La Pala Portuense di Ercole De Roberti e le casse d’organo a Milano nell’Ottocento. Parte I
di Andrea Bardelli e Adriano Giacometto
Nel corso di una ricerca iniziata nel 2008 sugli arredi lignei nelle chiese milanesi è stata rilevata una certa corrispondenza stilistica nelle cantorie di alcuni organi, costituita da scene dipinte su fondo oro, incorniciate da una struttura dall’apparente colore bruno-olivastro (nota 1). Possiamo citare i casi di San Nazaro Maggiore (detta anche in Brolo) [Figura 1], San Vittore al Corpo [Figura 2], Sant’Antonio Abate [Figura 3] San Marco [Figura 4] e San Fedele.

Figura 1. Organo della chiesa di San Nazzaro Maggiore a Milano.

Figura 1. Organo della chiesa di San Vittore al Corpo a Milano.

Figura 3. Organo della chiesa di Sant’Antonio Abate a Milano.

Figura 4. Organo della chiesa di San Marco a Milano, prima del restauro del 2019, foto Giovanni Dell’Orto.
I soggetti sono costituiti per lo più da scene bibliche, tra le quali una delle più rappresentate è il trasporto dell’Arca e il crollo delle mura di Gerico, ma anche panoplie con strumenti musicali (Sant’Antonio Abate). Fa eccezione, in questo senso, la cantoria di San Fedele che rappresenta, al centro, l’ultima cena di Leonardo [Figura 5].

Figura 5. Organo della chiesa di San Fedele a Milano.
Questa particolare tipologia di cassa è riscontrabile anche in altri centri lombardi. I casi più significativi sono Robecco sul Naviglio (Mi), chiesa di San Giovanni Battista) [Figura 6], Cassano Magnago (Va), chiesa di Santa Maria del Cerro [Figura 7], Ripalta Cremasca (Cr), chiesa di San Cristoforo, Crema, chiesa di San Bernardino.

Figura 6. Organo della chiesa di San Giovanni Battista a Robecco sul Naviglio (Mi).

Figura 7. Organo della chiesa di Santa Maria del Cerro a Cassano Magnago (Va).
In qualche caso, la stessa impostazione stilistica riguarda anche il pulpito come in San Marco a Milano [Figura 8] e a Somma Lombardo (Va), chiesa di sant’Agnese [Figura 9].

Figura 8. Pulpito della chiesa di San Marco a Milano.

Figura 9. Pulpito della chiesa di sant’Agnese a Somma Lombardo (Va), foto Donata Valenti.
È possibile che da questa ricognizione sia sfuggito qualche esemplare, ma quelli riferiti appaiono sufficienti a identificare una tipologia abbastanza ben definita.
Le cassa di Sant’Agnese a Somma Lombardo, invece, pur essendo molto simile per configurazione a quelle sopra citate, è caratterizzata da pannelli dipinti dorati, ma in bassorilievo che troviamo anche in Santo Stefano a Milano [Figura 10], condivisi con il pulpito, e in san Giorgio a Corneliano Bertario (Mi).

Figura 10. Organo della chiesa di Santo Stefano a Milano.
Successivamente alle ricerche di cui sopra, è capitato di associarle un’immagine della Pala Portuense di Ercole de Roberti (1451-1496) conservata nella Pinacoteca di Brera [Figura 11] che rivela sorprendenti analogie stilistiche e cromatiche con le casse e cantorie in discorso, soprattutto con queste ultime.

Figura 11. Ercole de Roberti, Madonna con Bambino e santi (Pala Portuense), 1479-1481, olio su tela cm. 323 x 240, Milano Pinacoteca di Brera.
Si veda il confronto tra due pannelli tratti dalla Pala portuense [Figure 11° e 11b] e alcuni dei pannelli appartenenti alle cantorie di cui sopra [San Nazaro, Figura 1a e San Vittore, Figura 2a], ma soprattutto l’incorniciatura del medesimo colore bruno-olivastro.


Figure 11a e 11b. Particolari della Pala Portuense.

Figura 1a. Particolare della cantoria dell’organo di San Nazaro a Milano.

Figura 2a. Particolare della cantoria dell’organo di San Vittore a Milano.
Poiché la Pala Portuense è giunta a Milano dalla chiesa ravennate di Santa Maria in Porto nel 1811, è nata la suggestione che possa essere questa ad aver influenzato la decorazione della struttura lignea di molti organi milanesi e non solo.
Si potrebbe anche individuare un personaggio chiave nell’architetto Pietro Pestagalli (1776/7-1853) (G. D’Amia 2015), in quanto progettista di alcune casse d’organo della tipologia in esame (vedi oltre), nonché fautore dell’introduzione dello stile bramantesco a Milano (G. Damia 2021).
Come è noto, esiste un rapporto tra Bramante ed Ercole de Roberti: i due si sarebbero verosimilmente incontrati negli anni precedenti il soggiorno lombardo di Bramante del 1477 (A. Bruschi 1971), per cui la diffusione dello stile bramantesco potrebbe aver agevolato un recupero di de Roberti nella chiave sopra citata.
Allo stato attuale, non è stato possibile reperire informazioni su tutte le casse in questione per quanto riguarda l’epoca esatta di esecuzione di queste decorazioni e su chi ne possa essere l’artefice (nota 2).
Il restauratore Gianluca Leonetti, il quale ha avuto modo di mettere mano nel 2019 alla parte lignea dell’organo di San Marco, riferisce che le scene di massa sono dipinte su fondo oro a mecca con la tradizionale tecnica di tempera all’uovo, sulla quale è stata rilevata la presenza di delicate velature con legante grasso, principalmente olio. In base alla sua esperienza relativa ad altri simili organi cittadini, la tecnica della pittura a tempera è la stessa, ma la mano è diversa quindi dobbiamo ipotizzare non una sola bottega, ma diversi decoratori.
Quanto all’epoca, se la nostra ipotesi di una “derivazione” dalla Pala Portuense è plausibile, dovremmo collocarci in epoca posteriore al 1811.
Molto interessante quanto scrive Eva Tea nel 1962 in uno dei suo celebri tre volumi sulle chiese di Milano: “Pure neoclassico è l’organo della chiesa di San Fedele, caratteristico per il parapetto dipinto a monocromato, di un pittore non lontano dal gusto del Londonio. Da questo momento organi e pulpiti sono spesso dipinti a monocromato aureo su fondo rossastro come si vede in S. Nazaro” (E. Tea 1962, p. 61).
Noi sappiamo che la cassa dell’organo di San Fedele – che la Tea ritiene il primo della serie – è stata progettata da Pietro Pestagalli e risale al 1827 (F. Crimi 2009).
Per contro, l’appena citato Federico Crimi, in un successivo contributo sullo stesso argomento, definisce un “exemplum” quella di San Nazaro, che è del 1829, sempre su progetto del Pestagalli (F. Crimi 2010).
Stando a queste testimonianze, sembrerebbe che il 1827 possa essere la data post quem per la realizzazione delle casse e delle cantorie di cui ci stiamo occupando.
Quanto alle altre casse milanesi, quella di Sant’Antonio Abate è stata progettata “quasi certamente” nel 1832 da Giacomo Tazzini (1785-1861), il quale unisce spesso i suoi destini professionali a quelli di Pestagalli; non si hanno invece notizie circa quella di San Vittore al Corpo, ignorata dai principali contributi sulla basilica che è stato possibile reperire.
Strettamente legate alla cassa di San Nazaro sono due casse piemontesi: quella del Duomo di Novara [Figura 12] e quella della chiesa di san Vittore a Cannobio (Vb) [Figura 13].

Figura 12. Organo della basilica di Santa Maria Assunta a Novara.

Figura 13. Organo della chiesa di San Vittore a Cannobio (Vb).
Nel primo caso, quello novarese, si tratta in realtà di due organi contrapposti, le cui rispettive casse sono state progettate, quella di sinistra rispetto all’altare, da Pestagalli attorno al 1831 ed eseguita dopo il 1832, mentre quella speculare potrebbe essere stata realizzata “nel medesimo periodo, o poco dopo, sotto la direzione o ripetendo il disegno di Pestagalli” (F. Crimi 2010).
Per quanto riguarda Cannobio, secondo quanto scrive Federico Crimi, la cassa è stata progettata dall’architetto Giacomo Moraglia (1791-1860) sviluppando un’idea di un altro architetto, Ferdinando Caronesi (1794-1842), nato sul Lago Maggiore, ma formatosi a Milano, al quale i responsabili della chiesa di San Vittore avevano affidato la progettazione di un nuovo pulpito realizzato nel 1826. Attualmente i pulpiti sono due, a ciascuno dei lati di ingresso del presbiterio [Figura 14].

Figura 14. Pulpiti della chiesa di San Vittore a Cannobio (Vb).
Sempre secondo Crimi, “se il pulpito di Ferdinando Caronesi anticipava le forme di quelli del S. Nazaro milanese, l’organo ripeteva pedissequamente il disegno dell’esemplare ideato da Pestagalli” (F. Crimi 2010).
Non viene specificata la data di costruzione della cassa di Cannobio, ma possiamo ritenere attendibile come riferimento quella del 1837 che, secondo la scheda dell’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione (ICCD 00026789), compare in una targhetta cartacea accanto alla scritta “Die Sancto Pentecostes” sul frontalino sopra la tastiera dell’organo.
Tutto sembra finora indicare, per queste casse, una cronologia incentrata sul decennio successivo al 1827.
Di grande rilevanza è quanto fa notare Crimi a proposito di maestranze, per lo più milanesi. Infatti, nel cantiere di San Nazaro a Milano figurano gli intagliatori Carlo Ripamonti e Leone Giacomo Buzzi, il falegname Giuseppe Mezzanotti, coadiuvato da Giuseppe Branca, e il doratore Camillo Fontana. Gli stessi, meno il Buzzi, ma con l’aggiunta di Pietro Bossi, lavorano anche a Cannobio; qui il Bossi viene classificato come doratore, mentre a Camillo Fontana (erroneamente chiamato Carlo) viene attribuita la qualifica di “pittore d’ornato” (nota 3).
Poiché l’esecuzione dei pannelli figurati a fondo oro rientra proprio nelle competenze di un pittore, in questo caso anche doratore, è lecito chiedersi se non possa essere quella di Camillo Fontana una delle botteghe che stiamo cercando.
In realtà, in un’altra opera in cui è documentata la sua partecipazione come doratore, ossia il pulpito del Duomo di Monza, progettato da Carlo Amati (1776-1852) e messo in opera nel 1808 (P. Venturelli 1992, p. 78 e nota 12) [Figura 16], le formelle non sono dipinte, ma intagliate, qualificando il suo intervento come quello di un doratore puro, che si estende anche alle figure intagliate a tutto tondo dei quattro dottori della Chiesa.

Figura 16. Pulpito della basilica di San Giovanni Battista a Monza (foto di Renato Aldo Ferri).
Può darsi che Camillo Fontana e la sua bottega fossero in grado di svolgere tutte le attività di tipo decorativo che comportassero l’impiego della doratura (nota 4), ma è anche un altro l’aspetto sul quale si vuole attirare l’attenzione.
Come di può notare dall’immagine, il pulpito monzese rientra nel gusto espresso dalle casse d’organo e dai pulpiti che stiamo studiando. Ciò ci induce a retrodatare almeno al 1808 la sua diffusione, facendo quindi decadere l’ipotesi di una presunta ispirazione alla Pala Portuense (nota 5).A quest’ipotesi già si opponeva clamorosamente il caso della chiesa di San Marco a Milano, il cui organo gode di una discreta letteratura, concorde nel far risalire l’esecuzione della cassa dal 1711 al 1714.Di questo discuteremo nella seconda parte di questo articolo, di prossima pubblicazione,
NOTE
[1] D’ora innanzi, con il termine cassa d’organo intenderemo l’insieme formato dalla cassa in senso stretto che contiene lo strumento e dalla cantoria che la sostiene, a meno che non sia necessario operare dei distinguo.
[2] In questa sede non ci occupiamo dei vari strumenti organo ospitati nelle casse, se non quando una datazione certa della loro collocazione originale o di uno dei loro frequenti rifacimenti non fornisce indicazioni sull’epoca della cassa.
[3] L’elenco degli artefici attivi a Cannobio è tratto da Mario Crenna, “Burgus Canobii et plebs” due realtà inscindibili, in San Vittore La chiesa di Cannobio a 250 anni dalla Consacrazione, s.l., Tip. S. Gaudenzio, 1999, p. 23.
[4]
Nel 1809, Camillo Fontana compare, sempre a Monza tra i fornitori della Villa Reale (Rosa 2006 p. 45 nota 15); in epoca imprecisata risulta come doratore attivo per il Palazzo Reale di Milano dopo la Restaurazione (Colle 2001, p. 214). Sappiamo anche di un Ambrogio Fontana censito come indoratore-verniciatore in via di Soncino Merati Borgospesso 925 nella Guida di Milano 1865.
Sugli altri artefici sono disponibili notizie contenute negli archivi di Antiqua, oltre a quelle fornite da Crimi (citando anche da altre fonti), ma che, al momento, riteniamo superfluo dettagliare.
Bibliografia citata-
Eva Tea, La cantoria di S. Alessandro in Arti minori nelle chiese di Milano, Banco Ambrosiano, Milano 1962, p. 61].
-Arnaldo Bruschi, BRAMANTE Donato, in Dizionario Biografico degli italiani, vol. 13, 1971 [Leggi].
-Paola, Venturelli, Disegni sconosciuti per pulpiti di Carlo Amati: Monza, Cassano d’Adda e altro, Arte Lombarda, 1992/3-4.
-Chiesa parr. S.M. del Cerro, Il restauro dell’organo 1992-1993, Cassano Magnago (Va), 1993.
-Enrico Colle, L’arredo di Palazzo Reale, in Il Palazzo Reale di Milano a cura di Enrico Colle e Ferdinando Mazzocca, Skira, Milano 2001.
-Federico Crimi, Ornati e a ornamento. L’estetica della cassa d’organo nel xix secolo attraverso l’analisi dei disegni provenienti dallo studio Pestagalli, in Arte organaria italiani, 2009, pp. 7-421
-Federico Crimi, Ornati e a ornamento. L’estetica della cassa d’organo nel xix secolo attraverso l’analisi dei disegni provenienti dallo studio Pestagalli, II Parte. Milano, in S. Nazaro Maggiore. Novara, duomo, in Arte organaria italiani, 2010.
-Giovanna D’Amia, PESTAGALLI Pietro, in Dizionario Biografico degli italiani, vol. 82, 2015 [Leggi ].
-Giovanna D’Amia, La riscoperta dello stile bramantesco, tra istanze storiografiche e prospettive progettuali, MDCCC 1800, vol. 10, Edizioni Ca’ Foscari 2021.
Ringraziamenti
Sergio Castagnaro, titolare della Fabbrica Artigiana Organi da Chiesa, Tortona (Al).
Gianluca Leonetti, restauratore, Napoli.
Daniele Giani, titolare della Casa d’Organi Giani di Corte de’ Frati (Cr)
Alberto Dossena, maestro organista e studioso di arte organaria
Riccardo di Sanseverino, maestro organista e studioso di arte organaria
Matteo Marni, storico della musica
Donata Valenti, assessore Istruzione, Cultura … del Comune di Somma Lombardo.
Dicembre 2025
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