dal punto di vista estetico, invece, anche a causa anche del tempo che fa virare cromaticamente i colori, emergeva una serie di ridipinture, riprese pittoriche e situazioni in cui il film pittorico originale era sicuramente celato o comunque manomesso. Nonostante questi due dipinti non fossero opere vincolate, perché di proprietà di un Ente privato, si è ritenuto, trovando grande accoglienza, di condividere le diverse fasi lavorative con figure di storici dell’arte che potessero completare una ricostruzione filologica dei vari passaggi della vita dei dipinti e verificare ciò che si stava facendo; le scelte che si sono affrontate quindi, soprattutto durante le delicate fasi di pulitura e in seguito per la reintegrazione pittorica, sono state ragionate e ponderate grazie al supporto di Angela Dell’Oca che, con cadenza settimanale, veniva in laboratorio e vedeva gli sviluppi del lavoro.
Anche la dottoressa Sandra Sicoli, funzionario di zona della Soprintendenza, in visita Sondrio per altri sopralluoghi, è venuta più volte per visionare ciò che stava emergendo.
Pur lavorando separatamente e con approcci diversi a seconda del dipinto, si è preferito affrontare in parallelo le due opere, per essere sicuri di operare in modo simile su entrambi i quadri, soprattutto nella scelta se rimuovere o meno alcune riprese pittoriche e vecchi ritocchi sebbene storicizzati. Alcune riprese, infatti, non sono state rimosse ma solo abbassate di tono mantenendo le primitive stuccature perché solide e ben adese. Terminata la pulitura, durante la fase di stuccatura, soprattutto nel Ritrovamento, si è resa necessaria un’imitazione di superficie delle diverse stuccature, soprattutto “ringranature” delle micro-lacune che esistevano sulla superficie. Nella fase di ritocco pittorico, avvenuto con acquerelli, vista le piccole dimensione delle opere, che portano ad un’osservazione più ravvicinata e soprattutto per la morbidezza dei passaggi tonali, si è preferito non integrare la superficie delle stuccature con un ritocco differenziato a selezione o a tratteggio (che avrebbe dato una lettura troppo netta della lacuna), ma si è scelto di effettuare un “riaccompagnamento” cromatico più velato e mimetico.
A restauro ultimato, le conclusioni sono evidenti. Ciò che emergeva già prima della pulitura ma che, grazie all’intervento di restauro, ora poteva essere confermato con dati oggettivi, era che la tecnica pittorica esecutiva era diversa nei due dipinti, i materiali costituenti non erano corrispondenti – ad esempio, nel Ritrovamento la preparazione è leggermente granulosa mentre nel Mosè fanciullo è più liscia e levigata – la tavolozza e le dominanti cromatiche sono dissimili, così come la costruzione della composizione, l’una più statica e classicheggiante l’altra più spezzata e in movimento; altro elemento di distinguo che si notava era il diverso ductus: nel primo più levigato mentre nel secondo più veloce e sicuro.
Anche la luce è diversa: nel primo, diffusa; nel secondo, usata come strumento di pittura, ossia direzionata laddove interessa colpire e attirare l’attenzione di chi guarda (dalla lezione di Caravaggio che cambiò completamente il modo di sfruttare questo elemento per esprimere dei significati).
Proprio grazie al restauro emerge ciò che già si poteva intuire anche prima, ossia che le tele non sembrano eseguite dalla stessa mano.
Ciò che però è una vera scoperta, possibile solo eliminando il pesante strato di sostanze non originali presenti in superficie, è il fatto che le opere manifestano, in taluni punti, caratteristiche di non finito o comunque in esse contrastano elementi di grande ricercatezza con altre zone in cui la raffigurazione è resa solo da una macchia di colore piatta (non causate da cattive puliture precedenti).
E qui esce ancora più forte quel famoso dubbio che potrebbe insinuarsi nel proporre a storici veri (non come me!) il fatto che questi siano dei piccoli bozzetti, meravigliosi ma pur sempre bozzetti, magari a due mani (Pietro e Vittoria) di quei famosi due dipinti identici, forse leggermente più grandi, dipinti solo da Vittoria, a proposito dei quali il Quadrio parla di lei in termini così superlativi.
Bibliografia
-Francesco Saverio Quadrio, Dissertazioni critico-storiche intorno alla Rezia di qua dalle Alpi, oggi detta Valtellina, III, Bologna, Forni, 1970 (ristampa fotomeccanica dell’ed. del 1756).
-Camillo Bassi, I pittori Ligari di Sondrio, Milano, 1931).
-Laura Meli Bassi, I Ligari. Una famiglia di artisti valtellinesi del Settecento, Sondrio, Banca Piccolo Credito Valtellinese, 1974.
-Laura Meli Bassi, I Ligari (Pietro, Cesare, Vittoria), in Civiltà artistica in Valtellina e Valchiavenna. Il Settecento, (a cura di Simonetta Coppa), Bergamo, Bolis, 1994.
-Simonetta Coppa, Eugenia Bianchi (a cura di), I Ligari. Pittori del Settecento lombardo, catalogo della mostra di Milano in occasione del centenario di fondazione del Credito valtellinese (1908-2008), Skira-Credito Valtellinese, 2008.
-Paolo Vanoli, I Ligari. Atlante delle opere, Skira-Credito Valtellinese, 2008.
(*) Questo articolo è estratto da una scheda più completa (contenente maggiori notizie riguardanti la pittrice Vittoria Ligari) che si può leggere integralmente nel sito dell’autrice [Leggi].
Novembre 2025
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