L’ “ebanista” Angelo De Amici ovvero cronaca di un pasticcio (forse più di uno) ovvero il misconosciuto Luigi Annoni

di Andrea Bardelli

Vedi Post-Scriptum del 6.10.2025 che modifica alcune conclusioni tratte nel presente articolo.
Vedi anche successivo Post-Scriptum del 3.11.2025.

Nel celebre articolo Dipingere con l’intarsiatura in legno del 1995, Enrico Colle introduce la figura di Angelo De Amici, il quale presenta all’Esposizione Internazionale di Parigi del 1867 uno stipo monumentale eseguito “su disegni di Luigi Annoni e con la collaborazione di Giovanni Brambilla” (Colle 1995, p. 139) [Figura 1].

angelo-de-amici-luigi-annoni-giovanni-brambilla-stipo-doppio-corpo-ebano-avorio-esposizione-ingternazionale-parigi-1867

Figura 1. Stipo a doppio corpo, presentato all’Esposizione Internazionale di Parigi del 1867 (The illustrated catalogue 1868, p. 105).

Con riferimento a Giovanni Brambilla, Colle lo definisce parente di Adriano Brambilla, autore di un armadio e di un tavolo intarsiato con un Ratto delle Sabine, presentato all’esposizione di Milano del 1881 e ora conservato, insieme a un tavolino con Erodiade recante la testa del Battista, presso il Museo Borgogna a Vercelli (nota 1).
Nel 1998, lo stesso Colle, nel volumetto dedicato agli scrigni e agli stipi della collezione Mosca di Pesaro, contraddicendo quanto sostenuto nel 1995 scrive, usando le stesse parole, che a collaborare allo stipo “parigino” è Luigi Brambilla, parente di Adriano, ecc., e pubblica lo stipo del Museo Borgogna attribuendolo allo stesso Luigi Brambilla (Colle 1998, p. 47, figura 27 p. 45).
Ancora nel 2007, nel volume sul mobile italiano dell’Ottocento, nel redigere la biografia di Luigi Brambilla, Colle lo definisce ebanista intarsiatore che nel 1867 partecipa all’Esposizione di Parigi con un “grande armadio di ebano nero intarsiato in avorio, che destò la generale ammirazione”, senza fare più cenno, questa volta, alla sua partecipazione allo stipo di Angelo De Amici. E ancora: “della sua produzione si conserva ancora uno stipo risalente al 1881, decorato fra l’altro da un pannello centrale su cui campeggia una copia del Trionfo di Galatea, tratto da Raffaello (Colle 2007 p. 430).
Queste ultime considerazioni sono, a mio avviso, confutabili.
Sembra assodato che lo stipo del Museo Borgogna sia di Adriano Brambilla e non di Luigi come sostenuto nel 1998. Infatti, già nel 2007, Colle lo riconduce ad Adriano nella biografia che lo riguarda (Colle 2007 p. 430).
Per quanto riguarda gli altri lavori attribuiti da Colle nel 2007 a Luigi Brambilla, ho potuto consultare il catalogo illustrato dell’esposizione parigina nell’edizione in lingua inglese del 1868 che pubblica un’immagine dello stipo di Angelo De Amici, specificando: “… the engraving of the ivory is executed by Giovanni Brambilla” (The illustrated catalogue 1868, p. 105). Inoltre, nell’Indice (Table of contents), alla voce Furniture, figura il solo Angelo De Amici (The illustrated catalogue 1868, p. VI). Nessuna traccia, quindi, del “grande armadio di ebano nero intarsiato in avorio …”.
Per quanto riguarda lo “stipo risalente al 1881 …”, anche se la sua provenienza non è specificamente indicata, ho controllato la Guida dell’Esposizione Nazionale Milano del 1881, edita da Sonzogno, in cui compare Adriano Brambilla con “parecchi mobili di gran lusso con begli intarsi e adorni di pietre dure”, ma non Luigi (Guida del visitatore 1881, p. 84). Detto per inciso, lo stipo di Adriano Brambilla conservato nel Museo Borgogna, ha il pannello centrale con il Trionfo di Galatea di Raffaello.
Al di là di quanto afferma Colle, non sembra vi siano lavori attribuibili con certezza a Luigi Brambilla, al punto da dubitare della sua stessa esistenza (nota 2).
Probabilmente un equivoco risale a Demetrio Carlo Finocchietti.
Nel suo volume del 1869, citato da Colle nel 2007, Finocchietti scrive: “Non meno splendido successo della scultura in legno, ebbe la Xilotarsia Italiana nella gran mostra Parigina delle arti e industrie mondiali. Il grande armadio di ebano nero intarsiato di avorio di Luigi Brambilla di Milano sarebbe solo bastato per dimostrare con quale buon gusto e perfezione trattasi tutt’ora quest’arte fra noi” (Finocchietti 1869, p. 333) (nota 3).
Tornando al mobile di cui alla Figura 1, sempre nel suo volume del 2007, Colle cita Giovanni Brambilla, non già in relazione a detto mobile, bensì come intagliatore presente all’esposizione di Milano del 1881 con “un cofanetto sostenuto da grifoni e coronato da una statuetta rappresentante la Bellezza posta su una pelle di leone …” (Colle 2007, p. 430, citata L’esposizione italiana del 1881 in Milano, p. 239, ill. p. 240).
Altre notizie su un intagliatore Giovanni Brambilla le ricaviamo da un volume scritto da Rossana Bossaglia e da Mia Cinotti sul tesoro e sul museo del Duomo di Milano in cui si legge che, nel 1889, l’intagliatore Giovanni Brambilla costruisce il modello della nuova facciata del Duomo di Milano (attualmente inventariato nel museo della cattedrale milanese con il n. 347) (Bossaglia-Cinotti 1978, scheda n. 1108 p. 63 ill. 1125-1131).
Può esistere un legame di parentela, tra questo intagliatore e il Giovanni Brambilla che nel 1867 viene citato accanto ad Angelo De Amici? Un caso di omonimia?
Meglio, per ora, non sbilanciarsi.
L’altro partner è, come detto sopra, Luigi Annonithe artist who furnished the general design” (The illustrated catalogue 1868, p. 105).
Contrariamente a quanto speravo, su Luigi Annoni le notizie sono scarsissime, nonostante a Milano gli sia stata dedicata una via. Il volume sulle strade milanesi scritto dal commendator Vittore Buzzi – il principale finanziatore dell’ospedale pediatrico Buzzi – riporta: Annoni Luigi (1846-1925), ingegnere ed educatore milanese (Buzzi 1973, p. 27). Si dovrebbe quindi trattare del padre del più noto architetto Ambrogio Annoni (1882-1954) nella cui biografia si dice “… nato da Luigi Annoni (un ingegnere che spese la sua vita insegnando nelle scuole comunali milanesi tanto da meritarsi l’intitolazione di una via) …” (nota 4).
Un articolo sulla Villa Litta di Affori (quartiere periferico nella zona nord di Milano) – pubblicato da Asco Affori – cita degli scritti non meglio identificati dell’architetto Ambrogio Annoni, secondo i quali il campanile della parrocchiale di Santa Giustina, sempre ad Affori, sarebbe stato eretto nel 1873 “su disegno dell’Ingegnere Luigi Annoni” (nota 5).
Non sappiamo se questo Luigi Annoni sia lo stesso che, appena ventunenne, disegna lo stipo esposto a Parigi, ma potrebbe trattarsi proprio di lui (nota 6).
Un’altra possibilità è che si tratti di un Luigi Annoni, editore-tipografo-libraio attivo a Monza tra il 1851 e il 1905 dove gestiva la Tipografia dell’istituto dei Paolini in Piazza di sant’Agata n. 480, specializzata nella stampa di pubblicazioni sulle vite dei santi (nota 7).
Egli potrebbe essere stato a sua volta incisore – anche se una ricerca in questa direzione non ha prodotto risultati – e aver avuto, comunque, una certa dimestichezza col disegno. Sicuramente era in rapporto con diversi incisori e questo stabilirebbe un suggestivo parallelo con il Mantovani che firma diversi mobili in ebano e avorio e che, assai presumibilmente, era un incisore (nota 8).
Tuttavia, nella rivista L’arte in Italia, dell’ottobre 1871, Carlo Felice Biscarra (direttore della rivista insieme a Luigi Rocca), siglandosi C. F. B., scrivendo e a proposito dello stipo presentato a Parigi nel 1867 di cui stiamo discutendo, definisce Angelo Deamici [sic] “di Milano”, come già in The illustrated catalogue del 1868 (vedi sopra), ma anche Giovanni Brambilla (definitivamente non Luigi) e Luigi Annoni sono definiti “milanesi entrambi” (L’arte in Italia 1871, p. 152).
Difficile quindi che si parli del Luigi Annoni, editore monzese, nonostante la vicinanza, non solo geografica, tra Monza e Milano.
Ciò premesso, riprendo quanto scrive letteralmente il Biscarra.
Mentre dice chiaramente che il mobile è “lavorato per le parti d’intaglio da Giovanni Brambilla sul progetto e disegno di Luigi Annoni”, quando introduce De Amici parla di mobile da lui “esposto” (L’arte in Italia 1871, p. 152).
Inoltre, la didascalia alla base della tavola che illustra il mobile recita: “Armadio di Lusso (stile del secolo XVI) disegnato da Luigi Annoni, lavorato d’intaglio da Giovanni Brambilla (milanesi)” (L’arte in Italia 1871, p. 153).
Torno al testo pubblicato su The illustrated catalogue del 1868 che così si esprime “This most beautiful Cabinet – of ebony, inlaid with ivory, engraved – is contributed by De Amici Angelo, of Milan” (cfr. ancora The illustrated catalogue., 88, p. 105).
In base al celebre dizionario curato da Mario Hazon, il verbo contribute esprime più il concetto di fornire che non quello di creare (Hazon 1980, p. 153).
Assale il dubbio che Angelo De Amici fosse l’espositore dello stipo e non il suo principale esecutore come si è sempre creduto (nota 9). È mai possibile?
Questo spiegherebbe come mai Angelo De Amici risulta, a parte quanto diremo più avanti, l’artefice di un solo mobile.
Ricomincio da capo.
Effettivamente, anche Colle nel 1995 scrive che Angelo De Amici “presentò” a Parigi nel 1865 il monumentale stipo e, poco prima, dopo aver citato vari artigiani, scrive che ad essi si può aggiungere Angelo de Amici, definendolo “studioso cultore” dell’arte della tarsia e “degno erede delle gloriose tradizioni lombarde”. Le virgolette non sono mie, ma sue; infatti, le fa seguire da una nota in cui cita un articolo a firma D. C. Vittori dal titolo Tarsia d’avorio in ebano, pubblicato in L’Esposizione Universale di Parigi del 1867 illustrata, Milano 1867, p. 958 (Colle 1995, p. 139, nota 45 a p. 146).
L’unico testo sull’Esposizione di Parigi del 1867 pubblicato a Milano che sono riuscito a reperire è quello pubblicato dai Fratelli Treves in cui, effettivamente, c’è un pezzo di Vittori che però si intitola L’Italia all’esposizione Universale con una diversa numerazione di pagine (Esposizione di Parigi 1867, pp. 259-263; non p. 958 come indicato da Colle). Non ho trovato i pezzi virgolettati da Colle, però Vittori scrive: “Questa medesima sala racchiude mobili in avorio ed in ebano di grande effetto, come quello per esempio di Luigi Antoni [sic] e Giovanni Brambilla di Milano e di Luigi Annoni”. Un bel contributo ad aumentare lo stato di confusione!
Le incertezze sulla figura di Angelo De Amici possono aver indotto Colle, tralasciando il volumetto relativo alla collezione Mosca, a non dedicare a De Amici alcuna nota biografica nel suo volume sul mobile italiano dell’Ottocento del 2007 – non credo solo per mancanza di notizie – pur menzionando incidentalmente, tra gli “opifici milanesi”, quello di Angelo De Amici (Colle 2007, p. 355).
Una più accorta rilettura delle fonti, anche da parte mia, ha probabilmente risolto il mistero.
Il contemporaneo e come tale meglio informato Finocchietti, più volte citato a proposito di Brambilla, nel suo volume del 1869 dedicato all’Esposizione di Parigi di due anni prima, scrive: “Molti e importantissimi furono i lavori che inviarono alla Esposizione di Parigi gli ebanisti Milanesi; e primo fra quelli merita menzione onorevolissima il monumentale armadio in ebano, stupendamente sagomato e finissimamente intarsiato in avorio dai valentissimi Luigi Annoni e Giovanni Brambilla, che fu esposto dal proprietario Angiolo de Amici (Finocchietti 1869, p. 35).
A parte lasciar intendere un intervento di Luigi Annoni non solo come designer, ma anche come artefice, il fatto che il De Amici fosse il proprietario e non un ebanista appare in tutta chiarezza.
Nel corso della ricerca era emerso un Angelo De Amici, presente negli stessi anni a Milano.
Ne parlano diversi autori come collezionista e antiquario (nota 10), la cui collezione – composta da quadri, ceramiche, oggetti d’arte e mobili – fu venduta in un’asta organizzata da Giulio Sambon nel 1889 (nota 11). È proprio lui il candidato più credibile per essere il proprietario dello stipo in questione (nota 12).
In conclusione, se Angelo De Amici è il proprietario dello stipo e Luigi Annoni è colui che l’ha progettato, l’esecuzione del mobile sembra pesare interamente su Giovanni Brambilla.
Poiché essa richiede il talento di un intarsiatore, riesce difficile credere che sia lo stesso Giovanni Brambilla “intagliatore” di cui parlano alcune fonti (vedi sopra Bossaglia-Cinotti 1978, op. cit.). anche se il già citato Biscarra, forse equivocando, identifica Giovanni come intagliatore (L’arte in Italia 1871, p. 152). È invece assai probabile che alle spalle di Giovanni ci fosse la ben organizzata bottega di Adriano Brambilla di cui risulta essere “parente”.
Per tutto quanto precede, mi ha stupito imbattermi in un altro mobile, anche in questo caso un monumentale stipo a due corpi, attribuito ad Angelo De Amici.
Come riportato nella scheda dei Beni Culturali della Lombardia redatta da Ilaria De Palma nel 2009, aggiornata e revisionata da Francesco Albertini nel 2024, il mobile appartiene alle raccolte del Castello Sforzesco ed è stato acquisito presso la casa d’aste Il Ponte nel 2002 [Figura 2, nota 13].

bottega-milanese-stipo-doppio-corpo-1870-milano-castello-sforzesco

Figura 2. Bottega milanese, Stipo a doppio corpo, 1870 circa, Milano, Castello Sforzesco, inv. 1890.

Nella stessa scheda, viene fatto un riferimento bibliografico al piccolo volume sui mobili italiani del Castello Sforzesco, curato da Claudio Salsi nel 2006, in cui, a giustificazione di questa attribuzione, si trova ben poco, se non che le collezioni civiche milanesi possiedono un mobile a due corpo di Angelo De Amici acquisito di recente, di cui viene mostrata l’immagine (Salsi 2006, pp. 88-89, Fig. 7 nella cui didascalia il nome Angelo De Amici è accompagnato da un punto interrogativo).
L’attribuzione al De Amici appare quindi inconsistente.
Per altro, è stato possibile individuare un vero e proprio corpus di mobili che si possono mettere in stretta relazione con quello del Castello Sforzesco appena presentato. Al momento attuale i mobili che lo compongono, oltre a quello del Castello, sono quattro.
Concludo, mostrandone solo due, in attesa di riprendere il discorso quando sarà stato possibile acquisire elementi sufficienti a ipotizzare la bottega che li ha realizzati: il primo è stato pubblicato nel 1991 da Nicola De Csillaghy che lo dice “firmato” da Ludovico Pogliaghi (De Csillaghy 1991, p. 228 [Figura 3, nota 14], il secondo nel 2000 da Giacomo Wannenes senza alcun tentativo di attribuzione (Wannenes 2000, p. 191 n. 410) [Figura 4].

bottega-milanese-stipo-doppio-corpo-1870

Figura 3. Bottega milanese, Stipo a doppio corpo, 1870 circa.

bottega-milanese-stipo-doppio-corpo-1870

Figura 4. Bottega milanese, Stipo a doppio corpo, 1870 circa.

NOTE

[1] Per la sua importanza, Adriano Brambilla merita una trattazione a sé a cui speriamo presto di provvedere. Per ora sarà citato solo con riferimento ai mobili di cui si tratta nel presente articolo.

[2] Un intagliatore L. Brambilla, attivo nella prima metà XIX secolo, di cui si sa abbia eseguito dei lavori su disegni di Domenico Moglia – un altro personaggio da approfondire – viene citato da Anna Maria Cito Filomarino nel suo volume del 1969 sui mobili dell’Ottocento (Cito Filomarino 1969, p. 6).

[3] Non c’è pericolo che Finocchietti confonda Luigi con Giovanni perché, nella pagina precedente, cita per due volte un Brambilla, associandolo con Annoni.
Nel 1995, Colle citando testualmente un altro scritto di Finocchietti edito nel 1873 – che non abbiamo rintracciato, ma che, presumibilmente, riprendeva quello del 1869 – si sente in dovere, questa volta giustamente, di aggiungere “(Giovanni)” prima di Brambilla associato con Annoni (Colle 1995, p. 139, citato Finocchietti 1873, p. 147).

[4] Vedi alla voce Ambrogio Annoni in Wikipedia [Leggi]. La notizia della paternità di Luigi non è invece riportata nella stessa voce del Dizionario Biografico degli Italiani redatta da Maria Cristina Pavan Taddei nel 1961 per il volume 3.

[5] Vedi L’eredità artistica e culturale. La villa Litta di Affori [Leggi].

[6] Abbiamo verificato le Guide di Milano di vari anni in cui gli ingegneri occupano, in genere, un’apposita categoria. In quella del Milano 1865 non figurano né Angelo De Amici, né Luigi Annoni o, meglio, ne compare uno, ma fa il prestinaio. Nella Guida del 1879, scelta “a campione” troviamo un De Amici rag. Guglielmo che lavora nell’amministrazione del Comune di Milano e due Annoni Luigi, un archivista e un segretario del Patronato degli spazzacamini.

[7] La notizia è stata reperita in un sito di numismatica, in una sezione dedicata a una chat di cartofilia [Vedi].

[8] Mobili in ebano e avorio firmati Mantovani, ebanista o incisore a Milano nella seconda metà dell’Ottocento (in corso di pubblicazione).

[9] Diciamo subito che alla voce Furniture nell’Indice (cià citato sopra del 1868, Angelo De Amici viene elencato, tra gli italiani, accanto a Giovanni Battista Gatti e a Giuseppe Parvis, sui quali in questa sede non intendo dilungarmi, ma che sono sicuramente degli ebanisti (The illustrated catalogue 1868, p. VI).

[10] Martina Colombi, Milanese antique dealers and the international market Giuseppe Baslini and the Grandi family company, Journal of the History of Collections, vol. 36 n. 3 (2024), pp. 503-514; Lorenzo Napodano, Giulio Sambon mercante d’arte, ACME (rivista della Facoltà di Studi Umanistici della Statale di Milano), 2018 vol. 71 n. 2, pp. 131-166.

[11] Giulio Sambon, Catalogo della collezione De Amici di Milano. Quadri, maioliche e porcellane, tabacchiere, bomboniere, armi, bronzi, ferri, oggetti d’arte e da vetrina, oreficeria, arazzi, stoffe e mobili diversi, Giacomo Pirola, Milano 1889 (ristampa Forgotten Books 2018).

[12] Ne avremmo una prova definitiva se il mobile comparisse nel catalogo dell’asta Sambon del 1889 (vedi nota 11), ma al momento non mi è stato possibile consultarlo, nemmeno nell’edizione ristampata nel 2018.

[13] Vedi la scheda dei Beni Culturali della Regione Lombardia [Vedi].

[14] Cosa del tutto improbabile in quanto Ludovico Pogliaghi (1857-1950) è stato pittore, scultore e scenografo, ma non ebanista pur avendo disegnato alcuni mobili (vedi Claudio Salsi, Ludovico Pogliaghi ornatista e disegnatore di mobili e l’arredo per casa Crespi in Salsi op.cit., pp. 157-181).

Bibliografia citata
-L’Esposizione Universale di Parigi del 1867 illustrata, (a cura del cav. Francesco Ducuing), Sonzogno Milano (Firenze-Venezia), 1867.
-The illustrated catalogue of the Universal Exibition published with the Ars Journal, Virtue & Co., London-New York 1868 [Vedi].
-D. C. Finocchietti, Esposizione Universale del 1867. Delle industrie relative alle abitazioni umane con notizie monografiche sul mosaico, e sulla scultura e tarsia in legno, Giuseppe Pellas, Firenze 1869.
-L’arte in Italia, Unione Tipografico Editrice Torinese, Torino 1871 (anno terzo).
-D. C. Finocchietti, Della scultura e tarsia in legno, G. Barbera, Firenze 1873.
-Guida del visitatore alla esposizione industriale italiana in Milano, Sonzogno, Milano 1881.
-A. M. Cito Filomarino, L’Ottocento. I mobili del tempo dei nonni, Gorlich, Milano 1969.
-V. Buzzi, Lo sapevi che …? Quello che un milanese deve sapere, Effeti, Milano 1973.
-R. Bossaglia-M. Cinotti, Tesoro e museo del Duomo, II, Electa, Milano 1978.
-M. Hazon, Grande dizionario inglese/italiano-italiano/inglese, Garzanti 1980.
-N. De Csillaghy, Il mobile dell’Ottocento in Italia, De Vecchi, Milano 1991.
-E. Colle, Dipingere con l’intarsiatura in legno. Appunti sul mobile intarsiato lombardo, in Rassegna di Studi e Notizie, Castello Sforzesco, Milano 1995, p. 105-146.
-G. Wannenes, I mobili italiani – L’Ottocento, De Vecchi, Milano 2000.
-C. Salsi (a cura di), Il mobile italiano nelle collezioni del Castello Sforzesco di Milano, Skira, Milano 2006.
-E. Colle, Il mobile dell’Ottocento in Italia, Electa, Milano 2007.

Ringrazio Fiorella Mattio, conservatrice della Raccolte Arte Applicata e Strumenti Musicali del  Castello Sforzesco di Milano.

Ottobre 2025

© Riproduzione riservata

Post-Scriptum [6.10.2025]

Luigi e non Giovanni (Brambilla) ovvero Ha ragione Colle.
Nicoletta Serio, ex reference librarian presso la Biblioteca del Castello Sforzesco di Milano, commentando l’articolo appena uscito, mi scrive: “Ci sono altre citazioni su riviste dell’epoca che riportano Luigi” Brambilla, ma sappiamo che francesi e inglesi non andavano troppo per il sottile con i nomi degli stranieri”.
Mi viene un dubbio: e se l’errore fosse nel catalogo inglese del 1868 che parla di Giovanni Brambilla?
Enrico Colle doveva essersene accorto già nel 1998 quando “sostituisce” Giovanni con Luigi.
A questo punto, correttamente, nel 2007, Colle cita Giovanni Brambilla solo come intagliatore e Luigi Brambilla come esecutore dello stipo presentato a Parigi nel 1865 (citando Finocchietti che si rivela, ancora una volta, fonte affidabile). Per quanto riguarda l’altra opera attribuita nella stessa sede a Luigi Brambilla, ossia lo “stipo risalente al 1881” decorato con il Trionfo di Galatea, possiamo ipotizzare che sia stato presentato al di fuori dell’esposizione milanese del 1881 nel cui catalogo, effettivamente, non compare.

Post-Scriptum [3.11.2025]

Che l’esecutore dello stipo sia Luigi Brambilla e non Giovanni trova conferma anche in un’altra pubblicazione dell’epoca, segnalata da Nicoletta Serio: L’ investigateur: journal de la Société des Etudes Historiques, Volume 8, pubblicata nel 1868 a Parigi dall’Istituto storico di Francia. A pagine 87, si legge: “Quel meuble du seiziéme siècle peut être comparé au grand cabinet, au stipo d’ébène et d’ivoire exécuté par Luigi Brambilla e Giovanni [sic!] Annoni, de Milan?” (quale mobile del sedicesimo secolo si può paragonare al grande cabinet, o stipo in ebano e avorio eseguito da Luigi Brambilla e Giovanni Annoni di Milano?).
Inoltre, sempre grazie a Nicoletta Serio, siamo riusciti a recuperare il catalogo dell’asta Sambon del 1889 di cui alla nota 11 ed effettuare la verifica di cui alla nota 12.
Lo stipo di cui ci siamo occupati non compare, mentre troviamo un altro stipo monumentale di artefici non identificati [Figura A].

stipo-ebano-avorio-angelo-de-amici-asta-sambon-1889

Figura A. Stipo in ebano e avorio, già collezione Angelo De Amici, asta Sambon 20.3.1889 n. 472, pp. 43-44, tav. 22.