Mobili intarsiati “a paesini”

di Andrea Bardelli

Si è soliti attribuire, giustamente, all’ebanisteria tedesca l’origine di alcuni mobili intarsiati – spesso si tratta di cosiddetti stipi monetieri – con scene di paesaggio fitte di particolari, di cui forniamo un bell’esempio [Figura 1].

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Figura 1. Stipo, Augsburg, XVII secolo, Finarte, Roma ottobre 1987 n. 341.

La letteratura in argomento è piuttosto laconica, almeno quella in lingua italiana. Nel volume Mobili tedeschi a cura di Edi Baccheschi si pubblica lo stipo conservato presso il Rijksmuseum di Amsterdam come “caratteristico della produzione tirolese del XVI e XVII secolo” [Figura 2].
Oggi è comunemente accettata la provenienza di questi mobili da Augsburg in Baviera.

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Figura 2. Stipo, Augsburg, XVII secolo, Amsterdam, Rijksmuseum (Mobili tedeschi, a cura di E. Baccheschi, Gorlich, Milano 1969, p. 22-23).

Questa particolare tecnica decorativa attecchisce anche in Italia, non solo nelle aree di più diretta influenza austro-tedesca come l’Alto Triveneto, ma altresì in altri ambiti.
Mostriamo una rara ribalta intarsiata “a paesini” che per la foggia è stata sicuramente prodotta a Roma [Figura 3, nota 1].

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Figura 3. Cassettone a ribalta, Roma, prima metà XVIII secolo, Finarte, Roma ottobre 1987 n.726.

Sebbene si tratti per Roma di un mobile assolutamente inusuale sul piano della decorazione, non ci si deve stupire vista la comprovata presenza nell’Urbe, a più riprese, di vari artefici di provenienza nordica e segnatamente tedesca.
Può invece destare una certa meraviglia trovare lo stesso tipo di decorazione in Piemonte dove viene segnalata la presenza di mobili intarsiati “a paesini” di cui mostriamo alcuni esempi [Figure 4 e 5]. Anche in questi casi, il particolare decoro si applica su forme inconfondibilmente piemontesi (nota 2).

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Figura 4. Cassettone (modello in miniatura), Piemonte, prima metà XVIII secolo, Boetto Genova maggio 2009 n.246.

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Figura 5. Cassettone, Piemonte, prima metà XVIII secolo, Adma, Formigine (Mo) maggio 1998 n.854.

Di questi mobili si è occupato a più riprese lo studioso Roberto Antonetto il quale ritiene che la tarsia di città e paesini si trovi prevalentemente nell’Astigiano e nel Vercellese, mentre il mobile della Figura 4, un modellino di cassettone, è stato presentato in asta da Boetto come saluzzese (Antonetto R., Il mobile piemontese del settecento, Allemandi, Torino 2010, vol. I, pp. 28-29; ); Antonetto R., Minusieri ed Ebanisti del Piemonte, Daniela Piazza, Torino 1985, p. 101 figg. 115, 116, 117) (nota 3).
Un terzo cassettone dello stesso genere è stato presentato in un’asta Sotheby’s a Milano nel 2004 e correttamente attribuito al Piemonte. Purtroppo l’immagine è di qualità non buona ed abbiamo esitato a lungo prima di pubblicarla [Figura 6].

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Figura 6. Cassettone, Piemonte, prima metà XVIII secolo, Sotheby’s, Milano 20.12.2004 n. 311.

La didascalia in catalogo cita l’Antonetto del 1985 e considera questi mobili come i progenitori delle tarsie architettoniche “ben più raffinate e virtuosistiche” eseguite da Ignazio e Luigi Ravelli, padre e figlio, attivi a Vercelli a fine Settecento.
Se ne potrebbe discutere perché, a mio avviso, i Ravelli si ispirano alla tradizione che affonda le sue radici nelle tarsia rinascimentale e, allo stesso tempo, si confrontano con la coeva produzione neoclassica lombarda (nota 4).
Ben più interessante è quanto si legge nel proseguo della didascalia dove si evidenzia il rapporto con alcune forme di tarsie prospettiche adottate per decorare i mobili prodotti a Rolo (Re) tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento [Figura 7].

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Figura 7. Cassettone, Rolo (Re), inizi XIX secolo (AAVV, L’arte della tarsia a Rolo, op. cit., n. 44-45, pp. 126-127).

Come è stato giustamente evidenziato nel testo monografico sul mobile di Rolo, non si deve trascurare, anche in questo caso, il debito verso la “… grande tradizione rinascimentale, che nell’area emiliana trova la sua massima espressione nei cori lignei di Modena, Parma e Reggio” (AAVV, L’arte della tarsia a Rolo, Comune di Rolo, 1996, p. 154). Appare tuttavia innegabile, in termini di gusto compositivo, il legame tra i mobili di Rolo e quelli piemontesi di cui sopra, e di questi con gli esemplari tedeschi e le loro trasposizioni autoctone più o meno letterali.
A questo proposito, concludiamo presentando un cassettone lombardo a ribalta con alzata recentemente passato sul mercato antiquario [Figure 8, 8 a, 8 b].

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Figura 8. Cassettone a ribalta con alzata, Lombardia, ultimo quarto del XVIII secolo, mercato antiquario.

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Figura 8 a

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Figura 8 b

Nella didascalia che correda la sua pubblicazione in rete si fa rilevare un’influenza piemontese “… in particolar modo nelle parti intarsiate particolarmente curate nell’incisione, nel gusto di riempire ad intarsio floreale i montanti e traverse ma anche nelle riserve a cornicette nere che, nella forma, ricordano i motivi delle formelle a ragnatela piemontese”.
L’osservazione appare corretta, anche se pensiamo che il mobile sia piuttosto riferibile all’ambito piacentino-cremonese, dove, per altro, gli influssi piemontesi sono molto forti.
La didascalia prosegue sottolineando le analogie con la produzione di mobili piemontesi intarsiati “a paesini”, citando ancora una volta l’Antonetto del 2010 (vol. II, p- 29), e aggiunge: “… tra questi arredi si riscontra la pratica di recuperare arredi intarsiati delle produzioni di Augsburg, talvolta parti degli stipi, talvolta il solo rivestimento ad intarsio, per utilizzarlo a rivestire mobili piemontesi”.
E’ quanto deve essere accaduto anche nel caso di quest’ultimo mobile, quindi non un prestito iconografico dall’ebanisteria tedesca, ma un vero e proprio riutilizzo, con tutta probabilità coevo all’esecuzione del mobile, per arricchirne l’interno. Significativamente ciò è avvenuto in Lombardia all’epoca soggetta alla dominazione austriaca.

NOTE

[1] Sulla mobile romano, limitandoci a quanto reperibile nell’archivio di Antiqua [Leggi].
La ribalta è già stata pubblicata in Zinutti L., Il linguaggio del mobile antico, Devanzis, Treviso 2011, p. 333.

[2] Per quanto riguarda il mobile piemontese, come sopra [Leggi].

[3] Si può solo intuire che Antonetto leghi questi mobili a una tradizione locale, distinguendoli da quelli, sempre inconfondibilmente piemontesi, intarsiati alla maniera di Augsburg, che egli tratta nel suo volume del 2010 (vol. II, pp. 94-97), ipotizzando un legame non meglio specificato tra Torino e Augsburg.

[4] Anche lo studioso Luigi Mallé, a lungo direttore dei musei civici torinesi, riferendosi a una scrivania intarsiata “a paesini”, conservata a Torino presso il Museo Civico d’Arte Antica, riteneva che fosse di provenienza vercellese, senza sostenere alcun collegamento con i Ravelli (Antonetto 2010, vol. II p, 29).

Ringrazio per la collaborazione Claudio Cagliero, restauratore di arredi lignei antichi e appassionato conoscitore del mobile piemontese.