Stipo del Maestro del MET: epoca, provenienza e un’interpretazione iconografica
dalla Redazione di Antiqua
In un articolo abbastanza recente, dedicato al cosiddetto stipo Leighton, erano stati presentati come termine di confronto quattro stipi, a due a due caratterizzati dalla medesima scena intarsiata sulla fronte, con pannelli di contorno decorati ebano su avorio e viceversa (nota 1).
Vi è un terzo stipo che condivide la stessa scena intarsiata con uno dei due stipi del Castello milanese e con lo stipo di Racconigi: è quello conservato presso il Metropolitan Museum di New York [Figura 1, nota 2].

Figura 1. Stipo in ebano e avorio, Lombardia, 1600-1625, New York, Metropolitan Museum, inv. X.203.
Lo stipo del MET è stato di recente richiamato in occasione della comparsa sul mercato di un esemplare della stessa serie che viene appunto attribuito al “Maestro dello stipo del MET”, ritenuto un artefice attivo a Napoli attorno al 1615 [Figura 2, nota 3].

Figura 2. Stipo in ebano e avorio, Napoli (?), 1615 circa, mercato antiquario.
Si presenta quindi l’occasione per alcune riflessioni su epoca, provenienza e iconografia.
Epoca
Nell’articolo qui citato nella nota 1, di fronte alle attribuzioni degli stipi della serie, ora al XVII, ora al XIX secolo, si scriveva “Al momento attuale, non esistono criteri stilistici per identificare le realizzazioni ottocentesche da quelle originali seicentesche; l’unico metodo è quello dell’analisi tecnico-costruttiva al fine di identificare la presenza di chiodi e connessioni antiche, materiali di qualità e spessore compatibili con l’epoca, ecc.”.
Siamo ancora di questo avviso, tuttavia la riconosciuta esperienza e l’attendibilità dell’antiquario che detiene lo stipo di Figura 2 e di chi lo recensisce (vedi ancora nota 3), non lascia dubbi sul fatto che sia un manufatto del XVII secolo e che questa datazione si possa estendere, salvo prova contraria, anche agli altri della serie. Per quelli di Milano, Vercelli e Racconigi, dichiarati del XIX secolo, è possibile che gli autori delle relative schede li abbiano trovati assai rimaneggiati e sottoposti a vistosi rifacimenti ottocenteschi oppure che si siano sbagliati.
Provenienza
L’autore dell’articolo citato nella nota 3 sostiene che lo stipo di cui alla Figura 2 è stato eseguito a Napoli come “confermano alcuni più recenti ritrovamenti archivistici”: un inventario redatto dopo la morte dell’ebanista Ludovico Menhart avvenuta nel 1575 e una bozza di statuto del “Monte dei Magistri artis de scrittoriari di ebano, avolio …”, risalente al 1621 e rinvenuto presso l’archivio di Stato di Napoli in cui sono elencati 37 ebanisti attivi a Napoli.
La scoperta è di grande rilevanza, ma non è sufficiente a escludere una produzione milanese da parte di ebanisti anch’essi di provenienza nordica come quelli “napoletani”.
La circostanza poi che alcuni stipi ebano e avorio compaiano nei dipinti di alcuni pittori lombardi, come Bartolomeo Bettera ed Evaristo Baschenis (cfr. articolo citato nella nota 3, ivi Figura 4), viene ribaltata sostenendo che essa “… ha contribuito a diffondere il convincimento storiografico che si trattasse di una produzione Nord italiana”.
In sostanza, il “Maestro dello stipo del MET” potrebbe anche essere napoletano, ma ritengo le argomentazioni appena esposte, una poco convincente e l’altra paradossale.
Premesso che non è ancora stato possibile condurre uno studio approfondito – cosa che spero si potrà fare presto – anche a Milano è testimoniata la presenza, in epoca antica, di artefici specializzati nelle lavorazioni in ebano e avorio. Per quanto riguarda il XVI secolo possiamo fare i nomi di Cristoforo Santagostino e di Giuseppe Guzzi, che pare sia stato suo allievo, di cui parla Ettore Verga (1867-1930), storico e direttore dell’Archivio storico cittadino di Milano, nel suo Storia della vita milanese (nota 4).
Iconografia
Sempre l’autore dell’articolo citato nella nota 3 si chiede: “Cose dire invece delle due le tarsie sull’esterno delle ante dei mobili del MET e di quello di cui si scrive?”. Le descrive e ribadisce: “Che significato hanno queste figurazioni che non trovano modelli iconografici nemmeno nelle più stravaganti incisioni tedesche del secondo Cinquecento, senza paragoni nella coeva pittura e mai viste in altri mobili del tempo?”.
Qui siamo forse in grado di fornire un contributo.
La scena sullo stipo di Figura 1 dovrebbe quasi certamente raffigurare la vicenda in cui Perseo salva Andromeda dal mostro marino Ceto, inviato da Poseidone per punire la presunzione di Cassiopea, madre di Andromeda, che si era dichiarata la più bella delle Nereidi (nota 5).
Ne vediamo una versione in un’incisione del tedesco di Norimberga Virgil Solis (1514-1562) che illustra un’edizione delle Metamorfosi di Ovidio del 1563 [Figura 3].

Figura 3. Virgil Solis, Perseo e Andromeda, xilografia, illustrazione per Ovidio, Metamorfosi, Augusta 1563 (fonte Iconos.it, leggi).
La scena sullo stipo di Figura 2 [Figura 2bis] fa da pendant a quella raffigurante Nettuno, collocata sulla fronte di uno stipo pubblicato nell’articolo citato nella nota 1 (ivi Figura 2a) di cui mostriamo un particolare [Figura 4]; si noti lo stesso drago volante, gli stessi tritoni, la stessa città sulla sinistra, il forcone brandito da entrambi.

Figura 2bis. Particolare della fronte dello stipo di Figura 2.

Figura 4. Particolare della fronte di uno stipo della stessa serie, Lombardia, inizio XVII secolo, mercato antiquario.
Il personaggio centrale di cui alla Figura 2bis non può quindi essere che Anfitrite, dea del mare e moglie di Nettuno, che celebra il suo trionfo.
Mostriamo a tal proposito un’incisione eseguita dal Monogrammista IOV, attivo nella seconda metà del XVI secolo, su invenzione attribuita a Giulio Romano (1499-1546) [Figura 5].

Figura 5. Monogrammista IOV (possibilmente da Giulio Romano), Trionfo di Anfitrite (o Galatea), acquaforte a bulino, seconda metà del XVI secolo, Milano, Castello Sforzesco, Raccolta Achille Bertarelli inv. R.C. 1644.
Nella scheda dei Beni Culturali che si accompagna all’incisione, si ipotizza, in subordine, che il personaggio centrale possa essere la nereide Galatea, ma il forcone, in quanto segno del comando, è la prerogativa della dea.
Lo vediamo in un frammento di affresco del Pinturicchio (1454-1513) proveniente da un soffitto del Palazzo del Magnifico a Siena, conservato, guarda caso, proprio al Metropolitan di New York [Figura 6].

Figura 6. Pinturicchio, Trionfo di Anfitrite, affresco trasferito su tela attaccata a supporto ligneo, 1509 circa, New York, Metropolitan Museum, inv. 14.114.11.
NOTE
[1] Cfr. Lo stipo Leighton, perduto mobile in ebano e avorio lombardo del XVII secolo (dicembre 2025) [Leggi]. Si tratta di uno stipo passato sul mercato antiquario (ivi Figura 2) abbinato allo stipo del Castello Sforzesco di Milano (inv. n. 445) (ivi Figura 3 a sinistra) e di un altro stipo dello stesso Castello Sforzesco (inv. n. 200) (ivi Figura 3 a destra) abbinato a uno stipo del Castello Reale di Racconigi (ivi Figura 5). Ad essi si aggiunge lo stipo del Museo leone di Vercelli, privo dell’anta ribaltabile (ivi Figura 4).
[2] Una terza scena intarsiata, a quanto ci risulta finora senza corrispondenza in altri esemplari della serie, decora la fronte di uno stipo passato in asta Finarte nell’aprile 2005, di cui si parla nell’articolo citato nella nota 1 e già pubblicato nell’articolo Mobili ebano e avorio in Lombardia tra XVII e XIX secolo che lo precede [Leggi, ivi Figure 5 e 5bis].
[3] Cfr. Il Maestro dello stipo del MET [Leggi].
[4] A. Verga, Storia della vita milanese, Nicola Moneta, Milano, s.d.
[5] Ne parla Publio Ovidio Nasone (43 a.C.-17 d.C.) nelle sue Metamorfosi.
Aprile 2026
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