Mattia, Bernardino e la famiglia Delicati, argentieri a Perugia al tempo degli Stati della Chiesa

di Gianni Giancane

Premessa
Se nella pittura l’attribuzione di un’opera ad un autore può essere confermata dall’autografia (quando autentica) e/o da uno studio specialistico dello storico dell’arte, non sempre nelle argenterie antiche la presenza su un manufatto di un punzone appartenente ad un determinato maestro, come comprovato da documentazioni d’archivio, ne assicura la relativa paternità.
Può accadere infatti che quel punzone, che sarebbe meglio chiamare “merco”, possa essere stato utilizzato nella stessa bottega da figure diverse (magari per periodi temporali variabili da alcuni mesi a qualche anno o più, prima del deposito di un merco differente da parte di una di esse) ma certamente legate tra di loro da rapporti di parentela diretti tipo padre-figlio, fratello-fratello e similari, o da vincoli societari (nota 1).
É questo il caso della disamina qui presentata, con documentazione fotografica a cura dell’autore, avente per oggetto una navetta in argento per officiazioni liturgiche realizzata sul finire del XVIII secolo in quel di Perugia da una prestigiosa bottega ivi attiva, quella della famiglia Delicati [Figura 1].

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Figura 1.  Navetta (o navicella) in argento, cm. 20,5 x 9 x 16 di altezza, peso gr. 320, Perugia negli Stati della Chiesa, fine del XVIII secolo (foto dell’autore).

Denominata in tal modo per l’evidente similitudine con la sagoma di una nave, nelle officiazioni liturgiche tale suppellettile era destinata (e lo è tutt’ora per quelle di moderna fattura) a contenere l’incenso da immettere con un cucchiaino sui carboni ardenti presenti all’interno di un turibolo, onde sprigionarne i densi e odorosi fumi.
Spesso navicella, cucchiaino e turibolo facevano parte di un unico set, una sorta di coordinato diremmo oggi, in altri termini manufatti lavorati in una stessa bottega orafa, dallo stesso maestro, e aventi la stessa cifra stilistica.
Prima di affrontare uno studio documentato sulla provenienza, gli artefici e le ipotesi attributive occupiamoci degli elementi composito-costruttivi e stilistico-formali della navetta.
Analisi tecnico-stilistica
Di superbo livello qualitativo, realizzata in parte a sbalzo con lastra d’argento battuta a martello, in parte a fusione, ripassata a bulino e cesello con attenzione e cura maniacale nelle rifiniture, presenta un impianto armonioso ed elegante nell’insieme.
Ne consegue un oggetto non proprio comune, di linea sostanzialmente neoclassica ma agganciato a stilemi propri del gusto rocaille con ripescaggi ad espressioni barocche, giunto ai nostri giorni in uno stato di conservazione impeccabile, alquanto raro per siffatte suppellettili liturgiche sottoposte a normale usura e, quasi sempre, agli immancabili traumi meccanici facilmente verificantisi in corso d’opera o, meglio, di esercizio.
Impiantata a simmetria centrale, l’opera è scandita da tre parti distinte: piede, fusto e scafo.
Partiamo dal piede [Figura 1a].

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Figura 1a. Base dell’oggetto liturgico a sezione circolare, cm. 7,7 di diametro.

Il piede, o base, è formato da gradini concentrici profilati da tenui solchi in rilievo con l’ultimo livello contornato da una sequenza continua di sferule su fondo bocciardato.
Soprastante alla base si collega un corpo liscio, ad aspetto campaniforme, ospitante dei solchi radiali e convergenti verso l’alto laddove esso si raccorda alla parte inferiore del fusto.
L’interno della base consente di apprezzare meglio le tecniche costruttive del manufatto [Figura 1b].

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Figura 1b. La base d’appoggio vista dall’interno.

Sui gradini concentrici appaiono evidenti i segni della battitura della lastra, gli incavi delle pseudo sferule ottenute a sbalzo e le prominenze di quelli che al recto formano in controparte i setti radiali.
Interessante anche il sistema di ancoraggio tra fusto e base (freccia verde) ad incastro forzato con ribattitura delle parti e successive limature (al contatto non si intravedono segni di brasatura).
Passiamo ora al fusto [Figura 1c].

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Figura 1c. Il fusto e suoi raccordi con la base e lo scafo.

Realizzato a fusione, propone nella sua parte centrale diversi elementi iconografici.
Dall’alto compaiono: piccole scanalature radiali, un anello liscio (o ghiera) orizzontale e un corpo globulare ad anfora con fondo bocciardato su cui svettano dodici foglie lanceolate (a margini ondulati e marcata nervatura centrale) con il piede a forma di vaso rovesciato.
Chiudono, in alto una sezione ad andamento pseudo cilindrico, interrotta al centro da una piccola ghiera puntinata, e in basso una coppia di degradanti gradini concentrici.
Piuttosto ricco e articolato lo scafo del quale iniziamo a conoscere la parte inferiore [Figura 1d].

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Figura 1d. Parte inferiore dello scafo.

Caratterizzato in alto da una fascia, una greca con il motivo del “can che corre” (tanto frequente sui diversi manufatti, tessili, metallici, ceramici, lignei, lapidei, tra l’ultimo Settecento e i primi decenni del XIX secolo, ma linguaggio iconico di antichissima derivazione e utilizzo), a corpo liscio ma con incavi bocciardati, profilato da un cordolo continuo a tratteggio diagonale, presenta nella zona sottostante numerose foglie lanceolate radialmente uscenti dal centro, zona di raccordo vincolare con il fusto. Un ingrandimento ci consente di cogliere alcuni dettagli [Figura 1e].

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Figura 1e. Particolare del decoro presente sulla parte inferiore dello scafo.

Aree lisce e altre puntinate con bocciardatura, sapientemente alternate e distribuite, conferiscono alla navetta particolare luminosità e equilibrio esaltandone gli stilemi e un’armoniosa “plasticità” globale.
Si colga, nel dettaglio, come tra le lunghe e luminose foglie lanceolate a superficie liscia spuntino, retrostanti, altre foglioline più piccole, bocciardate con una miriade di piccolissimi puntini (ottenuti manualmente a percussione con appositi strumenti).
Ne consegue una distesa “pittorica” realistica, di notevole pregio e bellezza.
Tra greca e foglioline (a destra della foto) compare, in un’area scevra da decoro alcuno, uno speciale segno inciso, oggetto di successive indagini conoscitive.
E veniamo alla parte superiore dello scafo [Figura 1f].

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Figura 1f. La pagina superiore della navetta riccamente decorata che testimonia la grande maestria dell’argentiere.

A perfetta simmetria, è scandita da due lembi, fisso quello di destra, apribile e incernierato al primo l’altro a sinistra.
Sul letto bocciardato delle due isole centrali profilate da fasce a fondo liscio, spiccano due ghirlande a racemi intrecciati.
Una linea perlinata da piccole sferule e una fitta serie di foglie lanceolate a simmetria radiale divergente esaltano il bordo perimetrale.
Completano l’insieme due splendidi terminali contrapposti con distesa vegetazione fogliare sui bordi e impernati da motivi ispirati alla più classica conchiglia rocaille.
In moltissimi argenti antichi tali motivi (quelli di piccole dimensioni o quelli a carattere scultoreo, per esempio) erano realizzati separatamente, normalmente a fusione, e successivamente applicati con brasatura.
Nel nostro caso invece sono stati lavorati sì separatamente, ma a sbalzo (lastra battuta), procedura in questi casi di più difficile esecuzione (rara), viste le esigue dimensioni dei motivi vegetali, e successivamente applicati [Figura 1g].

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Figura 1g. Il lembo apribile visto dall’interno.

Le foglioline e il motivo a conchiglia risultano di piccolo spessore, tipico della tiratura in lastra o dello sbalzo, non certamente della fusione; si scorge anche una linguetta di ancoraggio (freccia rossa) e i residui nelle aree di brasatura (frecce verdi).
Tale lavorazione impreziosisce non poco la nostra suppellettile, evidenziandone, qualora ce ne fosse ancora bisogno, l’elevato livello qualitativo del manufatto.
Vediamo infine come si presenta l’interno della navetta [Figura 1h].

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Figura 1h. Parte interna del contenitore per l’incenso.

Si noti il diverso colore tra i decori applicati esterni (foglie e “conchiglia”) e la lastra interna sia del lembo sollevato sia dello scafo. Ciò è dovuto alla loro differente esposizione all’aria: più scuro, ossidato, il primo, perché parte aggettante il corpo, praticamente inalterato quello interno, metallo molto più chiaro, in patina naturale, perché fermato dalla stessa chiusura del lembo. Al centro del contenitore si scorge l’area di vincolo tra fusto e scafo.
Ma chi sarà stato a tirar su questo piccolo gioiellino d’arte oltre due secoli fa? Cerchiamo di saperne di più.
Le motivazioni dell’attribuzione
Nello studio degli argenti romani e degli Stati della Chiesa è estremamente utile, e quanto mai opportuno, attingere ai ricchissimi contenuti dell’opera omnia di Costantino Bulgari: “Argentieri Gemmari e Orafi D’Italia”, edizioni (e riedizioni) varie 1958-74 in cinque volumi (vedi bibliografia) e alle pregevoli integrazioni/rivisitazioni apportate dalla figlia Anna Bulgari Calissoni: in una prima opera cofirmata col padre: “Regolamenti Bolli e Bollatori della Città di Roma”, Palombi 1977, successivamente in due volumi a sua esclusiva firma: “Maestri Argentieri Gemmari e Orafi di Roma”, Palombi, 1987 e “Maestri Argentieri Gemmari e Orafi degli Stati della Chiesa”, Cornelia, 2003 (nota 2).
In tutte queste opere i merchi dei maestri argentieri e i vari bolli camerali, di garanzia, vengono contestualizzati nei più ampi quadri storico-sociali delle diverse aree e città passate in rassegna, fornendo allo studioso nutrite e articolate informazioni critiche alquanto preziose per qualsiasi ricerca, da quella di base a quella particolarmente avanzata (nota 3).
Ora, fermo restando una primaria considerazione stilistico formale del nostro manufatto che lo collocherebbe idealmente nella seconda metà del Settecento, vediamo quali siano i merchi e i punzoni presenti sulla navetta e come gli stessi possano ricondurci ad una specifica area geografica, al relativo periodo storico e al maestro argentiere [Figura 2].

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Figura 2. Posizione di alcuni marchi sulla navetta.

Sul corpo superiore della suppellettile liturgica i lembi ospitano in due differenti punti i marchi (frecce rosse) e delle particolari linee a zig-zag (frecce blu) meglio visibili nel dettaglio [Figura 3].

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Figura 3. Particolare del lembo apribile dove compare una ben definita terna di elementi, spesso definiti genericamente “marchi”, o “punzoni”. Si noti il differente tipo di puntinatura, a file parallele sul bordo esterno (a sinistra) e casualmente distribuita (a fondo omogeneo) nell’isola centrale.

Una prima lettura ci consente di distinguere in alto quello che sembrerebbe il profilo di un animale, una sorta di leone rampante, al centro una serie di piccoli tratti continui e contrapposti che costituiscono la classica “ciappolatura” (nota 4) e sotto, pur incompleto, quello che dovrebbe essere il merco del maestro argentiere, formato da due iniziali delle quali la sola lettera D perfettamente leggibile in quanto l’altra parzialmente battuta.
Tali punzoni, qui nell’accezione generica del termine, sono presenti anche in altre parti dell’oggetto [Figura 4].

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Figura 4. Gradino inferiore della base d’appoggio con la stessa terna di marchi vista in precedenza ma con una migliore leggibilità del primo a destra.

La presenza di tali elementi, confermata su diverse parti del corpo, motiva la bontà dell’opera e spinge verso un’accurata indagine diagnostica al fine di rendere noti gli identificativi di provenienza e di paternità della navicella.
Il primo da sinistra è in realtà il Bollo di garanzia degli argenti nella città di Perugia, un Grifo, animale fantastico con il corpo di un leone e la testa di un’aquila, variamente rappresentato nell’iconografia dei bolli perugini sugli argenti e simbolo stesso della città.
Un ulteriore ingrandimento [Figura 5] consente un agevole confronto con quanto riportato sui citati testi di C. Bulgari e di A. Bulgari Calissoni [Figura 5a].

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Figura 5. Dettagli del bollo di garanzia di Perugia (ingrandimento della figura 3).

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Figura 5a. Bollo di garanzia per la città di Perugia dal 1790 (Anna Bulgari Calissoni, 2003, p.73).

Già riportato dal padre Costantino B. con il n°1336 (Costantino G. Bulgari, 1966, p. 194) esso viene utilizzato a partire dal 1790 dal bollatore ufficiale, all’epoca Marcantonio Brunelli, e resta in vigore concretamente fino al 1797 (solo teoricamente fino al 1801) quando verrà sostituito con nuove versioni iconografiche del grifo (nota 5).
Qui riveste maggiormente le sembianze del leone coronato, anche nella testa, a differenza di altre raffigurazioni (con il capo maggiormente similare a quello del rapace) utilizzate sia nei precedenti periodi storici sia in quello successivo, dal 1801 sino al dicembre del 1809 quando verranno dismesse le punzonature perugine a seguito dell’annessione dell’Umbria alla Francia.
Non siamo in grado di riferire con certezza il titolo dell’argento puro usato nella lega per la fabbricazione della navicella.
A partire dal 1696 con l’Editto del Cardinale Altieri (Paluzzo Paluzzi Altieri degli Albertoni, Roma 1623 – ivi 1698) tutti i lavori d’argento, tanto a Roma quanto nel resto dello Stato Pontificio, dovevano avere la bontà del carlino (all’epoca 11 once, cioè 917/1000, per l’esattezza 916/1000 e 2/3).
In realtà, a differenza della Città Eterna, nei territori degli Stati della Chiesa e per essi nei vari Governi e in seguito nelle Delegazioni, Distretti (nota 6) dai primi del XVIII secolo fino al 1801, tale disciplinare dovette risultare piuttosto aleatorio presso i maestri argentieri, con titoli del metallo spesso cangianti, direi quasi arbitrari, anche legati alle più disparate situazioni politico-territoriali.
Si pensi come Costantino Bulgari riferisca per il solo anno 1774, a Perugia, di un calice a titolo 680/1000, un calamaio a 824/1000, una forbice a 840/1000 e di una forchetta a 870/1000, senza però informarci sulle motivazioni della conoscenza di tali diversi titoli, (C.G. Bulgari, 1966, p. 193) (nota 7).
Anche il Donati (Ugo Donati, I Marchi dell’Argenteria Italiana, 1999, p.183) sostiene l’impossibilità di specifiche e attendibili indicazioni tecniche, di validità generale, circa la conoscenza del titolo nelle varie Delegazioni degli Stati della Chiesa.
Se proprio incuriositi a tal punto basterebbe fare un moderno saggio chimico oggi…
E veniamo al merco dell’argentiere.
A destra della nitida linea di ciappolatura compaiono affiancate e incusse in un riquadro parzialmente leggibile le lettere M e D che per una migliore lettura proponiamo in un ingrandimento [Figura 6].

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Figura 6. Dettaglio a forte ingrandimento delle lettere costituenti il merco del maestro argentiere.

Sulla base di quanto appena proposto anche il merco in battuta parziale sul coperchio è riconducibile con sicurezza ad una coppia di lettere la prima delle quali una M con la sola gambetta di destra visibile (vedi ancora figura 3).
Ritroviamo lo stesso merco, M D, su quanto riportato dalla Bulgari Calissoni [Figura 6a].

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Figura 6a.  Merco n° 1407 a (A. Bulgari Calissoni, 2003, p. 97).

Tale merco, lettere M D in riquadro a profilo rettangolare, viene attribuito dalla studiosa a Mattia Delicati (… – Perugia 1792) argentiere in Perugia.
Esso però compare ancora nella stessa pagina, identico, subito dopo, alla voce Bernardino Delicati (date di nascita e morte non conosciute) con il numero progressivo 1408, confermando le primitive ricerche di suo padre Costantino anch’egli attribuente sia a Mattia sia a Bernardino il medesimo punzone (merco) con i numeri 1391 per Bernardino e 1394 per Mattia (C.G. Bulgari, 1966, pp 242 e 245 rispettivamente).
Quella dei Delicati è una famiglia di otto argentieri, racchiusa in quattro generazioni e avente come capostipite Ignazio D. [Figura 7].

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Figura 7. Genealogia dei Delicati ricostruita dalla Bulgari Calissoni (A. Bulgari Calissoni, 2003, p. 96).

Come facilmente evincibile, a parte Antonio, nato nel 1726 e Mattia del quale si conosce l’anno esatto della sua scomparsa, ma non quello di nascita, di tutti gli altri si riportano solo i periodi di bottega con attività documentata, tra il XVIII e il XIX secolo.
Chi ci fornisce più ampie e dettagliate notizie sui fratelli Mattia e Bernardino, è certamente Costantino B. (op.cit.., pp. 244-245, dove tra l’altro riferisce della data di morte di Paolo, avvenuta nel 1841) dal quale traiamo, in sintesi, le note che di seguito vengono stese.
Nel 1747 (21 agosto) Mattia e Antonio Delicati, figli di Ignazio, costituiscono una società e depositano un loro punzone (un giglio in losanga) impegnandosi formalmente, dal novembre del 1749 con il suggello del padre, ad esercitare l’attività di argentieri nella bottega di Via Pinella a Perugia (oggi Via Calderini) seguendo regole e statuti ufficiali [Figura 8].

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Figura 8. Il merco di Mattia e Antonio Delicati (Costantino G. Bulgari 1966, p. 242).

Nel successivo 1762 (secondo semestre) viene sciolta la società e mentre Antonio prosegue la sua attività con il punzone giglio che diviene di sua esclusiva pertinenza, Mattia deposita un proprio merco (nota 8), quello delle lettere M D in riquadro (vedi ancora fig. 6a) che utilizzerà fino alla sua morte avvenuta nel 1792.
Negli anni 1781, 1785, 1790 è anche Camerlengo del Collegio degli Orefici (nota 9) e nel 1793 viene eletto, postumo, alla carica di Priore del Comune, carica che sarà espletata dal subentrante fratello Bernardino.
Bernardino Delicati succede al fratello Mattia a partire dal 28 gennaio del 1793 assumendo la direzione della bottega e utilizzando lo stesso punzone che fu di Mattia, le iniziali M D ormai a noi note, fino al 1801.
Il 1° Agosto di quell’anno come orefice e argentiere (con attività in Piazza Piccola presso le Scuole del Gesù) lo deposita formalmente a suo nome e come tale lo userà fino a tutto il 1815 quando, a partire dal gennaio del 1816 ne registrerà un altro a forma di losanga allungata secondo i nuovi disciplinari del periodo.
Nel 1800, intanto, era stato eletto dal Collegio degli Orefici bollatore, e nel 1801 gli viene riconfermata la carica per tre anni; divenuto Camerlengo, riceve nuovi bolli da apporre sugli argenti che rispettino le caratteristiche prescritte, come stiamo per scoprire. Nel 1802 e 1803 è anche saggiatore (colui che prelevava e testava la bontà del titolo).
In definitiva tra il 1800-01 e il 1804 è più bollatore, saggiatore che non argentiere (nota 10).
Sulla base di tali considerazioni siamo ora in grado di assegnare univocamente la paternità della navetta ad uno dei due fratelli?
Mattia o Bernardino?
Riconsideriamo ilBollo di garanzia del Grifo.
Abbiamo visto come esso venga utilizzato sugli argenti perugini dal 1790 al 1797 vista l’alquanto probabile sospensione della bollatura dei preziosi in quell’anno (ivi nota 5), e solo teoricamente fino al 1801 quando comunque sarà sostituito da un nuovo bollo di garanzia riportante anche il titolo del metallo [Figura 9].

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Figura 9. Bolli di garanzia per la città di Perugia dal 1801 (A. Bulgari Calissoni, op. cit., p. 73).

Da sinistra: il nuovo grifo per i grossi lavori d’argento, il numero 80 (per 80 bajocchi, 80% di carlino pari a 733/1000), un nuovo grifo per i piccoli lavori d’argento e gli ori.
Saranno apposti sui manufatti da Bernardino in qualità di bollatore ufficiale dal 1801 al 1804.
Riprendiamo i merchi dei maestri.
Mattia avrebbe potuto usare il suo, le lettere M D presenti sulla navetta insieme al sopracitato bollo di garanzia (1790-97), dal 1790 al 1792, anno della sua scomparsa.
Bernardino, lo stesso merco, dal 1793 al 1797 e comunque, se in associazione con il medesimo Grifo, teoricamente non oltre il 1800-01 (perché diviene bollatore).
Le due componenti l’ipotesi conducono verso un’unica risultante: una palese impossibilità ad assegnare la navetta, esclusivamente e con certezza, ad uno dei due fratelli Delicati e che pertanto sarebbe più corretto licenziare come Navetta in argento, titolo sconosciuto, opera di Mattia o Bernardino Delicati, Perugia, 1790-1797.
E questo è un risultato certo, scaturito da un iter documentario e logico-argomentativo, in mancanza di altri dati sicuri, inconfutabile, basato in particolare sul confronto integrato tra merco di un maestro e Bollo di garanzia (nota 11).
Poi, per carità, ognuno, lo studioso in primis, può avere o farsi un’idea, magari basata su allargati orizzonti esplorativi, portatori spesso di nuove ricchezze conoscitive.
Così, dopo una ricerca estesa ad altre fonti allo scopo di individuare manufatti dei nostri argentieri che potessero deporre eventualmente in favore dell’uno più che dell’altro (compresa la grande risorsa del Catalogo Generale dei Beni Culturali), senza successo, tornando sull’opera del Bulgari e spulciando tra le pagine del librone, si scopre qualcosa non rispondente all’obiettivo prefissato ma comunque interessante a livello artistico-referenziale e nello specifico inerente ai lavori usciti dalle botteghe dei Delicati, argentieri in Perugia [Figura 10].

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Figura 10. Candelabro, di Paolo e Bernardino Delicati, Costantino G. Bulgari, 1966, p. 261 (Tav.22).

Una prima “impressione”, leggendo quanto riportato sul testo, lascerebbe un po’ perplessi…
Come, due maestri che abbiano “firmato” entrambi un’opera? Ci saranno due merchi?
Una lettura più attenta conduce alla completa descrizione del candelabro: “XXII  Coppia di candelabri a due braccia con foglie e volute. Su uno è il bollo n° 1395 usato da PAOLO DELICATI nella prima decade del XIX secolo; sull’altro il bollo 1439 di argentiere perugino ignoto; ambedue recano il bollo n°1338 usato dal bollatore BERNARDINO DELICATI dal 1800 al 1804” Costantino G. Bulgari, op. cit., p. 450).
Ed ecco spiegato l’arcano.
Bernardino è il bollatore, colui che apponeva pertanto il bollo di garanzia sui manufatti di altri maestri, in questo caso su uno dei candelabri il cui artefice è Paolo Delicati, suo nipote.
Uno dei due candelabri, e l’altro?
Sicuramente il committente, all’epoca, avrà commissionato a un secondo maestro un candelabro identico a quello di Paolo D. per avere la coppia, pratica questa molto diffusa in passato quando i vari pezzi d’uso (più che da collezione come potremmo pensarli oggi) venivano integrati successivamente ad una primitiva acquisizione ricorrendo anche ad argentieri diversi.
Torniamo al nostro.
Paolo, figlio di Mattia, lavora dal 1793, anno della sua registrazione presso la Matricola degli Orefici, nella bottega dello zio Antonio (fratello di Mattia dal quale si era separato nel 1762 come riferito in precedenza), avvalendosi dello stesso merco, giglio in losanga (che ricordiamo era stato anche di papà Mattia nel periodo societario con Antonio), merco che Paolo, a seguito della cessata attività di Antonio avvenuta nel 1800, depositerà formalmente a suo nome il 12 dicembre del 1801 e che userà fino al 1815 quando sarà eletto Saggiatore dell’Ufficio del Bollo (C. Bulgari, op. cit., bollo n° 1395, p. 245), sospendendo pertanto la sua attività di maestro argentiere come da normativa all’epoca vigente.
Pertanto, tra il 1793 e il 1797, limiti temporali di fabbricazione della nostra navetta, Paolo espleta la propria attività con lo zio Antonio ma “respirando” sicuramente tutti quegli effluvi artistici che con molta facilità aleggiavano da un Delicati all’altro.
Del candelabro da lui realizzato tra il 1801 e il 1804 di elegante linea neoclassica, si colgano, infatti, le strette analogie di alcuni linguaggi iconografici, condensati nella parte inferiore del basamento, con la nostra navetta.
Base e raccordo con il fusto si presentano con impianto e stilemi molto vicini a quelli del nostro manufatto, su tutti le foglie lanceolate con il loro andamento radiale, la greca a “can che corre” su fondo bocciardato, ma anche il raccordo campaniforme tra base e fusto, qui con la presenza di setti radiali al posto delle scanalature.
Certamente motivi di bottega, anzi delle botteghe dei Delicati evidentemente vicine non solo territorialmente (quartieri diversi nella stessa città) ma anche artisticamente, mutuati da Paolo nel candelabro; ma da chi? da suo padre, da qualcuno dei suoi zii?
Senza ulteriori dati oggettivi è impossibile saperlo.

NOTE

[1] Per le differenze tecnico-concettuali tra merco e punzone si faccia riferimento ad un precedente lavoro Acetoliera romana. Giovacchino o Pietro Belli?  [Leggi], ivi in particolare alla nota 8. In questo articolo si argomenta su un altro tipico caso di un punzone (merco) utilizzato da due figure diverse nella stessa bottega, così come nella nostra navetta.
Nel presente contributo i due termini saranno occasionalmente utilizzati dallo scrivente con una certa elasticità di linguaggio.

[2] Sui riferimenti bibliografici nel dettaglio, caratteristiche e importanza delle opere citate si veda quanto già riferito dallo scrivente nel sopracitato lavoro Acetoliera romana…, ivi in particolare nella nota 1.

[3] A proposito dei bolli va precisato che i cosiddetti punzoni “di Stato”, quelli ufficiali applicati da un apposito controllore per certificare la bontà del metallo (il titolo) e l’attribuzione territoriale di un manufatto vengono chiamati per Roma Bolli camerali e per gli Stati della Chiesa Bolli di garanzia.

[4] Il segno detto ciappolatura era la conseguenza del prelievo di una certa quantità di metallo da parte del saggiatore che procedeva alla verifica del titolo dell’argento utilizzato sul manufatto. Tale prelievo veniva effettuato incidendo il metallo con un particolare bulino dal terminale a V che produceva una linea zigzagante, lunga generalmente 1-2 cm. Normalmente presente sui manufatti antichi, in particolare del XVIII secolo e dei primi anni del successivo, scompare con l’avanzare dell’Ottocento. Nel presente contributo lo abbiamo già incontrato nella figura 1e.

[5] A seguito degli eventi storici del 1797 (campagne napoleoniche e l‘occupazione francese della città…) Marcantonio Brunelli si dimise dalla carica di bollatore e vista la situazione politico-sociale non fu sostituito da alcun altro. Molto probabilmente fu sospesa la bollatura ufficiale dei preziosi o forse si continuò ad usare, teoricamente, lo stesso bollo di garanzia fino al 1801 così come evidenziato dalla Bulgari Calissoni (op. cit., p. 72).

[6] La Delegazione Apostolica di Perugia, formalmente istituita da Papa Pio VII solo nel 1816 e fino a quel momento Governo di Perugia (nel XVIII secolo), comprendeva quattro distretti: quello stesso di Perugia, Città di Castello, Foligno, Todi, ognuno con un differente bollo di garanzia.

[7] Nulla vieta pensare che gli stessi potessero essere desunti dal numero dei bajocchi eventualmente presenti sui manufatti, così come avveniva normalmente per Roma.
Nella Capitale gli argenti di bontà inferiore al “carlino” dovevano riportare, infatti, una coppia di cifre ( dette bajocco) indicante con esattezza la percentuale di fino (argento puro) presente nella lega rapportata al carlino: così 90 bajocchi, per esempio, rappresentava il 90% della bontà di carlino, 75 bajocchi il 75% e così via; bontà di carlino che a partire dall’8 luglio del 1744 era intanto scesa a 889/1000 (10 once e 16 denari).
Che per gli argenti riferiti dal Bulgari anche i maestri perugini abbiano usato apporre il numero di bajocchi così come avrebbe dovuto essere per normativa, tra l’altro? È possibile ma non è dato affermarlo con certezza.

[8] Tale bollo, come ci segnala il grande studioso è impresso su una lamina di metallo e conservato nell’Archivio del Collegio degli orefici di Perugia.

[9] Per la figura del Camerlengo degli Orefici (da non confondere con il Cardinale Camerlengo) si rimanda al già citato lavoro Acetoliera romana. Giovacchino o Pietro Belli, ivi in particolare alla nota 4.

[10] Gli oggetti che egli poteva comunque realizzare in bottega, dovevano essere saggiati e bollati da altra figura incaricata e all’uopo preposta.

[11] Nello studio delle antiche argenterie bisogna sempre sincerarsi che tali “punzoni” siano identificabili con quelli documentati nella letteratura specializzata e necessariamente coesistano nel periodo storico esaminato, ci sia, in altri termini, la piena compatibilità risolutiva.

Bibliografia consultata
-Costantino G. Bulgari – Argentieri Gemmari e Orafi d’Italia:
1) Parte Prima – Roma, Tomo I, F.lli Palombi Editori, Roma 1980;
2) Parte Prima – Roma, Tomo II, F.lli Palombi Editori, Roma 1980;
3) Parte Prima – Roma, Tomo III e Parte Seconda – Lazio-Umbria, Lorenzo Del Turco, Roma 1966;
4) Parte Terza – Marche-Romagna, Ugo Bozzi Editore, Roma 1969;
5) Parte Quarta – Emilia, F.lli Palombi, Roma 1974.
-Costantino G Bulgari-Anna Bulgari Calissoni, Regolamenti Bolli e Bollatori della Città di Roma, F.lli Palombi, Roma 1977.
-Anna Bulgari Calissoni, Maestri Argentieri Gemmari e Orafi di Roma, F.lli Palombi, Roma 1987
-Ugo Donati, I Marchi dell’Argenteria Italiana, De Agostini, Novara, 1999.
-Anna Bulgari Calissoni, Maestri Argentieri Gemmari e Orafi degli Stati della Chiesa, Cornelia Edizioni, Roma 2003.

Dicembre 2025

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