Piccoli rilievi di cultura neoclassica riferibili a gemme antiche e pseudantiche
di Alessandro Ubertazzi
Qualche mese fa, l’amico Andrea Bardelli, per conto di un visitatore della bella rivista on line Antiquanuovaserie da lui curata, mi ha sottoposto una interessante placchetta in bronzo raffigurante una scena antica, firmata in esergo con un nome scritto in greco (vedi oltre Figura 3).
Tutto sembrava voler far pensare, quantomeno, a un oggetto di cultura umanistica se non addirittura al calco di una gemma antica, una placchetta quattro-cinquecentesca: in realtà, l’oggetto mi ha fatto immediatamente ricordare alcune riflessioni che avevo potuto effettuare nel classificare altri oggetti consimili o affini che avevo raccolto in passato, in luoghi e tempi diversi.
Anni fa, avevo infatti acquistato un lotto di piccoli rilievi raffiguranti soggetti di indole greca: personaggi mitologici, dei e semidei dell’empireo ellenistico, scene di combattimento, ecc. [Figura 1].

Figura 1. Immagini mitologiche, galvano in rame naturale e/o argentato, misure varie, Roma XVIII-XIX secolo, Collezione Alessandro Ubertazzi, P7.5-P7.17, inedite, cfr. Schede in Appendice.
La serie in questione è da collegarsi ad altrettanti cammei dedicati a episodi della mitologia greca; tale serie è stata realizzata verosimilmente a Roma fra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo partendo da cammei incisi da abili artigiani su commissione del conte polacco Stanislaw Poniatowsky, a imitazione di modelli greci.
Si possono facilmente identificare personaggi come Minerva, Cerbero, Achille, Giove, ecc.
Alcuni di questi rilievi recano scritte in greco come se le gemme, da cui vorrebbero apparire tratte, fossero firmate da autori ellenistici.
Tecnicamente, i piccoli rilievi in questione consistevano in riproduzioni galvaniche (cioè, della “galvano”) che erano state evidentemente tratte da altrettante gemme incise: forse l’autore ne voleva conservare, ovviamente assieme a molte altre, il ricordo dopo averle alienate?
Un esame più attento evidenziava, peraltro, dei residui di appiccagnolo situati sul retro di quelle caratteristiche realizzazioni, quasi a predisporne un uso ornamentale.
In quella occasione, non avevo approfondito ulteriormente quegli oggetti fino a quando, in tempi assai più recenti, l’amica Alessandra Quattordio mi ha mostrato il suo articolo “Le gemme del principe; falsi neoclassici” scritto per la rivista “Antiquariato” a commento della mostra realizzata da Alessandra Di Castro, nel 2019, presso la sua Galleria di piazza di Spagna a Roma (nota 1): quella mostra esponeva 29 gemme (corniole e sardoniche, ora di proprietà della nota famiglia di antiquari romani), provenienti dalla dispersa collezione di 2.600 gemme incise appartenute al principe polacco Stanislaw Poniatowsky.
Scrive Alessandra: “In realtà, il principe fu modello di savoir vivre secondo i canoni dell’antico. Il collezionismo di antichità greche e romane, incentivato dalle scoperte archeologiche, a cavallo fra ‘700 e ‘800, era pratica diffusa in tutt’Europa. In particolare, le gemme incise che, dopo il saccheggio di Costantinopoli del 1204, avevano preso in gran quantità la via dell’Occidente, furono ambite, nei secoli, presso le corti di Federico II a Palermo come dei Medici a Firenze, fino alla Roma papale”.
La collezione del principe Poniatowsky comprendeva “gemme incise e cammei frutto sì di eredità famigliari, ma via via arricchita fino a contare più di 2.600 esemplari. Duque una collezione straordinaria… Divinità e personaggi mitologici appaiono incisi con grande maestrìa, secondo lo stile greco o romano, a tema omerico o virgiliano. Le firme intagliate a caratteri greci maiuscoli erano riconducibili a maestri di fama della glittica antica… La maggior parte della collezione… fu comunque realizzata da botteghe neoclassiche romane”.
Grazie a questa interessante scoperta, anche un’altra mia placchetta [Figura 2], decisamente più “materica”, alla quale non avevo trovato una esplicita collocazione, poteva così rientrare fra le opere riconducibili all’attività glittica degli artigiani romani che avevano inciso gemme per il principe polacco.

Figura 2. Scena di combattimento, bronzo fuso, mm. 48,2 x 43,4, 41, gr 63, Roma XVIII-XIX secolo, Collezione Alessandro Ubertazzi, P1.390, inedita, cfr. Schede in Appendice.
Analogamente alle galvano di cui alla Figura 1 e, comunque, alla placchetta di cui alla Figura 4 (vedi oltre), quella in questione è da collegarsi anch’essa all’opera degli incisori che hanno lavorato per il principe Poniatowski, a imitazione di modelli greci.
Entro un’ampia cornice piana, la composizione rappresenta il combattimento di un guerriero nudo con elmo e scudo, dotato di lancia, che insegue un uomo altrettanto nudo protetto da una dea. Sotto all’esergo si legge la scritta “ΑΠΟΛΛΩΝΙΔΟΥ” (di Apollonido) che vorrebbe far credere a un’origine greca del rilievo da cui la placchetta è tratta.
La placchetta mostratami da Andrea [Figura 3], in questo senso, appartiene con tutta evidenza a questa stessa famiglia di oggetti con in quali condivide esplicitamente l’origine e il tipo di realizzazione.

Figura 3. Scena mitologica con Ercole, bronzo fuso, mm. 55 x 40, Roma XVIII-XIX secolo, collezione privata, inedita.
Fra le placchette che conservo nella mia collezione ve n’è un’altra realizzata in ferro fuso che potremmo ascrivere correttamente anch’essa alla temperie culturale concernente i rilievi (galvano) “neogreci” dei quali ho già detto oltre alle due placchette di cui sopra: si tratta di una scena mitologica essa pure firmata da un improbabile incisore greco mentre, in realtà, è evidente che essa rientra fra i calchi delle opere di uno dei bravissimi incisori romani (Giovanni Giuseppe Pichler? Giovanni Calandrelli?) appartenenti alla “scuderia” del principe Poniatowsky [Figura 4].

Figura 4. Nettuno con ippocampi, ferro fuso, retro liscio, mm. 53,7 x 41,7, gr. 70,32, Fonderie Reali Prussiane 1805-1820, Collezione Alessandro Ubertazzi, P1.389, inedita, cfr. Schede in Appendice.
La placchetta ellittica rappresenta il dio Nettuno in piedi su una conchiglia; egli è completamente nudo ma un mantello legato al collo svolazza alle sue spalle; sembra che egli si arrampichi su alcune rocce tenendo il tridente con entrambe le mani per colpire un mostro marino; in primo piano, a dx, due ippocampi galoppano nell’acqua.
Analogamente alle galvano di cui alla Figura 1, anche la placchetta in questione è da collegarsi alla serie di cammei dedicati a episodi della mitologia greca realizzata verosimilmente a Roma tra XVIII e XIX secolo a imitazione di modelli greci. Sotto l’esergo si legge la scritta in greco “KPOMOY”.
La placchetta è stata eseguita verosimilmente presso le Fonderie Reali Prussiane attorno agli anni 1805-1820.
L’aspetto più significativo di questo oggetto risiede nella sua natura “ferrea”: a questo proposito, l’interessante saggio “Eisen statt Gold / Preussischer Eisenkunstguss aus dem Charlottenburg, dem Berlin Museum und anderen Sammlungen”, riporta un significativo repertorio di rilievi realizzati in ferro e di genere affine che risalgono anch’essi alla temperie culturale che si sviluppò attorno alle fonderie di Dresda [Figura 5]. Qui vennero prodotti gli straordinari oggetti in acciaio (detto anche Fer de Berlin) fra i quali moltissimi affascinanti monili. Nel suddetto testo si legge attorno agli anni 1805-1820 “… la fonderia di ‘ferro berlinese’ realizzò un gran numero di piccole gemme secondo una varietà di modelli antichi o classicistici ma anche con rappresentazioni (talvolta molto piccole) di personaggi contemporanei. Da Berlino, Gliwice veniva poi rifornita anche dei modelli corrispondenti, di calchi in gesso, di paste di zolfo o di vetro. Nel 1928, il magazzino dei modelli di Gliwice aveva ancora una ‘scorta residua di 1510 gessi’ (…). Collocate su acciaio lucidato o incastonate in delicate cornici (spesso in oro) queste gemme ottimamente fuse si trovano su numerosi oggetti decorativi dell’epoca. Dopo la fine delle guerre di liberazione, nel 1815, piccoli ritratti del re o degli “eroi” su anelli per lo più semplici servivano a dimostrare il sentimento patriottico (…). Nel Palazzo di Charlottenburg si trovano oltre 90 gemme in ghisa” (nota 2).

Figura 5. Gemme di vario soggetto, ghisa patinata nera, da circa 16 x 13 mm. a circa 45 x 3 5 mm., Fonderie Reali Prussiane (Berlino e Gliwice), 1805-1820.
Sempre con riferimento alla produzione di monili caratterizzati dall’uso di componenti decorative realizzati presso le Fonderie Reali Prussiane si veda anche il libro recentemente pubblicato da Alessandra Quattordio “Gioielli d’acciaio; monili insoliti e preziosi dal ‘700 ad oggi” (nota 3): a pagina 79 vi sono riportate 6 placchette in “ferro di Berlino” della mia collezione che rientrano in questo stesso filone [Figura 6].

Figura 6. Personaggi dell’antichità, ghisa, varie misure, Fonderie Reali Prussiane, fine XVIII-inizio XIX secolo, collezione Alessandro Ubertazzi, P1.202. e P1.371-P1.375, cfr. Schede in Appendice.
Per completezza, accenno qui di seguito a un altro nucleo di piccole placchette della mia collezione anch’esse verosimilmente realizzate presso le Fonderie Reali Prussiane [Figura 7].

Figura 7. Soggetti tratti da gemme di varia tipologia, ghisa, varie misure, Fonderie Reali Prussiane, 1805-1820, collezione Alessandro Ubertazzi, P1.376-P1.384, cfr. Schede in Appendice.
L’accenno ai rilievi e alle placchette che, per vari motivi, sono state realizzate sulla base di quel vero e proprio revival della classicità che ebbe il suo culmine con lo stile Neoclassico, ma che si protrasse fino alla fine dell’Ottocento non sarebbe completo se non mostrassi anche alcuni esemplari di una ulteriore famiglia di rilievi che sono stati realizzati probabilmente a Venezia in pasta vitrea sempre nello stesso periodo: si tratta di rilievi anch’essi quasi tutti ispirati alla classicità se non addirittura a calchi di placchette rinascimentali a loro volta attinte dalla classicità romana. Anche alcuni di questi miei rilievi sono riportati sul libro di Alessandra Quattordio a pagina 77 [Figura 8].

Figura 8. Soggetti tratti da cammei antichi o rinascimentali in foggia classica, pasta vitrea, varie misure, Murano (Venezia) (?), prima metà del XIX secolo, collezione Alessandro Ubertazzi, cfr. P9.3-P9.31, cfr. Schede in Appendice.
Le placchette in pasta vitrea intendevano imitare rilievi antichi realizzati con materiali e sostanze utilizzate in passato come il corallo, le pietre dure, il vetro opalino al cobalto, ecc.
L’obiettivo era quello di riprendere l’immagine dei cammei antichi e delle più famose placchette rinascimentali mediante materiali moderni in grado di imitare sostanze storiche pregevoli: le riproduzioni in questione erano usate per ottenere gioielli, così come si faceva in passato con gemme e rilievi originali o con materiali di scavo (spesso monete antiche).
Le paste vitree (color corallo, onice e lapis lazuli) erano colate entro stampi verosimilmente ricavati dai negativi ottenuti direttamente dai rilievi antichi: per fare ciò occorreva buona tecnica, quale poteva essere in uso a Murano.
NOTE
[1] Alessandra Quattordio, Le gemme del principe; i falsi neoclassici, in “Antiquariato” n. 472, Cairo Editore, Milano, agosto 2020, pagg. 86-91.
[2] Willmuth Arenhövel con Christa Schreiber e Dieter Vorsteher, Eisen statt Gold / Preussischer Eisenkunstguss aus dem Charlottenburg, dem Berlin Museum und anderen Sammlungen, Willmuth Arenhövel Verlag, Siempelkamp Gresserei, Berlin, 1982.
[3] Alessandra Quattordio, “Gioielli d’acciaio; monili insoliti e preziosi dal ‘700 ad oggi”, Edizioni Imagna (collana Scienze, arti e culture), Bergamo, agosto 2025. Codice ISBN 978-88-6417-131-9.
Appendice
Schede concernenti le placchette della collezione Ubertazzi che compaiono in questo articolo [ Vedi ].
Dicembre 2025
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