Una tazzina “galante” di Meissen del XVIII secolo

di Gianni Giancane

La tazzina con piattino proposta all’attenzione del lettore e supportata da relativa documentazione fotografica a cura dello scrivente, è ascrivibile, per i motivi che andremo a richiamare nel corso del presente contributo, alla Manifattura di Meissen e in particolare a quella produzione di porcellane decorate con scene galanti che avevano visto la luce già agli inizi del quinto decennio del Settecento e si protrassero a lungo, fino alla fine del secolo come nel nostro caso, perché sempre richieste dai collezionisti e dai mercati del tempo [Figura 1].

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Figura 1. Manifattura di Meissen, Tazzina con piattino, porcellana cm 7 x 6,7, cm 9,5 al manico (tazzina), piattino cm 13,8 x 2,3, ultimo quarto del XVIII secolo.

L’aspetto composito-costruttivo
I due pezzi dell’insieme costituiscono un esempio classico dell’eleganza formale alla quale mirò l’opificio sin dai suoi esordi (conservandone sempre lo spirito), qui testimoniata dalla foggia della tazzina tendenzialmente a “campana” senza risvolto sull’orlo, ammanicata con presa sagomata a orecchio [Figura 2] e ivi vezzosamente impreziosita da due fiorellini simmetrici e opposti al punto di raccordo con il corpo [Figura 3].

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Figura 2. L’insieme con vista laterale della tazzina nella quale il piede d’appoggio, a sezione ridotta, segue un andamento normalmente cilindrico.

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Figura 3. La stessa vista dalla parte del manico.

Pur non particolarmente definiti, i due piccoli fiori in rilievo creano una simpatica connessione con il manico la cui applicazione manuale, ancora molto lontana da qualsiasi intervento meccanizzato, è comprovata dalla non perfetta giacitura dello stesso nel piano verticale, possibile conseguenza di lieve e occasionale deformazione in fase di cottura della massa ceramica.
Nel piattino prevale la forma a scodellina ribassata, con rapporti dimensionali tra altezza e diametro a favore di quest’ultimo, consentendone, come vedremo meglio in seguito, un’ottimale lettura del contenuto iconografico.
La massa ceramica è costituita da porcellana dura finissima, a composizione e densità ormai standardizzate, priva di quelle lacune dovute a impasti ancora primitivi, tipici delle stoviglie fabbricate nei periodi iniziali di attività di qualsiasi manifattura di porcellane del Settecento, Meissen compreso [Figura 4].

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Figura 4.  Il fondo della tazzina in controluce.

Oltre ai marchi di fabbrica e ai segni concentrici di tornitura (visibili soprattutto sul bordo esterno) è possibile, dalla foto, apprezzare l’omogeneità della massa ceramica utilizzata, una porcellana ormai perfetta senza inclusioni varie, e la tonalità cromatica della stessa alla luce bianca (calda).
Il piattino, visto sempre in controluce, ci consente di rilevare su una piccolissima area del bordo un vecchio restauro, risarcimento di una lacuna determinatasi sicuramente per trauma meccanico [Figura 5].

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            Figura 5. Il piattino alla luce bianca (fredda) e la zona interessata da un vecchio restauro.

È questo un piccolo “neo”, se così possiamo definirlo, dell’intero set, per il resto in impeccabili condizioni strutturali, anche se va comunque rilevato un lieve, ma più che accettabile, calo di tenuta delle dorature sui due pezzi, probabilmente a causa di reale esercizio d’uso, assecondato da non perfetta conservazione generale in 250 anni di vita…

I marchi di fabbrica
Su entrambi i pezzi compaiono le classiche spade incrociate di Meissen, in blu sottosmalto (Unterglasurblaue Schwertermarke); già incontrate sulla tazzina le vediamo qui di seguito sul piattino [Figura 6].

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Figura 6.  Il retro del piattino e il marchio di fabbrica.

Tale marchio, a mio parere originale della manifattura, oltre alle spade incrociate, allungate e sottili, è costituito anche da una stella a tre bracci e un simbolo sottostante a forma di due lineette parallele da interpretarsi quale numero 11 (probabile riferimento al decoratore dei nostri).
La presenza della stella ci rimanda ad uno specifico momento della manifattura, il “periodo Marcolini”, 1774-1814, (W. B. Honey, 1946, p. 165 e p. 168), cosiddetto dalla direzione della manifattura ad opera del Conte Camillo Marcolini nel citato intervallo temporale.
È parere dello scrivente che i nostri manufatti possano essere collocati ragionevolmente nell’ultimo quarto del XVIII secolo, intorno al 1790 circa, vista anche la mancanza di segni e/o numeri incussi nella pasta ceramica, tanto nel piattino quanto nella tazzina, pratica che andava via via affievolendosi sul finire del secolo (nota 1).

L’aspetto stilistico-decorativo

L’impianto di fondo
Sul piattino, contornato da un leggero bordo dorato tipico della manifattura più noto come Goldspitzenbordüre (merletto di pizzo traforato in oro), otto riserve polilobate decorate in verde a motivi squamati, profilate in oro e strettamente connesse da girali e racemi dorati a due a due paralleli e contrapposti, racchiudono al centro una particolare scena galante (vedi ancora Figura 1).
Anche la tazzina, delimitata sia sul bordo superiore sia sull’anello del piede dal medesimo motivo Goldspitzenbordüre, presenta uguali riserve (ma in numero di sette), interconnesse da volute e motivi fitomorfi stilizzati, pronte ad abbracciare un’altra scena galante, anch’essa a due personaggi così come quella del piattino (vedi ancora Figure 1, 2, 3).

Le scene raffigurate
Presso la Manifattura di Meissen, quello delle scene galanti quale nuovo filone decorativo affiancò in una prima fase le Kauffahrteiszenen, le famose Scene di porto che tra gli anni Trenta e tutti gli anni Quaranta e oltre avevano caratterizzato le rappresentazioni iconografiche (nota 2), per diventare motivo trainante nel terzo quarto del secolo.
Tra i lavori di importanti autori ai quali Meissen tese all’uopo uno sguardo non potevano certamente mancare i dipinti e disegni di un “certo” Jean-Antoine Watteau (1684-1721), il grande esponente della pittura Rococò, che tanto aveva influenzato e ispirato ovunque le riproduzioni a vario titolo delle sue opere su diversi materiali, da quelli cartacei (in particolare le incisioni) a quelli ceramici (nota 3).
La testimonianza a noi più prossima (in questa sede) è certamente quanto raffigurato al centro del piattino dove la scena, pur liberamente interpretata, si ispira infatti a un famoso dipinto di Watteau [Figura 7].

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Figura 7.  La vignetta centrale con “menestrello” e dama con ventaglio.

Sulla nostra porcellana compare a sinistra la celebre maschera Gilles, o Pierrot che dir si voglia, di spalle con la sua chitarra alla bandoliera e sulla destra un’elegante dama seduta all’ombra di un albero, con ventaglio nella mano sinistra, e capo appena rivolto verso il clown-menestrello in suadente atteggiamento, contornato il tutto da dorati racemi.
Fondata  principalmente sul tenue tono terrigeno riservato al substrato erbaceo, al tronco e al fogliame dell’albero (esaltato dal contrasto cromatico a piccoli tocchi dei chiaroscuri) e a un più caldo marrone per lo strumento (palese contrasto con il bianco abito di Pierrot), affida ai colori più vivaci delle vesti della giovane dama la resa cromatica dell’intera vignetta, dal linguaggio un po’ stilizzato, dalla pennellata veloce ma attenta, comunque espressiva, stesa sul non facile supporto ceramico della porcellana.
La scena è tratta dal dipinto di Watteau intitolato La partie carrée o quarrée (come si ritrova talvolta), ossia Il quartetto, oggi al Fine Arts Museum di San Francisco [Figura 8].

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Figura 8. J. A. Watteau, La partie carrée, 1712, olio su tela, cm. 49,5 x 64,9, San Francisco, Fine Arts Museum (fonte Wikimedia Commons).

Da sinistra: Mezzettino, le due dame (Isabelle e la serva Colombina?) e Pierrot con la sua bandoliera.
La bellissima opera di Watteau evidenzia nel gioco tra luci e ombre le dinamiche relazionali tra due coppie con malinconici sguardi ammiccanti nella pur fugacità degli eventi, espressione tipica della poetica del maestro.
Ripresa nel 1731 a incisione da Jean Moyreau (1690-1762) si presenta ivi in controparte [Figura 9].

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Figura 9.  J. Moyreau, La partie quarrée, 1731, incisione, Parigi, Museo del Louvre.

Ed è alquanto evidente come la scena del nostro piattino semplifichi l’opera del Watteau e, attingendo più direttamente all’incisione del Moyreau, vi raffiguri una sola delle coppie, Gilles a sinistra e la dama con ventaglio a destra, escludendo i restanti personaggi e conservando del motivo originale il solo albero, privato della colonna sormontata dal grande vaso, ma pur sempre in un naturalistico contesto (vedi ancora Figura 7).
Anche la scena galante della tazzina, sempre proiettata in un classico ambiente naturale, vede una coppia in compiacente atteggiamento, lui mano sulla gamba della giovane dama nel palese tentativo di gentile ma deciso approccio, lei capo rivolto e immancabile ventaglio, probabilmente disposta a cogliere le palesi attenzioni del giovane pur con timorato (o forse imbarazzato) consenso [Figura 10].

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Figura 10. Sulla tazzina la giovane coppia in un momento di intimità.

Riferirei il contenuto esplicito di questa scena a diverse opere del Watteau: a L’imbarco per Citera del Louvre, a un’altra versione dello stesso soggetto nel castello di Charlottenburg a Berlino o ancora a I piaceri del Ballo presso il Dulwich College a Londra (Macchia-Montagni 1968, rispettivamente Tav. XXVIII-XXIX, XXXVI-XXXVII, LV), delle quali riportiamo per confronto soltanto un particolare della prima [Figura 11].

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Figura 11. J. A. Watteau, L’Imbarco per Citera, 1717, Parigi Museo del Louvre.

La coppia estrapolata dal contesto dell’opera finisce così sulla nostra graziosa stoviglia, liberamente interpretata e semplificata ma, a mio parere, ad essa chiaramente riconducibile (nota 4).

Considerazioni finali
Lineare ed elegante al tempo stesso nella sua veste stilistico-strutturale, come le diverse tipologie di manufatti sfornati dal celebre opificio sassone nel corso del XVIII confermano, la tazzina con piattino affianca all’impeccabile consistenza qualitativa dei materiali un interessante corredo pittorico, di buona espressione e artisticamente correlabile, impreziosendone non poco sia il livello storico-antiquariale sia quello più venale dei mercati, sempre attenti, nel campo delle porcellane antiche di una determinata manifattura, non solo allo stato di conservazione (nel nostro caso pur non eccellente, per le motivazioni sopra riferite, comunque decisamente buono) ma, quando presenti, anche ai contenuti iconografici e a qualsiasi riferimento culturale essi possano rimandare.

NOTE

[1] L’ipotesi personale di lavoro è rafforzata anche dai tantissimi oggetti “Marcolini”, sicuramente autentici, che personalmente ho potuto visionare nel tempo, direttamente e da remoto, e che in diversi casi risultano del tutto privi di tali “segni” (a differenza di quanto accadeva quasi sistematicamente nel secondo e nel terzo quarto del Settecento quando ne rappresentavano di fatto una regola).

[2] A proposito delle Kauffahrteiszenen e della loro importanza si rimanda a quanto già pubblicato dall’autore in un lavoro ad esse dedicato [Leggi].

[3] A Meissen, in particolare, intorno al 1745 le incisioni a disposizione dei decoratori della manifattura – dai maestri più rinomati (come J. G. Heintze per esempio) fino ai giovani allievi – e alle quali essi attingevano, superavano i 5000 esemplari, ripartiti tra le diverse argomentazioni, in particolar modo quelle paesaggistiche, quelle naturalistiche (nelle varie componenti) e le scene galanti (Maureen Cassidy-Geiger, 1996, pp. 111-112).
Come ci informa Rainer Rückert, alla data del 2 gennaio 1744 erano ben undici i pittori che a Meissen riproducevano su porcellana opere di Watteau (Watteau-Maler) e tra questi godeva di ottima reputazione tal Johann Martin Heinrici (1713-1786), autore assai prolifico e soventemente gratificato dalla manifattura con notevoli premi economici almeno fino al 1757 (R. Rückert, 1990, p. 155).

[4] Il trasferimento su porcellana di contenuti iconografici già opere di grandi maestri, scene galanti comprese, passò da una prima fase di fedelissime riproduzioni con maniacale cura nella stesura pittorica (dal 1740 agli anni Cinquanta del secolo) a più libere interpretazioni delle stesse, e soprattutto a una più veloce stesura della pennellata, anche stilizzata, dovuta alle pressanti richieste dei mercati dell’epoca legate all’elevato numero di committenti, altamente desiderosi di possedere porcellane di Meissen effigiate con riproposizioni di opere ben note della storia dell’arte.
Ciò comportò inevitabilmente un abbassamento qualitativo (dal punto di vista pittorico) riscontrabile nei manufatti dei periodi successivi (secondo Settecento) che oggi, tuttavia, non inficia significativamente il movimento di tali manufatti sul mercato collezionistico, purché oggetti originali della Manifattura di Meissen e debitamente presentati.

Bibliografia citata
-W. B. Honey, Dresden China, Fort Orange Press Inc., Albany, N. Y., 1946.
-G. Macchia – E.C. Montagni, Watteau l’Opera completa, Rizzoli, Milano, 1968.
-R. Rückert, Biographische Daten der Meissener Manufakturisten des 18. Jahrhunderts, München Bayerisches Nationalmuseum, 1990.
-M. Cassidy-Geiger, Graphic Sources for Meissen Porcelain: Origins of the Print Collection in the Meissen Archives, Metropolitan Museum Journal, 1996.

Luglio 2026

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